Brasile Opinioni Punti di vista

Reddito di base per la transizione sostenibile?

Sfide ed evidenze dall’America Latina

Lizbona Cohen Alexandra

L’attuale crisi climatica rappresenta una delle sfide più urgenti per le società del XXI secolo, non solo per i suoi impatti ambientali diretti, ma anche per le profonde implicazioni economiche, sociali e politiche che comporta. In questo contesto, il presente articolo analizza la relazione tra il reddito di base universale (RBU) e la sostenibilità ambientale, con particolare attenzione sul suo potenziale come strumento per un’equa transizione socio-ecologica.

Definito come un reddito monetario incondizionato, universale e individuale, il RBU è stato ampiamente discusso come strumento per contrastare la povertà, semplificare i sistemi di welfare e rispondere alle trasformazioni strutturali del mercato del lavoro. Negli ultimi anni, il tema è tornato a occupare un ruolo centrale nel dibattito globale.

Tuttavia, in America Latina questo dibattito assume un significato particolare. Non si tratta soltanto di una risposta all’automazione o alle trasformazioni del mondo del lavoro, ma di un possibile strumento per affrontare una duplice tensione strutturale: da un lato, elevati livelli di disuguaglianza; dall’altro, economie fortemente dipendenti dallo sfruttamento delle risorse naturali. In questo contesto, la questione non riguarda soltanto la praticabilità del  reddito di base, ma quale tipo di RBU possa essere implementato  nella regione e in che misura possa contribuire a una transizione verso modelli di sviluppo più sostenibili.

L’America Latina è, al tempo stesso, una delle regioni più diseguali del mondo e una delle più ricche di risorse naturali. Questa combinazione ha dato orgine a un modello di sviluppo in cui l’inclusione sociale dipende, in larga misura, da attività estrattive – come il petrolio, l’industria mineraria e l’agribusiness (ad esempio coltivazioni di soia, grano o riso).  Ne emerge così un paradosso centrale: molte politiche sociali, in particolare quelle mirate, sono finanziate attraverso rendite provenienti da settori che, allo stesso tempo, generano degrado ambientale e conflitti socio-territoriali di lunga durata.

Il caso di Maricá, in Brasile, rappresenta un esempio paradigmatico del Sud globale, caratterizzato dalla coesistenza di elevati livelli di  disuguaglianza, dipendenza da economie estrattive e sistemi di protezione sociale in trasformazione. A partire da questo caso, l’articolo sviluppa una riflessione più ampia, arricchita  da riferimenti comparativi che contribuiscano ad ampliare ad alimentare il dibattito sul tema.

Maricá – Brasile: innovazione territoriale nel reddito di base e tensioni del finanziamento estrattivo

Il caso del comune di Maricá, nello stato di Rio de Janeiro, in Brasile, rappresenta una delle esperienze più singolari di reddito di base a livello locale in America Latina, sia per il suo disegno istituzionale sia per il modo in cui si articola con le dinamiche economiche territoriali. A differenza di altre politiche di trasferimento delle entrate, il reddito di base implementato a Maricá non si limita alla ridistribuzione monetaria, ma incorpora anche una componente strategica aggiuntiva: l’utilizzo di una moneta sociale digitale, il Cartão Mumbuca, che contribuisce a strutturare il circuito economico locale.

Il funzionamento di questo sistema si basa sull’erogazione di un reddito mensile in Mumbucas, una moneta digitale che può essere utilizzata esclusivamente all’interno del comune. Questo modello introduce una restrizione intenzionale alla circolazione del denaro, impedendone l’uscita verso economie esterne. In termini economici, ciò rafforza la domanda interna e aumenta la circolaziione del denaro all’interno dell’economia locale. Di conseguenza, le risorse trasferite non svolgono solo una funzione redistributiva, ma agiscono anche come strumento di politica di sviluppo locale, orientando i consumi verso piccole e medie attività commerciali del territoriio. Questa caratteristica distingue in modo sostanziale il caso di Maricá da altri schemi di reddito di base, nei quali il trasferimento è pienamente fungibile e non esiste una strategia esplicita di riconfigurazione del circuito economico e produttivo.

L’espansione del programma rafforza questa interpretazione. Attualmente, il programma raggiunge più di 90.000 persone, pari a circa la metà della popolazione del comune. Questa crescita riflette non solo un ampliamento della copertura sociale, ma anche il consolidamento di un modello di intervento pubblico che combina obiettivi redistributivi con una strategia di rafforzamento del tessuto economico locale. Durante la pandemia di COVID-19, questo schema ha assunto una particolare rilevanza, poiché ha funzionato come stabilizzatore automatico dei consumi in un contesto di forte crisi e di crescente vulnerabilità dei redditi da lavoro e dei sistemi di protezione sociale dei cittadini. In questo contesto la circolazione della moneta locale ha consentito di sostenere livelli minimi di domanda aggregata, mitigando parzialmente gli effetti della crisi sulle famiglie più vulnerabili.

Tuttavia, questo modello presenta una significativa tensione strutturale sul piano fiscale e ambientale. Il finanziamento del programma dipende in larga misura dalle royalties petrolifere derivanti dallo sfruttamento offshore nella regione. Tale dipendenza introduce una contraddizione centrale: una politica orientata all’inclusione sociale e al rafforzamento dell’economia locale si fonda su una base estrattiva associata a esternalità ambientali negative. In questo senso, il caso di Maricá illustra chiaramente la persistenza di quella che può essere  definita una “ridistribuzione estrattiva”, in cui i benefici sociali di breve periodo risultano legati a rendite generate da attività non sostenibili nel lungo periodo.

