Medio Oriente Editoriali

La guerra che dà fuoco al Medio Oriente e riscrive la crisi umanitaria globale

Geraci Clara

Cinquantanove giorni di guerra in Medio Oriente. Lo Stretto di Hormuz sotto scacco. Quello di Bab el-Mandeb, sul Mar Rosso, in bilico. I colloqui di pace che restano un’incognita, intanto che il Libano brucia e la stabilità dell’intera regione si appende a un filo sottilissimo.

Una crisi geopolitica tra le più rilevanti del secolo non è soltanto una questione di deterrenza e petrolio. Il fronte umanitario è fuori controllo. Com’è fuori dalle cronache e dai tavoli internazionali, oscurato dalle più alte discussioni sulle strategie militari e le logiche di potenza.

Sono migliaia i morti e decine di migliaia i feriti in tutto il Medio Oriente. Nelle stime di fine marzo dell’Agenzia delle Nazioni Unite per l’Infanzia, i bambini uccisi sono oltre 340, quelli feriti più di 3 mila: 216 morti e 1.767 feriti in Iran, 124 morti e 413 feriti in Libano, 4 morti e 862 feriti in Israele, 1 bambino ucciso in Kuwait, 4 bambini feriti in Bahrein, 1 bambino ferito in Giordania. Nello stesso periodo, le azioni militari israeliane e le violenze dei coloni in corso nello Stato di Palestina, compresi Gaza e la Cisgiordania,  hanno causato la morte di 16 bambini palestinesi e il ferimento di non meno di 50.

L’attacco missilistico alla scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh, a Minab, sferrato nell’ambito delle operazioni militari di Stati Uniti e Israele in Iran, ha ucciso 168 bambine, per lo più tra i 7 e i 12 anni d’età, segnando la peggiore strage dell’infanzia nella mattina del primo giorno di guerra. Gli esperti per i diritti umani delle Nazioni Unite hanno rilasciato una dichiarazione ufficiale condannando con forza il bombardamento e definendolo “un grave assalto ai bambini, all’educazione e al futuro di un’intera comunità”.

In Libano, dall’inizio del conflitto, “l’equivalente di un’intera classe di bambini ogni giorno viene uccisa o ferita”, per citare il vicedirettore esecutivo di Unicef, Ted Chaiban. C’è da sperare che il bollettino non debba presto includere i bambini yemeniti, ora che anche gli Houthi si sono lanciati nella guerra.

Non meno di 303 sono i libanesi massacrati nell’operazione israeliana Oscurità eterna che lo scorso 8 aprile, nei dieci minuti più letali degli ultimi trent’anni per il Paese, ha travolto con centinaia di bombardamenti coordinati il sud del Libano, la valle di Bekaa, persino diversi quartieri residenziali e aree commerciali della capitale. A confermare nel sangue e nel totale disprezzo per l’ordine giuridico internazionale, una volta di più, quanto il Libano non rientrasse nell’accordo di cessate il fuoco in Iran, annunciato appena una manciata di ore indietro dall’amministrazione americana.

Una settimana dopo, una tregua – sebbene subito incrinata – ha cominciato a prendere forma nel Paese dei Cedri. Rimane che neanche l’esplosione del porto di Beirut nel 2020, considerata una delle deflagrazioni non nucleari più grandi della storia, aveva fatto tanti morti.

A milioni sono in fuga, alla ricerca della sicurezza che non c’è, in una regione già affollata da una delle più alte percentuali di rifugiati al mondo.

Le Nazioni Unite contano a questo punto quasi 4 milioni e mezzo di sfollati interni tra Iran e Libano. Bambini per un quarto, almeno 1,2 milioni secondo i dati Unicef, che si aggiungono ai poco meno di 45 milioni che vivevano in zone di conflitto in Medio Oriente prima di questa nuova escalation.

