La resistenza della popolazione di El Obeid
La città di El Obeid, capoluogo dello stato sudanese del Kordofan Settentrionale, è diventata il nuovo fronte su cui si sta concentrando il conflitto, dopo le lunghissime fasi di assedio su El Fasher e sul resto del Darfur tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026. La città sta affrontando una grave carenza di cibo, acqua e carburante per le enormi difficoltà di approvvigionamento ma anche a causa del forte aumento della popolazione: secondo i dati di World Population Review, alla fine del 2022, prima dello scoppio del terribile conflitto nell’aprile 2023, la città contava poco più di 500mila abitanti, mentre a giugno del 2026 la cifra aveva già superato i 564mila residenti. La situazione demografica emergenziale di El Obeid è dovuta in gran parte all’afflusso di sfollati dalle zone più remote e sotto assedio dell’area. Ad aggravare la condizione, contribuiscono un blocco delle consegne di aiuti umanitari e una persistente opera di distruzione delle infrastrutture idriche operata dalle Rsf (Rapid Support Forces), il gruppo armato contrapposto all’esercito regolare sudanese (Saf). Secondo il Sudan Tribune, il deficit idrico in città ha raggiunto il 70 percento dopo che gli attacchi con i droni delle Rsf hanno messo fuori uso le principali fonti di rifornimento. I combattimenti attorno all’area di El Obeid mettono già a rischio 500mila i civili e Save the Children segnala lo sfollamento forzato di oltre 5.500 bambini nelle settimane centrali di luglio in una fase in cui l’accesso umanitario risulta sempre più limitato.
«Siamo qui per verificare la situazione, parlare con la popolazione e portare solidarietà – spiega in videochiamata in un momento di sufficiente connessione Duaa Tariq, rappresentante storica della Ong sudanese Emergency Response Rooms, inclusa nel 2023 nella lista Time Next delle 100 persone più influenti al mondo – Abbiamo organizzato una Solidarity delegation composta da un gruppo di nostri membri di varie parti del Sudan per far comprendere alla popolazione che siamo presenti, seguiamo l’evoluzione e siamo pronti a entrare in azione». Il metodo di intervento delle Err consiste nell’allestire mense permanenti, distribuire acqua e beni di prima necessità, ricostruire edifici e organizzare scuole gestite da volontari. Questo evita che i bambini, ormai fuori dal circuito scolastico in molte aree del Sudan da più di tre anni, perdano del tutto il contatto con la formazione. L’organizzazione si occupa anche di aprire centri di sostegno per donne e bambini vittime di violenza e laboratori artistici. Per questa infaticabile attività e per la rete di 10mila volontari dislocati in oltre 70 centri in tutto il Paese, dopo aver sfiorato il Nobel nel 2024, le Err hanno conquistato nel 2025 il Right Livelihood Award, il prestigioso Chatham House Prize e il Thorolf Rafto Memorial Prize. «La prima cosa che ci è saltata agli occhi appena arrivati qui è che tantissimi edifici, un numero davvero elevato di case e infrastrutture, sono stati distrutti a causa dei bombardamenti, ma allo stesso tempo abbiamo notato con una certa sorpresa, che la vita continua. I mercati sono ancora aperti, le strade sono pulite e percorribili in gran parte, la gente si sposta e, cosa fondamentale, i bambini vanno a scuola. Anche gli ospedali funzionano, non a pieno regime ovviamente, ma restano aperti. Questo ci fa dire che, almeno per ora, El Obeid e questa area, non stanno vivendo un vero e proprio assedio e se è così, lo si deve alla popolazione che resiste e fa di tutto per mantenere un certo livello di normalità. La gente si incontra, va al lavoro, le donne indossano bei vestiti e si scambiano visite, prendono il caffè insieme, cucinano insieme. Noi, durante l’assedio di Khartoum, ad esempio, non ce lo sognavamo nemmeno. Avevamo perso ogni capacità di incontro e la condivisione era difficile. La pressione psicologica e mentale di ciò che stava accadendo era insopportabile».
El Obeid, quindi, sebbene rappresenti da mesi il nuovo epicentro del conflitto che insanguina il Sudan da oltre tre anni e mezzo, in qualche modo resiste e la popolazione, con la sua voglia di normalità, di incontro, di vita, mette in atto tutti quei semplici atti di vitalità e solidarietà che da queste parti suonano rivoluzionari e danno il senso di una vera resistenza civile. «C’è un certo senso di solidarietà – di nuovo Tariq – uno spirito di condivisione profondo e le persone si stanno unendo proprio per combattere l’idea che questo sia un assedio. Quindi, la gente va al mercato e fa di tutto perché resti aperto, si organizzano per permettere ai negozi di rimanere in attività, lottano duramente affinché i servizi rimangano accessibili. Le persone combattono per scongiurare in tutti i modi lo stato di assedio».
Sul campo la situazione è di totale stallo. Le due forze principali, sostenute da attori locali o da potenze internazionali come gli Emirati Arabi Uniti (al fianco delle Rsf) o l’Egitto (marcatamente dietro le Saf) hanno consolidato le loro aree di influenza e nelle battaglie in corso conquistano ora una cittadina, ora una base, per poi riperderle o finendo per guadagnare piccoli spazi di terreno, senza mai spostare davvero gli equilibri complessivi. Gli ultimissimi spostamenti di asse sembrano vedere prevalere in alcune aree limitate le Saf di al-Burhan. L’esercito e i suoi alleati, secondo quanto riferisce il Sudan War Monitor, avrebbero riconquistato Bara e Umm Sayalla nel Kordofan settentrionale, nell’ambito di un’offensiva più ampia volta a mettere in sicurezza l’importante autostrada Al-Sadarat che collega Khartoum ed El Obeid. All’inizio di luglio, invece, le Saf avrebbero riguadagnato la città di confine strategica di Kurmuk, nel Nilo Azzurro meridionale.
