La giunta maliana prova a resistere a penetrazione jihadista e spinte separatiste
Dall’inizio del secolo, milizie jihadiste affiliate ad Al-Qaeda e gruppi armati di tuareg indipendentisti che popolano il nord del Mali, esercitano sulle leadership politiche una pressione che determina ciclicamente cambiamenti strutturali nella gestione del potere del Paese saheliano e crea regolarmente periodi di instabilità. L’ultima campagna condotta da estremisti islamici e ribelli in ordine di tempo, tra le peggiori della storia per intensità e capillarità, sta mettendo in seria difficoltà il generale Assimi Goïta, presidente della giunta golpista salita al comando a Bamako nel maggio del 2021, e fino a qualche tempo fa saldamente al potere.
A partire dall’ultima settimana di aprile e con un ritmo impressionante, l’alleanza anti-governativa composta dalle milizie jihadiste del Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM) un gruppo affiliato ad al-Qaeda che da anni si è radicato in tutto il Sahel e di tanto in tanto mette a segno atti terroristici o sabotaggi, e i ribelli Tuareg dell’ Azawad Liberation Front (FLA), il movimento separatista guidato dai tuareg che opera principalmente nel nord del Mali, ha messo a ferro e fuoco il Paese e comincia a far scricchiolare quel consenso popolare di cui Goïta ha goduto quasi incondizionatamente fin qui. Con una successione micidiale, il sodalizio anti-Goïta ha scatenato un’offensiva che, a cominciare dal 25 aprile, ha condotto alla conquista dell’importante città di Kidal a nord e di altri cinque centri urbani collocati lungo un asse di oltre 1500 km; ha inferto sonore sconfitte in varie altre zone del Paese alle Forze dell’Esercito (FAMA); he messo le mani su alcune tra le principali basi militari e si è pericolosamente avvicinata a Bamako, la capitale. Nel corso di queste operazioni scattate praticamente in sincronia in ogni angolo del Paese, jihadisti e Tuareg, non nuovi ad alleanze strategiche, hanno preso il controllo di Kati, una località nei pressi di Bamako, dove avevano precedentemente messo a segno con un’autobomba l’attentato costato la vita al potente ministro della difesa Sadio Camara, il tessitore della alleanza militare con la Russia che ha comportato l’ingente e continuato invio di mercenari della Wagner prima e degli Africa Corps poi, da parte di Mosca.
La presenza jihadista in Mali e in tutto il Sahel non è certa una novità. Incursioni di effettivi appartenenti a gruppi vicini alla galassia islamica hanno cominciato a ripetersi con sempre maggiore frequenza fin dai primi anni del 2000. Ma dal 2012 in poi, gli scontri hanno preso la forma di una vera e propria guerra con esercito da una parte e gruppi armati di varie affiliazioni estremistiche dall’altra. La penetrazione da nord in Mali e quello che si stava verificando in altri Paesi della fascia saheliana, preoccuparono la comunità internazionale, in particolare Europa e occidente, che decise di intervenire e di affidare una controffensiva alla Francia, Paese colonizzatore del Mali con cui manteneva saldi rapporti. Nel 2013, l’allora presidente François Hollande decise un intervento militare in Mali e nel Sahel che venne poi nominato Operazione Barkhane e nel giro di pochi mesi spedì in quelle terre più di 5.1000 soldati d’oltralpe a cui vennero affiancati un migliaio di statunitense. Ufficiali francesi di alto rango si trasferirono in Mali e presero il comando di tutte le operazioni oltre che di caserme e di presidi militari in tutto il Paese. Passati sette anni dal primo invio di soldati, per la scarsa conoscenza dei territori e il basso livello di cooperazione tra ufficiali francesi e maliani, la situazione non solo non era migliorata ma la penetrazione jihadista nel Paese e nel resto del Sahel era vistosamente aumentata, il numero degli scontri, degli attentati, delle uccisioni era in netta crescita e l’insoddisfazione tra la popolazione incontenibile. Un gruppo di ufficiali si fece interprete di tali profondi malumori e, forti di un fiero sentimento anticoloniale diffuso tra i maliani, inscenarono due colpi di stato tra il settembre 2020 e il maggio 2021 per scalzare la classe dirigente accusata di accondiscendenza vero Parigi e prendere definitivamente il potere all’inizio dell’estate del 2021. Il giovane ufficiale che si mise alla testa della nuova fase, Assimi Goïta, fece dell’anti-francesismo e della promessa di sconfiggere il jihadismo, le sue due principali armi di propaganda: cacciò tutti i soldati francesi e l’ambasciatore dal Mali nel 2022 e telefonò a Mosca in cerca di nuovi sostegni extra-occidentali guadagnando fin da subito il favore ampio della popolazione.
Da lì in poi, complici gli invii di mercenari russi e un impegno deciso della nuova amministrazione, si cominciarono a vedere i primi risultati. Il jihadismo venne contenuto, battaglie decisive furono vinte e con i Tuareg indipendentisti si raggiunsero alcuni compromessi nella gestione del potere. Ma qualcosa di profondo nell’alleanza Bamako-Mosca ultimamente è entrata in crisi. I recenti attacchi, insieme al perdurante blocco di Bamako da parte del JNIM che nello scorso autunno ha portato al boicottaggio del trasporto di carburante e immobilizzato le attività di tutto il Paese per mesi, fanno temere un nuovo possibile fallimento dopo quello francese. Il modello di sicurezza propugnato dai mercenari russi d’accordo con i militari maliani, basato su operazioni durissime e senza pietà che hanno colpito anche civili colpevoli solo di trovarsi nella traiettoria delle offensive, le operazioni coercitive di contro-insurrezione, hanno sempre di più alienato la popolazione allontanandola da quell’incrollabile fiducia mostrata verso Goïta nei primi quattro anni di potere. «C’è indubbiamente una responsabilità dei militari maliani – sostiene Soumaila Diawara, scrittore maliano e attivista politico residente in Italia – che spesso hanno tentato di escludere una parte della società civile dalle decisioni e mantenuto come riferimento solo quelle persone che gli dicono ciò che gli piace sentire. Hanno escluso, arrestato quei cittadini che invece gli raccontano come stanno le cose, criticando o proponendo soluzioni alternative. Questa forma di autoritarismo, di decisionismo non condiviso, ci ha portato a questa deriva». Anche questi fattori, come sostiene Foreign Policy, hanno favorito il reclutamento jihadista soprattutto tra i giovani che sentono di più la crisi economica e vedono le proprie speranze nel futuro frustrate, e compromesso le attività locali di raccolta di informazioni.
