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Somalia, lo Stato sull’orlo del collasso

Geraci Clara

La Somalia è una crisi che il mondo ha imparato a considerare permanente. E proprio per questo, a non guardare più.

A oltre trent’anni dalla caduta di Siad Barre, il Paese resta ostaggio di un collasso statale che pare inarrestabile. La Repubblica Federale esiste formalmente, ma si regge a fatica su una somma instabile di fratture intestine, emergenze climatiche e umanitarie e conflitti sovrapposti sui quali si innestano anche i nervi geopolitici che attraversano il Corno d’Africa, il Golfo di Aden, il Mar Rosso e l’Oceano Indiano occidentale.

Soffocato dall’ennesima paralisi politica, oggi lo Stato somalo rischia di non riuscire più a tenere insieme neppure questa fragilissima architettura.

Tredici morti, 189 feriti e 12.500 famiglie sfollate sono, secondo UNHCR, il bilancio delle violenze divampate nella capitale tra l’esercito federale e le milizie legate all’opposizione il 3 e 4 giugno scorso. È una delle più gravi degenerazioni armate della contesa politica registrate negli ultimi anni, figlia del fallimento di un dialogo nazionale che neppure quel che resta dell’impegno internazionale ha saputo rilanciare. Tanto basterebbe a misurare lo spessore dello stallo politico-istituzionale che spinge la Somalia verso uno dei momenti più pericolosi della sua storia recente.

A incendiare lo scontro, la proroga del mandato presidenziale di Hassan Sheikh Mohamud e il rinvio del voto che avrebbe dovuto segnare il primo tentativo su scala nazionale di superare il meccanismo indiretto fondato sulla mediazione clanica. Un passaggio che pesa più che altrove in una Somalia che non tiene elezioni dirette dal golpe del 1969, fatte salve le amministrative di Mogadiscio del dicembre 2025.

Secondo la Costituzione del 2012, riconosciuta dalle opposizioni come unico quadro legittimo di riferimento, il mandato di Mohamud sarebbe dovuto scadere il 15 maggio. In marzo, però, il Governo aveva ottenuto l’approvazione parlamentare di un’ampia revisione costituzionale, assai contestata e non ancora sottoposta a ratifica popolare, destinata a investire l’intero ordinamento somalo. Tra le altre cose, la riforma porta da quattro a cinque gli anni della presidenza e della legislatura, modifica che Mohamud considera applicabile agli incarichi in corso, e introduce il suffragio universale secondo il principio “una persona, un voto”.

È qui che si apre la spaccatura che torna a insanguinare la costa più lunga d’Africa: sulle regole costituzionali che dovrebbero disciplinare il futuro della Repubblica, prima ancora che sulla legittimità delle autorità in carica.

Per l’esecutivo, gli emendamenti approvati in Parlamento hanno chiuso la lunga fase provvisoria inaugurata nel 2012. E il prolungamento dell’attuale ciclo istituzionale e lo slittamento del voto non servirebbero che a garantire il tempo necessario per completare l’attuazione della nuova cornice elettorale. Per l’opposizione e gli Stati federati in rotta di collisione con Mogadiscio, anzitutto Puntland e Jubaland, il problema non è tanto il superamento del sistema indiretto, quanto piuttosto il tentativo di realizzarlo senza le condizioni politiche, legislative e di sicurezza necessarie.

Mohamud, sostengono, starebbe smantellando l’assetto basato sulla condivisione del potere tra governo federale, territori e clan – un compromesso che, pur incompiuto e profondamente imperfetto, ha finora saputo arginare decenni di caos e sangue – prima che ne sia emerso uno alternativo. Il processo sarebbe viziato alla radice: unilaterale e privo dell’intesa politica indispensabile a scongiurare che lacerazioni vecchie e nuove precipitino il Paese nel baratro una volta di troppo. Un “colpo di mano” istituzionale, nella lettura degli oppositori, per tentare un consolidamento autoritario del potere.

Intanto, Somaliland, Puntland, Jubaland, milizie claniche, amministrazioni locali e terroristi continuano a ridisegnare sul terreno i confini reali di un potere che Mogadiscio rivendica ma non riesce a esercitare. Il calendario elettorale è scaduto, la legittimità delle istituzioni è in bilico e non esiste un percorso concordato per uscire dall’impasse.

