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«Perché noi dobbiamo rischiare la morte?»: Le madri tunisine contro il neo-colonialismo dei visti

Attanasio Luca

Quando si pensa al fenomeno migratorio, raramente ci si sofferma su quello che il singolo migrante lascia dietro di sé. In una sorta di processo di negazione della storia personale degli individui, specie se provengono dal Sud globale, da questa parte dell’emisfero si fa fatica a immaginare l’universo di legami famigliari, affetti, sentimenti, amori da cui chi emigra si separa a volte per sempre. L’inevitabile lacerazione crea sofferenze in quelli che partono e quelli che restano. Quest’ultimi rimangono spesso sospesi senza notizie, senza contatti con i propri cari con attese che in alcuni casi si protraggono all’infinito, per non dire per sempre. I viaggi che i migranti africani o asiatici affrontano, infatti, non sono semplici percorsi svolti su voli di linea, treni, automobili o altri mezzi di trasporto sicuri, ma tratte spaventosamente pericolose. L’aggravante, in questo contesto, infatti, è che chi parte da Africa, Medio oriente o Sub-continente indiano, non ha de facto vie legali per accedere in Unione Europea ed è sistematicamente costretto a rivolgersi a trafficanti e ad affrontare deserti, lager e mari che di anno in anno mietono vittime. È la war on migrants, la guerra ai migranti che l’occidente ha dichiarato ormai neanche più velatamente a chi cerca di lasciare contesti di conflitto, disastri ambientali, regimi liberticidi o aree di impoverimento progressivo, così come a chi “semplicemente” vuole partire per cercare un futuro migliore, un’eventualità così praticata da questa parte del mondo ma apparentemente preclusa a chi proviene dall’altra.

Naturalmente, proprio come tutte le altre guerre, anche quella ai migranti fa un numero di vittime che non ha nulla da invidiare ai peggiori conflitti in atto nel mondo: sono 32mila circa i morti nel Mediterraneo negli ultimi dieci anni, oltre 4.500 lungo la rotta atlantica dall’Africa occidentale verso le Isole Canarie, oltre a svariate migliaia della cosiddetta Eastern Route (da Corno d’Africa a Paesi del Golfo) o della rotta balcanica. Senza contare – perché il novero è impossibile – tutti quelli che muoiono nei deserti, nei lager libici o nelle deportazioni verso la Libia che il governo tunisino riserva ai migranti subsahariani. Insomma, tutti quelli che muoiono nel percorso precedente all’imbarco.

Proprio al fine di far sentire la voce delle famiglie di migranti morti, dispersi o spariti nel nulla negli ultimi anni, in vari Paesi africani si sono costituite associazioni o organizzazioni di parenti di migranti, in gran parte composte da mamme di figli morti o dispersi nel viaggio verso l’Europa, che uniscono al mutuo sostegno morale e materiale una call to action di tipo politico al fine di richiamare a un riequilibrio delle strategie migratorie europee sempre più improntate a chiusura (come ampiamente dimostrato dal recente Patto sulla migrazione e l’asilo dell’Ue, entrato in vigore il 12 giugno scorso a cui ha fatto seguito l’aggiornamento sul Regolamento Rimpatri approvato al grido sguaiato di “Send them back!”, Rimandateli a casa, degli esponenti dei partiti della destra, ndr). e ammantate di neo-colonialismo più o meno dichiarato. Una delle principali manifestazioni che le mamme d’Africa organizzano è il CommemorAction, una mobilitazione che si ripete ogni anno attorno al 6 febbraio, data che ricorda una delle prime stragi di migranti, e in cui in decine di città – anche europee – si tengono cortei e cerimonie per commemorare le vittime delle politiche di frontiera e della criminalizzazione della solidarietà. Ma oltre a ricordare, CommemorAction unisce le famiglie delle vittime e dei dispersi sulle rotte migratorie, in particolare madri, sorelle e figlie, al fine di chiedere cambiamenti politici, verità e giustizia.

