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L’indice 2026 del rischio geopolitico regionale

Redazione

L’indice 2026 del rischio geopolitico regionale

 L’infografica illustra l’andamento del rischio geopolitico regionale secondo il World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale di aprile 2026. L’indicatore è costruito ponendo pari a 100 la media degli anni Novanta: valori superiori a 100 indicano quindi un livello di rischio geopolitico più elevato rispetto a quel decennio.

Il dato di fondo è chiaro: in tutte le grandi regioni del mondo il rischio geopolitico è aumentato nel tempo, e negli anni 2020 risulta ovunque più alto rispetto sia agli anni 2000 sia agli anni 2010. Ciò segnala che le tensioni internazionali non rappresentano più episodi isolati, ma un tratto strutturale del contesto economico globale.

Tra le regioni considerate, gli incrementi più marcati si osservano in Europa e in Asia-Pacifico. In Europa l’indice passa da poco più di 100 negli anni 2000 a circa 225 negli anni 2020, mentre in Asia-Pacifico sale da circa 145 a oltre 220. Anche Africa e Medio Oriente mostrano un forte aumento, da poco più di 100 negli anni 2000 a circa 190 negli anni 2020. In Sud America il rischio cresce da valori intorno a 110 fino a circa 175, mentre in Nord America l’incremento è più contenuto, pur restando evidente, con un indice che negli anni 2020 supera 140.

Questa dinamica riflette una trasformazione profonda delle relazioni internazionali. Secondo il Fondo monetario, l’economia mondiale ha finora mostrato una notevole capacità di resistenza di fronte a shock successivi, ma il nuovo conflitto militare che dal febbraio 2026 coinvolge il Medio Oriente rappresenta un ulteriore banco di prova. Il conflitto ha già prodotto costi umanitari elevati, danni alle infrastrutture critiche e gravi interruzioni del traffico marittimo e aereo nell’area. Le conseguenze non restano circoscritte alla regione, ma si trasmettono all’economia mondiale attraverso l’aumento dei prezzi delle materie prime, il peggioramento delle aspettative di inflazione (particolarmente sensibili ai prezzi dell’energia e dei beni alimentari: si veda anche il contributo video di Jomo Sundaram) e un rafforzamento dell’avversione al rischio nei mercati finanziari.

I paesi emergenti e in via di sviluppo importatori di materie prime risultano particolarmente esposti. In questi contesti, infatti, l’aumento dei prezzi energetici e alimentari può essere aggravato dal deprezzamento della valuta nazionale, con effetti più pesanti su inflazione, bilancia dei pagamenti e condizioni sociali. Il messaggio dell’infografica è quindi che il rischio geopolitico non è solo una questione diplomatica o militare: è ormai una variabile economica centrale, capace di incidere direttamente su crescita, commercio, inflazione e stabilità finanziaria.

Nel complesso, il grafico suggerisce che l’economia globale si muove in un ambiente segnato da una crescente instabilità geopolitica. L’intensità, la durata e l’estensione dei conflitti restano per definizione difficili da prevedere, ma proprio questa imprevedibilità è oggi uno dei principali fattori di vulnerabilità dell’economia internazionale.

Nota metodologica

L’indicatore utilizzato è il country-specific geopolitical risk index elaborato da Caldara e Iacoviello (2026) e ripreso dal Fondo monetario internazionale. Si tratta di una misura basata sulle notizie, costruita analizzando il contenuto di 10 importanti quotidiani pubblicati in Canada, Regno Unito e Stati Uniti, con riferimento a eventi geopolitici avversi.

I dati nazionali sono stati poi aggregati per regione e mediati su base decennale (anni 2000, 2010, 2020), quindi normalizzati assegnando valore 100 alla media degli anni Novanta. Di conseguenza, il grafico non rappresenta livelli assoluti di conflittualità, ma l’intensità relativa del rischio geopolitico rispetto al benchmark degli anni 1990.