Sullo scacchiere più ampio, si vedono le Saf del generale e capo di stato al Burhan in controllo di Khartoum, tutto il Sudan nord-orientale e parti del centro, oltre ad ampie sezioni degli Stati del Nilo Azzurro, del Nilo Bianco e di Sennar. Le Rsf, invece, hanno in mano la maggior parte del Darfur e del Kordofan occidentale. Il Kordofan meridionale e parti del Nilo Azzurro sono sotto il controllo del Sudan People’s Liberation Movement-North, alleato delle Rsf.
Secondo la Rete dei sistemi di allerta precoce sulla carestia (Famine Early Warning Systems Network), si stima che a settembre 22-23 milioni di persone avranno bisogno di assistenza alimentare umanitaria, con un rischio di carestia in sette aree del Darfur settentrionale nord-occidentale e centrale, a Dilling, a Kadugli e nelle zone rurali limitrofe del Kordofan meridionale. Sono cifre spaventose che aumentano di mese in mese ma che continuano incredibilmente a non guadagnare l’attenzione della comunità internazionale né, di conseguenza, a suscitare serie iniziative negoziali. Sul fronte diplomatico, infatti, le novità sono poche. Il colloquio tra il segretario generale della Lega Araba, Nabil Fahmy, e il consigliere principale del presidente degli Stati Uniti per gli affari arabi e africani, Massad Boulos a metà luglio al Cairo, che aveva come ordine del giorno l’innesco di strategie per almeno mitigare il confitto e garantire accessi agli aiuti, si è concluso con un accordo per l’istituzione di un coordinamento congiunto. Le due parti interessate al conflitto, però, non sembrano aver mostrato particolare interesse all’iniziativa. Il processo di dialogo avviato da Londra a fine luglio con la società civile sudanese, invece, come riporta Africa Intelligence, si sta trasformato addirittura in un problema più che una soluzione a causa di un «clima di profonda sfiducia e attriti politici». Le voci relative a possibili inviti esclusivi o parziali alle consultazioni (si sono diffuse notizie mai del tutto verificate relative a un possibile invito esteso ai membri del Quartetto, Usa, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Egitto, ndr) «hanno suscitato reazioni negative tra le fazioni, complicando gli sforzi britannici volti a stabilizzare il processo di pace e dialogo, ormai frammentato».
«La nostra delegazione – di nuovo Tariq – è composta da membri delle Err che hanno vissuto gli assedi di Khartoum e di El Fasher, siamo qui anche per scambiare informazioni, consigli pratici e fare prevenzione, per quanto possibile, riguardo a possibili problematiche. Abbiamo fatto anche una serie di incontri in cui tante persone si sono potute esprimere, hanno esternato le loro paure, i bisogni, i problemi della vita quotidiana ma anche le speranze. Con gruppi di donne abbiamo poi affrontato la questione delle violenze sessuali e degli stupri, come sopravvivere a tali abusi o come fare attenzione per provare a evitarli». La questione delle violenze sessuali sta assumendo contorni sempre più drammatici. Stando a quanto riferisce UN Women, aumenta il livello di violenza su donne e ragazze nell’area di El Obeid. L’organismo delle Nazioni Unite denuncia nuovi modelli di violenza attuati dalle Rsf che sferrano attacchi con droni in pieno giorno impedendo l’accesso all’acqua e costringendo le persone ad aspettare fino a notte fonda per rifornirsi, quando donne e ragazze sono estremamente più esposte, complice il buio assoluto, ad abusi.
«Il mio paese sta vivendo una fase tragica ma per quanto possa apparire praticamente impossibile, la gente sta cercando di tornare alla propria vita, di immaginare nuovamente una normalità – conclude Duaa Tariq – . C’è chi sta tornando nelle zone relativamente sicure. Ovviamente fa fatica ad adattarsi alla nuova situazione, ai nuovi mercati, ai costi lievitati e alla nuova atmosfera. Ma le posso assicurare che la popolazione sta facendo di tutto per superare le gravi perdite, a volte la perdita di tutto, e tornare alla vita normale».
Per la popolazione civile del Sudan, provata da un conflitto lunghissimo, di cui non si riesce a intravvedere la fine, la presenza costante e capillare di cellule operative delle Emergency Response Rooms rappresenta una delle pochissime certezze. Milioni di persone, totalmente fuori dai radar mediatici internazionali, ormai dimenticate da diplomazie intente a occuparsi di tutt’altri scenari o abbandonate anche da una cooperazione ridotta a poche sigle che resistono eroicamente, fanno affidamento su questa realtà fieramente sudanese che resta e si mette a servizio di una forma molteplice di resistenza: resistenza alle barbarie, agli stupri di massa, ai continui raid, all’assenza di strutture. Resistenza per rimanere in vita. «Ieri sera – conclude Duaa – abbiamo sentito il rombo dei droni che bombardavano l’area in cui ci trovavamo. La gente intorno a me, si è messa a cantare manifestando così l’opposizione alla guerra e la voglia di vivere».
Foto Credits: Steve Evans, CC BY-NC 2.0 attraverso Flickr