Dall’alba dello scorso marzo, in 360 mila hanno attraversato il confine libanese con la stremata Siria, in un esodo di ritorno per lo più. Oltre 140 mila persone si sono riversate dall’Iran in Afghanistan, approdando su un altro, del tutto ignorato, teatro di guerra.

I mirini puntati sugli obiettivi civili, i bombardamenti incessanti, gli ordini di evacuazione fatti quotidianità. Intere aree svuotate. Altre diventate trappole, come tra le città e i villaggi del Libano meridionale devastato, dove almeno 150 mila persone restano di fatto isolate dopo la sistematica distruzione da parte israeliana dei ponti strategici sul fiume Litani.

Si sgretola l’ossatura stessa della vita civile: sanità, accoglienza, approvvigionamento umanitario. I bisogni esplodono. Le scuole si trasformano in rifugi, o in cimiteri. Le epidemie sono alle porte delle centinaia di alloggi improvvisati e sovraffollati che ospitano i profughi, soprattutto in Libano. Gli aiuti faticano ad arrivare, frenati da limitazioni d’accesso sempre più severe e da linee di rifornimento spezzate. I servizi di emergenza tengono al limite, le cure ordinarie cedono.

L’Organizzazione mondiale della sanità ha verificato 88 attacchi contro la rete sanitaria libanese, con un bilancio minimo di 52 vittime tra gli operatori, nei primi trenta giorni di combattimenti: una media di tre raid, due morti e cinque feriti ogni giorno. Senza contare gli ospedali costretti a evacuare, le cliniche e gli ambulatori chiusi. Al 16 aprile, erano 133 gli episodi di violenza contro un sistema ormai sull’orlo del collasso.

Sono 442 le strutture sanitarie danneggiate in Iran nelle conte della Mezzaluna rossa iraniana, a interrompere l’accesso alle cure fondamentali per 10 milioni di persone. Una quindicina le azioni di fuoco accertate contro ambulanze e paramedici in Cisgiordania. Le evacuazioni mediche restano sospese a Gaza, a fronte di ospedali – quei pochi rimasti in piedi – che continuano a operare in costante carenza di medicinali, carburante e presidi medici.

Questa guerra – insiste l’OMS – investe la regione che sopporta il peso umanitario più gravoso al mondo, soffocata da un intreccio di crisi senza precedenti. Intanto che gli appelli per le emergenze sanitarie scontano un sottofinanziamento del 70%, quasi 115 milioni di persone hanno bisogno urgente di assistenza umanitaria nel Mediterraneo orientale. La metà di tutte quelle in difficoltà a livello globale.

Anche gli allarmi per la salute ambientale crescono vertiginosamente, se petroliere e raffinerie petrolifere, zone industriali, impianti nucleari, giacimenti di gas sono bersagliati in Iran come negli Emirati Arabi Uniti, in Qatar, in Bahrein. Per le analisi del Climate and Community Institute, le prime due settimane di guerra hanno prodotto 5 milioni di tonnellate di CO2, più di quanto faccia l’Islanda in un anno intero.

Aria avvelenata, acque contaminate. Le immagini delle piogge nere su Teheran rimarranno forse il simbolo più scioccante di un disastro che lascerà cicatrici profonde per generazioni.

Vacilla pure la tenuta dei sistemi idrici del Golfo. I danni – quelli procurati come quelli promessi – agli impianti di desalinizzazione, sparsi a centinaia sulle coste persiche, mettono a repentaglio l’acqua potabile da cui dipendono 62 milioni di persone, in una delle regioni più aride sul Pianeta.

L’eco delle bombe, insomma, sembra destinata a propagarsi a migliaia di chilometri di distanza dalle linee del fronte. E a durare assai più a lungo delle ostilità aperte.

