Eastern route, la nuova, micidiale rotta migratoria dal Corno d’Africa al Golfo
L’Etiopia sembra una pentola in ebollizione. In almeno quattro delle sue regioni – Tigray, Oromia, Afar, Ahmara – si vivono tensioni gravissime o veri e propri focolai di guerra, mentre crisi economica e carestie ricorrenti, alternate ad alluvioni, rendono la condizione dei 120 milioni di abitanti sempre più difficoltosa. Una delle prime conseguenze di ciò, è l’aumento dei flussi migratori verso l’esterno del Paese. A differenza degli scorsi anni, però, chi parte non punta all’Europa, guarda piuttosto a est, verso i Paesi del Golfo. La cosiddetta Eastern Route, il nuovo trend migratorio di giovani che lasciano l’Etiopia (e, in misura minore, gli altri Paesi del Corno d’Africa), è cresciuto vertiginosamente negli ultimi cinque anni. La tratta, sebbene meno lunga di quella verso il Vecchio Continente, presenta una grande varietà di pericoli e produce ogni anno un numero enorme di morti. Quelli che si salvano, devono affrontare ogni sorta di violenze, abusi, torture e, se arrivano a destinazione – la meta agognata è l’Arabia Saudita – devono fare i conti con respingimenti, incarcerazioni sommarie, e trattamenti degradanti fino all’ omicidio. Non a caso l’Oim (Organizzazione internazionale migrazioni) ha dichiarato più volte che la Eastern Route rimane una delle vie «più trafficate e pericolose» al mondo» e ha definito il 2025 l’anno «più letale di sempre per i migranti che attraversano il Corno d’Africa verso la Penisola Arabica». L’agenzia delle Nazioni Unite ha precisato che lo scorso anno 922 persone sono morte o scomparse lungo la cosiddetta “rotta orientale”, il doppio rispetto all’anno precedente. Ma i macabri calcoli sono arrotondati per difetto: alla fine di marzo l’Oim ha avvertito che i tagli ai finanziamenti hanno ostacolato il monitoraggio e l’accesso umanitario, il che significa che il bilancio reale è probabilmente molto più alto.
La strada è diversa ma i meccanismi sono simili. Anche qui i viaggi sono in mano ai trafficanti e, esattamente come verso l’Europa, non esiste de facto possibilità di accesso legale. Il viaggio prevede numerosi passaggi, il Somaliland, Gibuti, lo Yemen devastato da oltre dodici anni da una guerra dimenticata quanto atroce, ora scosso da nuove tensioni a causa delle risposte Houti agli attacchi israeliani nell’area e, in mezzo, il pericolosissimo Oceano Indiano.
«Mio figlio ha iniziato il suo viaggio senza soldi – spiega Bata Dodola, una donna sulla cinquantina, incontrata a febbraio nell’Arsi Zone, Oromia, Etiopia, durante la terza missione del documentario Mums, narrare le migrazioni attraverso la voce delle mamme -. Quando ha raggiunto il mare, ha incontrato un trafficante che per l’attraversamento gli ha chiesto molti soldi e lui ha chiamato per la prima volta a casa dopo tanto tempo. Mio marito lo ha implorato di tornare indietro e gli ha promesso che gli avrebbe mandato dei soldi per il viaggio di ritorno. Ma lui ha rifiutato dicendo che non voleva continuare a essere un peso per la famiglia. Ha preso in prestito dei soldi dagli amici e ha attraversato il confine con lo Yemen. Avevamo due vacche da latte, così ne abbiamo venduta una e gli abbiamo mandato altri soldi». Dopo tre anni il ragazzo è ancora intrappolato in Yemen. Mentre cercava di arrivare in Arabia Saudita, il veicolo su cui viaggiava ha avuto un incidente e lui ha subìto un grave trauma alla gamba. «Siamo disperati – aggiunge il papà – non riesce a lavorare, ci chiama per chiederci aiuto. Ho chiesto dei soldi in prestito ai parenti, ho venduto alcuni dei miei beni e gli ho mandato i soldi. Ma vivo le mie giornate in angoscia. Quando mi ha detto che sarebbe partito per lo Yemen, ero terrorizzato. Sapevo bene che molti giovani sono morti in mare perché le barche si sono capovolte. Ma anche adesso che è dall’altra parte del mare, non sto mai tranquillo, i ragazzi etiopi vengono picchiati o addirittura uccisi dai trafficanti. Se i soldi non vengono inviati in tempo, a volte i trafficanti li maltrattano o li uccidono. Sapere tutto questo mi fa vivere in una paura costante». Secondo il rapporto “African Migration Trends 2026: Managing Drivers, Security, and Opportunity”, curato da Africa Center for Strategic Studies (Acss), la Eastern Route resta una delle più frequentate nel continente africano. Il 2025 ha visto un aumento dei flussi di oltre l’80% con numeri che vanno oltre i 100mila giovani all’anno (nel 2025 si è superata la cifra di 110mila). Per molti esperti, anche in questo caso, le cifre sarebbero maggiori: è difficile tenere il conto di un fenomeno interamente gestito dai trafficanti che include sparizioni, morti e incarcerazioni.
La maggior parte delle persone che puntano la Penisola Arabica quale meta del loro progetto migratorio, parte dall’Etiopia. Il grande Paese del Corno d’Africa vive una lunga fase di instabilità da ormai un sessennio. I tempi in cui il premier Abiy Ahmed appena salito al potere, nel 2018, nominava un esecutivo composto al 50% da donne, appoggiava l’elezione di Sahle-Work Zewde come prima donna presidente del Paese, prometteva riforme e sviluppo e, soprattutto, firmava con il presidente eritreo Isaias Afwerky una pace storica, sembrano un lontano ricordo. E quel premio Nobel per la pace vinto dal primo ministro nel 2019 tra l’ammirazione di tutta la comunità internazionale che guardava all’Etiopia come modello di stabilità e progresso, oggi che il grande Paese del Corno d’Africa è travolto da conflitti e tensioni, appare quasi come una beffa.