Consapevoli di questo limite, le autorità locali hanno promosso la creazione di un Fondo sovrano di Maricá, finalizzato a gestire una parte delle rendite petrolifere con l’obiettivo di garantire nel tempo la continuità delle politiche sociali. Il fondo mira a trasformare le entrate estrattive derivanti in attività finanziarie diversificate, riducendo progressivamente la dipendenza diretta dal petrolio. Tuttavia, la sua capacità di modificare in modo strutturale il modello di finanziamento è ancora in fase di consolidamento, e la sua efficacia dipenderà dall’entità della transizione verso fonti di entrata meno dipendenti dallo sfruttamento delle risorse naturali.

Nel complesso, il caso di Maricá consente di osservare una forma specifica di innovazione nella politica sociale che combina ridistribuzione, sviluppo locale e restrizione monetaria territoriale. Al stesso tempo, mette in luce con chiarezza le tensioni inerenti a modelli di welfare che dipendono da rendite estrattive, ponendo una sfida centrale per la loro sostenibilità futura: la necessità di sganciare l’espansione dei diritti sociali da fonti di finanziamento ad alto impatto ambientale.

Per confronto, e ampliando lo sguardo ad altri casi, il caso del Kenya offre evidenze empiriche rilevanti sugli effetti del reddito di base in contesti di povertà rurale, mostrando impatti positivi sulla resilienza economica, sul risparmio e sugli investimenti, nonché una trasformazione nella composizione del lavoro più che una riduzione dell’occupazione. Tuttavia, questo caso non incorpora una dimensione territoriale né monetaria come quella di Maricá, poiché si tratta di trasferimenti diretti senza restrizioni d’uso.

Il caso dell’Uruguay, invece, si colloca su un piano differente, in cui il dibattito si concentra ancora sulla fattibilità politica e istituzionale di un eventuale reddito di base su scala nazionale. In questo caso, le principali tensioni non derivano tanto dal disegno dello strumento in sé, quanto dal suo finanziamento e dalle resistenze culturali associate all’universalità della misura.

Inoltre, non tutte le esperienze sono andate avanti o hanno avuto successo nel tempo. Un caso illustrativo è l’esperimento di reddito di base in Finlandia (2017–2018) che, pur mostrando effetti positivi sul benessere, non è riuscito a generare impatti significativi sull’occupazione e non è stato adottato come politica permanente. Allo stesso modo, in contesti come quello iraniano, i programmi di trasferimenti universali hanno incontrato difficoltà legate all’inflazione e ai vincoli fiscali, erodendo progressivamente  la loro capacità redistributiva. Questi casi evidenziano che la sostenibilità del reddito di base dipenda non solo dal suo disegno, ma anche da condizioni macroeconomiche e politiche più ampie.

Il reddito di base è praticabile e può quindi essere anche una politica ambientale?

La novità più interessante del dibattito attuale è che il reddito di base universale inizia a essere concepito come parte integrante di una transizione sostenibile. Per comprendere il potenziale del reddito di base nell’ambito di una transizione socio-ecologica, è fondamentale esplicitare i meccanismi attraverso i quali potrebbe generare effetti positivi. In primo luogo, garantendo un reddito minimo, il RBU riduce la pressione immediata legata alla sopravvivenza, contribuendo così diminuire la dipendenza da attività estrattive ad alta intensità o degradanti per l’ambiente. In secondo luogo, aumenta la capacità delle famiglie di assumere rischi economici, facilitando la diversificazione produttiva verso attività potenzialmente più sostenibili. Tuttavia, questi effetti non sono automatici. L’implementazione di un RBU comporta anche rischi e tensioni. Da un lato, può stimolare i consumi aggregati, il che, in assenza di regolazioni ambientali, potrebbe intensificare la pressione sulle risorse naturali. Dall’altro, se il suo finanziamento dipende da rendite estrattive, il RBU rischia di rafforzare le stesse strutture che si intende trasformare. In questo senso, il contributo del RBU alla sostenibilità dipende da condizioni chiave, quali l’esistenza di alternative produttive, di quadri regolatori ambientali solidi e schemi di finanziamento coerenti con una transizione post-estrattiva.

In America Latina, ciò implica una svolta significativa: avanzare verso modelli in cui la ridistribuzione non dipenda esclusivamente dall’estrattivismo, bensì dalla capacità di acquisire e redistribuire alla collettività le rendite associate a beni comuni – come la terra, l’acqua o le risorse naturali . L’esperienza comparata mostra che il reddito di base universale può migliorare la qualità della vita delle persone, ridurre la povertà e ampliare l’autonomia individuale; tuttavia, non è di per sé sufficiente a trasforma il modello di sviluppo, dal momento che può coesistere con economie estrattive.

Per questo motivo, la sfida assume una portata particolarmente rilevante : pensare il reddito di base universale (RBU) per il Sud globale implica molto più che discutere di trasferimenti di reddito. Significa interrogarsi su come innalzare i livelli di benessere senza compromettere le risorse naturali e, di conseguenza, la sostenibilità stessa degli ecosistemi, che costituiscono la base materiale di tale benessere.

Versione originale dell’articolo

 

Foto credits:

User:Desconhecido, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

Copyright: (CC BY-NC 4.0) Mídia NINJA