C’è, per esempio, la faccenda della sicurezza alimentare. Nelle più aggiornate proiezioni del Programma alimentare mondiale, se la guerra non si fermasse entro la metà dell’anno e il greggio si mantenesse sopra i 100 dollari al barile, circa 45 milioni di persone in più potrebbero precipitare nella fame acuta (IPC3), in un anno in cui sono 318 milioni gli affamati per il mondo.

L’ultima volta che si erano toccati numeri simili era il 2022, quando lo scoppio della guerra in Ucraina, travolgendo un centro nevralgico dell’economia agricola globale, aveva spinto livelli record di insicurezza alimentare, che finì per colpire 349 milioni di vite.

Oggi questa guerra rischia di fare peggio. Strozza alcune delle arterie energetiche e commerciali tra le più critiche in assoluto per gli equilibri internazionali, fa volare i costi dei transiti marittimi, del carburante e dei fertilizzanti indispensabili alla produzione agricola, paralizza i corridoi umanitari già messi a dura prova da una grave scarsità di fondi.

Di questo passo, crescerà complessivamente del 38% la fame nell’Africa subsahariana; un +24% è atteso in Asia. Il tutto all’indomani di quello che il PAM definisce “un evento devastante, il primo del suo genere in questo secolo”: la doppia carestia simultanea confermata l’anno passato tra Gaza e il Sudan.

Stando alle valutazioni congiunte del Fondo monetario internazionale, della Banca mondiale e del PAM, il conflitto in corso ha scatenato una delle più imponenti perturbazioni dei mercati energetici globali dell’era moderna. La valanga non potrà che scaricare a valle, sui prezzi dei prodotti alimentari, sui mezzi di sussistenza, sui bisogni umanitari.

È aperta la strada a una recessione globale. Seppure i negoziati di Islamabad dovessero riuscire a spegnere ogni tensione domattina, il sisma che ne è scaturito continuerebbe a minacciare il sistema economico internazionale per diverso tempo, come ha fatto notare la direttrice generale del FMI, Kristalina Georgieva. Ogni singolo giorno costa un deciso passo in più verso lo scenario più avverso possibile. E il conto non sarà certo diviso equamente. Sulle economie più vulnerabili e dipendenti dalle importazioni, si staglia netta l’ombra della catastrofe.

Potrebbero essere 32,5 milioni i nuovi poveri, a ogni latitudine, nelle previsioni del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo. Oltre 18 milioni le persone ridotte alla povertà estrema. Negli Stati arabi, dopo appena un mese di guerra, si prospetta un calo del PIL nell’ordine del 6%, pari a una contrazione economica che potrebbe essere compresa tra 120 e 194 miliardi di dollari.

E mentre il Levante sprofonda nella miseria, in Africa i contraccolpi si fanno sentire più forti che mai. Gli shock si diffondono più rapidi che nelle crisi precedenti e avanzano lungo canali più stretti, senza lasciare ai Paesi tempo e spazio a sufficienza per assorbire gli urti. Valute più deboli, debiti esteri più onerosi, importazioni essenziali più difficili da sostenere: così la guerra si misura nei raccolti non ancora seminati, nei conti pubblici alle strette, sulle tavole vuote delle famiglie più fragili.

L’onda lunga della guerra, tracciata dal più recente studio di Mercy Corps, già si infrange sul Sudan e sui suoi quasi 26 milioni di affamati, in IPC3 o più: è crollato del 40% il potere di acquisto dei trasferimenti di denaro a scopo umanitario e le spedizioni umanitarie accumulano ritardi fino a tre settimane, deviate verso il Capo di Buona Speranza, al largo delle coste sudafricane, dalla chiusura di Hormuz.

Quell’onda passa per Addis Abeba, tanto a corto di combustibile da essere obbligata al razionamento, con ricadute ancora incalcolabili sulla filiera alimentare. Corre su Mogadiscio, che in piena siccità registra un raddoppio del costo dell’acqua per effetto dei prezzi del carburante saliti del 150%.