Ad aprire la strada di questo movimento pacifico, sono state le madri tunisine che nel 2016 hanno dato vita all’Associazione delle mamme dei dispersi (Association des Mamans des Disparus).
«A fondare l’Associazione – spiega Latifa Walhazi, presidente – ha pensato mia madre Fatma Kassraouin. Assieme ad alcune mie zie e ad altri madri disperate per la scomparsa dei propri figli ed esauste perché nessuno gli dava ascolto, decise di mettere su un gruppo con un proprio statuto che fosse riconosciuto dalle autorità. In Tunisia se sei sola e ti rivolgi alle istituzioni per avere notizie, per chiedere aiuto, non vieni neanche presa in considerazione. L’associazione ci permetteva di avere un riconoscimento e di agire come un gruppo costituito e di ottenere di più sul piano pratico e politico». La disperazione di Fatma nasceva dall’episodio che ha sconvolto la vita sua e della sua famiglia. Nel marzo 2011, in piena Rivoluzione dei gelsomini, quando per molti giovani tunisini e mediorientali sembravano schiudersi nuovi orizzonti e aumentava il desiderio di libertà e mobilità, suo figlio Ramzi di 24 anni decise segretamente di partire alla volta dell’Europa e di imbarcarsi su un battello allestito dai trafficanti. La famiglia non aveva grossi problemi economici e Ramzi puntava sul completamento del corso universitario vista la sua spiccata propensione per lo studio. Nessuno pensava che avrebbe tentato l’ḥarga (il termine utilizzato in Tunisia per indicare il “viaggio” irregolare, dal verbo ḥaraqa che significa “dare fuoco”, bruciare i confini europei così come i documenti che sono inutili vista l’impossibilità de facto per chi vuole entrare in Ue, di ottenere visti regolari, ndr), che avrebbe progettato di lasciare le sue sicurezze, un percorso formativo e lavorativo già inoltrato e una famiglia molto unita. Ma Ramzi, ossessionato dalla perdita di una gamba del padre a seguito di un incidente e dal desiderio di provvedere a una protesi, e spinto dal sogno di un futuro diverso, decise ugualmente di partire. Da quel 1 marzo 2011, la famiglia non ha avuto più sue notizie. «Fu uno shock per la mia famiglia e per me – riprende Latifa -. Ramzi era il più piccolo di noi fratelli e io, specie da quando mia madre si è dovuta occupare di mio padre invalido, gli ho fatto da mamma. Non volevo crederci: “Ma come ha potuto? Possibile che non mi ha detto nulla?” Non riuscivo a capacitarmi. Lo chiamavo e non mi rispondeva, gli mandavo messaggi ma niente, poi finalmente mi ha risposto, sentivo le urla festanti della gente a bordo, mi disse che stavano per arrivare in Italia, che ce l’avevano fatta, mi chiese di pregare per lui e disse di stare tranquilla». Poi più nulla. Ramzi, così come migliaia di ragazzi tunisini, è stato inghiottito dal mare. «O forse giace in qualche prigione italiana – dice Latifa con un filo di voce e un briciolo di residue speranze – sappiamo di giovani finiti in carcere o in luoghi di reclusione di cui si sono perse le tracce». Latifa, Fatma, e tante altre mamme o sorelle tunisine, oltre al dolore di aver visto un giorno scomparire i propri cari, condividono questa angosciosa condizione di sospensione. Sanno che dopo 10, 15 anni dalla sparizione le speranze che i propri ragazzi siano vivi sono ridotte se non nulle, ma non si rassegnano definitivamente. Non riescono a mettere la parola fine al terribile percorso di dolore e, in qualche modo, lo perpetuano. «Vede quella porta – sospira Fadhila mentre indica l’uscio della sua abitazione a Jbal Lahmer, un quartiere di Tunisi – un giorno il mio ragazzo tornerà e busserà proprio lì». Mansour, il figlio di Fadhila, è partito che non aveva neanche 17 anni nel 2012 e non è più tornato. Purtroppo non ha neanche più dato segni della sua esistenza alla famiglia che resta appesa a una speranza sempre più difficile da alimentare. «Era d’estate, eravamo tutti a letto perché era tardi e sentii qualcuno che bussava alla porta e mio figlio precipitarsi ad aprire. Mi disse che erano i soliti amici e che sarebbe uscito a prendere un po’ di fresco. Non ho potuto neanche salutarlo, è partito senza dirmi nulla, non aveva mai accennato alla volontà di progettare l’harga». In pochi, tra chi tenta il viaggio, avvertono la famiglia. Sanno che troverebbero opposizione e non vogliono far preoccupare la mamma. Sperano di ridurre al minimo l’assenza di comunicazione e di riuscire a telefonare o farsi vivi una volta al sicuro, dall’altra parte del Mediterraneo. Al centro di molti dei loro pensieri, oltre al proprio futuro, c’è il rapporto con la propria madre e nei progetti di migrazione, rientra il desiderio di farla stare bene, «Non si staccava mai da me – dice Fadhila mentre si avvicina all’altarino al centro del salottino con le foto di Mansour – era preoccupato per le mie fatiche (il marito è morto e la situazione economica è precaria, ndr) voleva aiutare la famiglia. Eravamo molto legati, qualcuno ci diceva che più che madre e figlio, sembravamo due amici».