In un Paese in cui l’autorità centrale è tanto debole, una turbolenza istituzionale di questa portata compromette ulteriormente lo Stato di fronte alle molte crisi che lo assediano. Indebolisce la controinsurrezione jihadista, sottrae attenzione e risorse all’emergenza umanitaria che dilaga e accelera una disgregazione politica e territoriale che stavolta potrebbe rivelarsi irreversibile.

Lontano dalle dispute di palazzo, la popolazione civile rincorre la sopravvivenza.

Le Nazioni Unite contano quest’anno 6 milioni di affamati, perlomeno sul livello di Crisi della scala IPC. Quasi 2 milioni sono in condizione di Emergenza, il triplo rispetto a un anno fa. Nello Stato del Sud-Ovest, in Bakool e Bai, in particolare nel distretto di Burhakaba, la carestia è “un rischio reale e credibile”, per usare le parole di George Conway, alto funzionario Onu per gli aiuti umanitari in Somalia.

In un territorio che accumula costantemente tassi di ritardo della crescita, deperimento e mortalità infantile tra i più alti del globo, ora la malnutrizione acuta è pronta a colpire poco meno di 1,9 milioni di bambini sotto i 5 anni. Mezzo milione è affetto da malnutrizione acuta grave (SAM). Senza misure salvavita urgenti, potrebbero non superare l’estate.

Sono circa 3 milioni e mezzo gli sfollati interni, donne e bambini per l’80%, costretti per la maggior parte ad abitare insediamenti informali sovraffollati dove acqua pulita, cure e cibo scarseggiano quanto ogni parvenza di sicurezza.

Cinquecentomila sono gli sfollati registrati soltanto nel primo trimestre di quest’anno, quasi tutti vittime della siccità che prosciuga i pozzi e decima raccolti e bestiame. Nel 2025, nello stesso periodo, erano 400 mila di meno. Nel giugno appena trascorso, 146 mila e più somali hanno dovuto abbandonare case e villaggi, loro in fuga per lo più da conflitti e violenze.

La voragine sanitaria si allarga rapidamente. Diversi focolai epidemici minacciano di esplodere e i reparti della fame sono al collasso, anche a causa dei tagli ai finanziamenti umanitari che hanno già portato alla chiusura di oltre 200 strutture mediche e lasciato più di 600 mila persone senza gli aiuti alimentari di emergenza.

Quarant’anni di conflitti armati e violenze intercomunitarie che s’intrecciano irrimediabilmente a shock climatici ricorrenti. Sistemi sanitari ed economie locali logori. La produzione agricola e zootecnica interrotta e l’accesso ai mercati e agli aiuti umanitari ostacolato mentre il 54% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà nazionale, con meno di 2,06 dollari al giorno.

Il Paese che scivola sempre più in fondo alle priorità internazionali, con le risorse necessarie a contenere il disastro che si assottigliano di anno in anno (il Piano d’intervento e assistenza umanitaria per la Somalia 2026 è ancora finanziato per meno del 20%). Ora ci si è messa anche la guerra che dà fuoco al Medio Oriente: il prezzo del carburante è aumentato fino al 150%, quello di alcuni generi alimentari di base è più che raddoppiato, la logistica umanitaria ne esce spezzata. La miseria è servita.

Eppure, sulla carta, la Somalia avrebbe avuto tutte le condizioni per prosperare. Occupa una posizione strategica tra il Golfo di Aden e l’Oceano Indiano, possiede un significativo potenziale petrolifero e minerario, gode di una relativa omogeneità linguistica e religiosa che è assai rara nel continente africano. Non è bastato a garantirle stabilità e coesione.