In una situazione di tensione ormai esplosiva diffusa a macchia di leopardo in molti angoli del Paese, con la minaccia incombente di una possibile ripresa del conflitto in Tigray (nel biennio 2020-22 fece 600mila morti, ndr), e una crisi economica che, assieme a durissime carestie, fa sentire i suoi morsi, centinaia di migliaia di giovani non vedono alternativa alla migrazione.
«Il viaggio di Musa è stato terribile, pieno di pericoli – dice Gorsa, una delle mamme incontrate nell’Arsi Zone per il progetto Mums –. Con l’aiuto di Dio lui ce l’ha fatta ma ci ripete di continuo che nessuno dovrebbe mai affrontare un viaggio simile. Per un anno, da quando è partito, non ci siamo mai sentiti, era finito in carcere in Yemen e non aveva alcuna possibilità di chiamarci. Ha ripreso a telefonarci quando è arrivato in Arabia Saudita». Come molte mamme di ragazzi etiopi, così come tantissimi papà, fratelli e sorelle africani e del Sud globale, Gorsa aveva pensato che il figlio fosse morto. La vita nell’incertezza sulle sorti dei propri ragazzi è atroce, «piangevo e vivevo costantemente nella preoccupazione e nella tensione, specie nel periodo prima che arrivasse in Arabia Saudita». Le notizie su ribaltamenti di imbarcazioni, abusi e violenze dei trafficanti, cominciano a circolare tra le famiglie che rimangono a casa. Le interviste svolte dai ricercatori di Accs ai migranti che nel 2025 si sono rivolti ai trafficanti per attraversare il Corno d’Africa e raggiungere lo Yemen, rilevano che l’82% si è sentito ingannato riguardo al viaggio e quasi la metà considera i trafficanti come criminali. Il 66%, inoltre, non avrebbe intrapreso il viaggio se avesse saputo cosa comportasse. A rendere questa tratta rischiosissima se non inaccessibile, non sono solo i gravissimi pericoli che si corrono nelle varie tappe, né i costi altissimi che si devono affrontare (solo per l’attraversamento dell’Oceano il “pedaggio” medio è di 1.000 dollari, ndr), ma anche le crescenti restrizioni operate dalle autorità dei Paesi di passaggio. La guardia costiera gibutina, ad esempio, ha chiuso i punti di imbarco sullo stretto di Bab al Mandab mentre la leadership politica, impegnata in una campagna elettorale per il voto di inizio aprile che ha visto la riconferma del presidente Ismail Omar Guelleh per un sesto mandato consecutivo, ha annunciato un programma di espulsione per gli stranieri “presenti illegalmente”. La stessa Arabia Saudita procede a espulsioni di massa: quasi 100mila migranti africani sono stati allontanai solo nel 2025. Aumentano, nel frattempo, i casi di morte registrati. Nel 2024 sono stati circa 560, causati in gran parte da annegamenti nell’Oceano, lo scorso, denuncia l’Oim, i morti hanno sfiorato quota 1000. Tantissimi trovano la morte per affogamento a seguito di ribaltamento delle imbarcazioni, ma ci sono anche casi di migranti gettati in mare da trafficanti. Al conteggio ufficiale, però, mancano quelli che muoiono a seguito di violenze nei Paesi di transito o di approdo, inclusa l’Arabia Saudita, o spariscono nel nulla.
Tutti questi ostacoli dall’enorme potenziale di deterrenza, non sembrano fermare i flussi. La disperazione dei giovani etiopi e del Corno, continua a spingerli a tentare l’impresa e ultimamente ad ingrossare le file dei partenti pensano anche donne e ragazze. Sebbene infatti fino a qualche anno fa la migrazione verso la Penisola Arabica fosse quasi totale appannaggio di uomini, dal 2024 si è osservato un’inversione di tendenza: da allora a oggi il 26% dei migranti è costituito da ragazze e donne. Sognano di lavorare come governanti nelle case di ricchi in Arabia Saudita o in altri Paesi del Golfo da dove, però, giungono sempre più notizie di sfruttamento lavorativo e sessuale fino alla brutale segregazione di donne africane impiegate come collaboratrici domestiche.
La Eastern Route è uno dei tanti fronti su cui il mondo, in modo trasversale, combatte la sua ‘War on migrants’, una guerra mai dichiarata ufficialmente ma spietata, continua, che costringe centinaia di migliaia di ragazzi e ragazze del Sud globale a fare viaggi della morte da cui chi si salva, esce perlomeno gravemente traumatizzato. Ovunque vogliano andare questi migranti si scontrano con frontiere sbarrate, polizie che rigettano, politiche senza senso che anziché ragionare sul rilascio di visti legali che permetterebbero un maggiore controllo e una maggiore sicurezza per tutti (non solo per chi viaggia) preferiscono puntare sulla retorica dell’invasione alla ricerca di facili consensi. Sono strategie politiche – come il Patto europeo su migrazione e asilo, in vigore dal prossimo giugno, che peggiora le norme precedenti già lesive dei principi costitutivi – che alimentano l’ennesimo conflitto tra i tanti, una guerra che miete vittime ogni giorno tra l’indifferenza assoluta della comunità internazionale e nello spregio del diritto.
Foto credits: Damien Halleux Radermecker from PARIS, FRANCE, CC BY-SA 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0>, via Wikimedia Commons