Sempre nell’ambito di rafforzare un senso autoctono e anti-occidentale tra la popolazione e per imprimere una svolta nazionalista alle proprie strategie, il governo golpista ha espulso dal Paese la missione Onu MINUSMA – chiamata nel 2013 a presidiare il territorio maliano al fine di stabilizzare il Paese, proteggere i civili e sostenere il processo di pace – alla fine del 2023 dopo un decennio di presenza, definendola un corpo estraneo e sostanzialmente inutile. Una mossa che come spiega ad Africa Rivista Luca Raineri, analista e ricercatore in Studi di sicurezza presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa può aver creato problemi agli equilibri in essere con il blocco Tuareg del nord «Fino a quel momento (prima della cacciata della MINUSMA, ndr) – ritiene lo studioso – i Tuareg erano interlocutori di un difficile processo di pace. Successivamente sono stati equiparati ai terroristi e trattati come tali».
Assimi Goïta risponde ostentando una certa sicurezza e, dopo una prima fase di disorientamento e scarse uscite pubbliche successivamente agli attacchi del 25 aprile, è tornato a farsi vedere il 9 maggio scorso. Lo ha fatto nello stile delle adunate di massa nelle quali rimarcare il suo ruolo centrale e ribadire la presenza dei suoi sul territorio. A migliaia hanno accolto la chiamata nello stadio Konate di Bamako in un appuntamento che mirava da una parte a commemorare il ministro della Difesa Sadio Camara, ucciso nell’attacco del 25 aprile, dall’altra a raccogliere anche simbolicamente un popolo attorno al suo leader nel momento probabilmente di maggiore debolezza. Da quell’adunata, Goïta continua a rassicurare e a sostenere che la situazione sta tornando alla normalità. «Attualmente – sembra dargli ragione un esponente della comunità cattolica di Bamako contattato da Mondopoli che chiede di restare anonimo – la situazione è tranquilla a Bamako e a Kati. Le normali attività sono riprese nei mercati, nelle scuole, ecc. Nelle località dell’entroterra si registrano alcuni casi isolati di violenza, ma non su larga scala. Sappiamo di alcuni attacchi terroristici sulle strade che collegano Bamako ad alcune città dell’interno, ma la circolazione e gli spostamenti non sono interrotti. A quanto mi risulta, l’unica località ancora sotto il controllo dei terroristi è la città di Kidal. Secondo le informazioni ufficiali, nessun’altra località è sotto il loro controllo. Bamako non sembra essere a rischio al momento. Le misure di sicurezza sono state rafforzate in città e nei dintorni a partire dal 25 aprile. Le misure sono state rafforzate anche in altre località importanti, soprattutto in quelle che hanno subito attacchi. In tutte queste città è stato istituito un coprifuoco fino ad oggi, tranne che a Bamako, dove è stato revocato da una settimana».
Kidal, come sottolinea l’esponente della chiesa cattolica, è saldamente nelle mani delle forze antigovernative. La conquista di questa città è cruciale perché è una storica roccaforte dei Tuareg che la considerano capitale di un loro stato indipendente nel futuro, quando tutto l’Azawad (il nome del nord del Mali secondo i separatisti Tuareg, ndr) sarà libero. Kidal fu riconquistata alla fine del 2023 grazie a un’operazione condotta dai miliziani mercenari della Wagner e da quel momento in poi è assurta a simbolo della potenza della giunta. Ora che è cambiato nuovamente padrone, segna, almeno nel nord, una debolezza intrinseca di Goïta e dei suoi.
«Il nostro Paese – è sciuro Dora Cheick Diarra, docente di filosofia e attivista per la giustizia sociale ed economica in Mali – è sotto attacco da parte di eserciti internazionali (Al-Qaeda e lo Stato Islamico) al servizio dell’imperialismo. La situazione è molto difficile e complessa. A parte la città di Kidal, in ogni caso, sebbene anche in questo momento stiano combattendo con accanimento, non controllano nessun’altra città. L’esercito maliano sta cercando di riconquistare la città. Tuttavia, va detto che i terroristi riescono ancora a destabilizzare la situazione con i loro attacchi. I movimenti ribelli sono sempre stati in combutta con i terroristi, per gli osservatori informati non si tratta di una novità. Questa volta lo hanno dichiarato apertamente perché era nel loro interesse. Credo che chi sostiene questi gruppi abbia ormai compreso la loro vera natura»
Tra le notizie che si susseguono ci sono anche alcune di possibili ingerenze internazionali dietro questa nuova fase di destabilizzazione di una gestione del potere politico che appare a molti apertamente decolonizzata e orgogliosamente panafricanista. Alcune parlano di interferenze dell’Algeria accusata dalla giunta maliana di ospitare elementi vicini ai ribelli Tuareg, atre, arriverebbero addirittura a immaginare dietro l’avanzata dell’alleanza anti-governativa, agenti ucraini. Ipotesi, ovviamente, tutte da verificare.
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