Najlaa ha una cinquantina d’anni ma dimostra di più. Porta il peso della scomparsa di Anas, il suo primogenito, partito da Raf Raf, una meravigliosa località marittima del nord della Tunisia, a un’ora da Tunisi, più di dieci anni fa. Anche lui aveva 17 anni e anche lui, come Mansour, è andato via senza dire nulla. «Eccolo qui – dice, mentre mostra una delle tante foto con cui per anni è andata per posti di polizia, prefetture, ministeri e ong a chiedere aiuto per ricercare il suo ragazzo – non è buffo? (sorride per la prima volta). Bastava guardarlo che faceva ridere tutti. Era simpatico, aveva tante ragazze che gli giravano intorno. Ora sarà un uomo….» abbassa lo sguardo e torna triste. Il realismo sembra lentamente prevalere in Najlaa, non ha deposto definitivamente le speranze ma sa che ormai il tempo trascorso è tanto, troppo.

Per lei, per Fadhila, per tante mamme come loro, l’Associazione delle madri dei dispersi è un’ancora di salvezza. Dal punto di vista pratico aiuta le famiglie a istruire le pratiche per innescare le ricerche dopo le sparizioni, le sostiene nei passaggi amministrativi e burocratici, è riuscita a ottenere dal Ministero degli Affari Sociali un reddito mensile e un’assicurazione sanitaria gratuita per tutte le famiglie dei dispersi e fornisce un supporto morale impagabile facendo sentire tutte e tutti un’unica realtà fortemente unita, portando conforto e solidarietà. Sul lato politico l’Associazione sta sempre di più assumendo un profilo di attivismo significativo. In una Tunisia divenuta l’alleata principale dell’Italia e dell’Europa nelle politiche di contenimento dei flussi migratori che si traducono in campagne di odio xenofobo – scatenate dallo stesso presidente Kais Saied con tanto di pogrom susseguenti – o di vere e proprie deportazioni di migranti subsahariani verso il deserto libico, l’Associazione rappresenta un bastione di diritto e umanità. «Pretendiamo risposte – è decisa Latifa – vogliamo verità e giustizia. Siamo in contatto con tante mamme in altri Paesi dell’Africa e ci opponiamo decisamente alla deriva razzista dell’Europa e del nostro Paese. L’Ue genera politiche e sentimenti razzisti verso chiunque provenga dall’Africa, non concede visti praticamente a nessuno, al di là di classe sociale, sesso o provenienza. Tutto questo perché? Perché gli europei entrano nel nostro Paese senza bisogno di visto, girano il mondo senza alcun problema e noi per viaggiare dobbiamo rischiare la morte?».

Foto Credits: Noborder Network, CC BY 2.0 via Flickr