Le ragioni vengono da lontano. Il passato coloniale e gli anni della dittatura Barre — segnati dalla débâcle nella guerra dell’Ogaden contro l’Etiopia, dalla distribuzione di potere e risorse secondo fedeltà claniche e da una repressione sistematica, che trovò nei massacri del nord, passati alla storia come l’“Olocausto di Hargeisa”, la sua espressione più atroce — avevano già eroso le fondamenta del Paese. Poi l’economia precipitò, il consenso si sgretolò e nelle periferie presero forza i movimenti armati. Quando Barre fu rovesciato, nel gennaio 1991, sotto il regime non era rimasto praticamente nulla capace di sopravvivergli. Caduto l’uomo, crollò anche lo Stato.

Da allora, la Somalia si frantuma lungo linee di tensione politica e armata che la condannano al disordine e alla violenza. Il nord imbocca la strada dell’indipendenza e dell’autonomia; il centro e il sud sprofondano in una successione ininterrotta di guerre fratricide; al largo delle coste imperversa la pirateria.

Per oltre un decennio, fallisce ogni tentativo di riconciliazione. Solo nel 2004 nasce il Governo Federale Transitorio e otto anni dopo la Costituzione provvisoria battezza la Repubblica Federale Somala: ma il nuovo ordine arriva quando il vuoto è già diventato sistema.

Nelle pieghe di questo Stato appena abbozzato, Al-Shabaab s’impone come nemico numero uno della stabilità che il Paese cerca faticosamente di costruire. A vent’anni dalla sua ascesa, il gruppo combatte ancora lo Stato somalo e i suoi alleati in quella che è diventata una delle più longeve e resistenti insurrezioni jihadiste d’Africa. Ha fatto della Somalia centro-meridionale la propria roccaforte, affermandosi come un sistema parallelo in grado di controllare territori, imporre tributi, amministrare la giustizia, colpire regolarmente istituzioni, forze internazionali e popolazione civile. E oggi trascina una guerra ormai impantanata in un equilibrio di logoramento che continua a mietere più vittime d’ogni altro fronte d’insicurezza aperto in Somalia.

La Repubblica l’affronta divisa. E i civili, specialmente i bambini, restano intrappolati in una spirale di violenze e abusi. Senza tregua. Bombardati, sfrattati, rapiti, violentati, reclutati con la forza. Luoghi sicuri, cure e aiuti umanitari sono per troppi fuori portata, dentro una geografia dell’insicurezza che in Somalia non si esaurisce nel conflitto jihadista.

Le dispute tra i clan locali per terre, influenza politica e controllo del territorio tornano ciclicamente a infiammarsi, soprattutto nelle aree riconquistate ai qaedisti nel Basso e Medio Shabelle. Nel Sanaag e nel Sool, le guerre claniche e la contesa territoriale tra Somaliland, Puntland e neonato Stato del Nord-Est non smettono di uccidere e sfollare.

Nel Bai, a Baidoa, le forze della nuova leadership regionale sostenuta da Mohamud danno battaglia ai miliziani fedeli al presidente deposto Abdiaziz Hassan Mohamed, più noto come Laftagareen, mentre resta aperto anche il fronte contro Al-Shabaab. Pure lo strappo politico tra Puntland e Mogadiscio si è tradotto in una prova di forza sul terreno, con Garowe che ha rafforzato i presidi attorno alle principali città e imposto restrizioni ai movimenti delle forze federali, alimentando i timori per un confronto armato diretto.

La questione Somaliland, poi, sta saldando le fibrillazioni interne alla competizione internazionale: dopo la crisi sfiorata con l’Etiopia, il riconoscimento israeliano del dicembre 2025 ha riaperto il nodo dell’integrità e della sovranità somala e innescato un nuovo gioco di allineamenti tra centri di potere nazionali e attori regionali che promette un’ulteriore esasperazione degli antagonismi interni e nuovi contraccolpi oltreconfine. Dopo anni di precaria quiete, anche i pirati sono tornati a solcare le acque somale.

Insomma, le faglie sono tante e tutte profondissime. Dovessero convergere, il barcollante edificio federale rischierebbe di cedere sotto il loro peso e la Somalia di non sopravvivere alla propria frammentazione. Le onde d’urto si propagherebbero per tutto lo scacchiere del Corno d’Africa e del Mar Rosso. Distogliere lo sguardo dalla Somalia non è più un’opzione.

Foto Credits: UN Photo/Tobin Jones, CC BY-NC-ND 2.0 via Flickr