Tocca il Pakistan, dove il conto sui fertilizzanti lievita proprio alla vigilia della stagione della semina. E scivola fino alle tasche degli agricoltori birmani, che stavano dapprima soffrendo il periodo meno redditizio degli ultimi cinque anni e ora si ritrovano alle prese con l’impennata delle spese d’irrigazione e del gasolio. Sono solo i primi punti d’impatto di una crisi che si allarga a una velocità impressionante.

C’è di più. Pure i programmi per la salute si muovono sul filo del rasoio, colpiti dalla più significativa interruzione delle catene di rifornimento dai tempi del Covid. Tra rotte serrate, hub congestionati e costi logistici e di produzione insostenibili, tonnellate di farmaci e forniture mediche rischiano di non giungere a destinazione in tempo.

Il fatto è che il Golfo rappresenta ormai da anni uno snodo cruciale anche per il settore farmaceutico. Oltre a convogliare circa un terzo del commercio globale di fertilizzanti, un quarto di quello di petrolio e quasi un quinto di quello di gas naturale liquefatto, vi transitano regolarmente materie prime e prodotti finiti provenienti soprattutto da India e Cina e diretti ai mercati sanitari africani, asiatici e non solo.

Per tutti quei Paesi costretti a fare affidamento sugli approvvigionamenti esterni, di qui a poco sarà molto più che un problema di costi e trasporti. “Diventerà una questione di vite umane”, ha messo in chiaro a Devex – riferimento autorevole per la cooperazione internazionale e lo sviluppo – il dott. Jean Kaseya, direttore generale dell’Africa Centres for Disease Control and Prevention.

Tra i centri umanitari del Sud globale si fa sempre più concreto il timore che le scorte di medicinali di base si esauriscano prima che possano essere rimpiazzate; che, nel frattempo, terapie nutrizionali, test per la malaria, antibiotici scadano nei magazzini.

Save the Children avverte che quasi mezzo milione di bambini tra Sudan, Yemen e Afghanistan potrebbero ritrovarsi senza cure salvavita. Al porto di Jebel Ali, a Dubai, restano bloccate oltre 100 tonnellate di alimenti terapeutici vitali contro la malnutrizione infantile grave: farli arrivare ai reparti pediatrici in grande affanno dello Yemen è priorità assoluta per Medici senza frontiere. Sono slittate di oltre una decina di giorni pure alcune distribuzioni dei vaccini Unicef, che per i sistemi sotto maggiore pressione possono significare la differenza tra contenimento ed epidemia. Il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione denuncia rinvii nelle consegne di beni essenziali per la salute riproduttiva e materna verso sedici Paesi, dal Mozambico allo Sri Lanka, che ostacoleranno l’accesso ai trattamenti per i parti sicuri, a quelli urgenti post-stupro e ai servizi di contraccezione per decine di migliaia di donne e ragazze perse nelle peggiori crisi umanitarie.

La posta in gioco può essere persino più alta. Il carburante sorregge l’intera risposta umanitaria. Alimenta gli ospedali, assicura la catena del freddo dei vaccini, muove le ambulanze, permette agli aiuti di raggiungere le comunità isolate dai conflitti e dalle crisi. Senza energia, senza farmaci, senza soldi. Le infrastrutture legate a doppio filo alla sopravvivenza di milioni di persone si inceppano. Si fermano. Anche dove le sue bombe non cadono, questa guerra finirà per uccidere.

Tutto questo era evitabile. “Per ogni giorno di questo conflitto vengono spesi 2 miliardi di dollari. Il mio piano prioritario per salvare 87 milioni di vite umane ha un obiettivo di 23 miliardi di dollari. Avremmo potuto finanziarlo in meno di due settimane di questa guerra sconsiderata. Ora, ovviamente, non possiamo”. Bastano le parole di Tom Fletcher, capo degli affari umanitari delle Nazioni Unite, a fotografare tutto il fallimento della politica internazionale.