La crisi dell’istruzione in Myanmar: una generazione “in sospeso”
La chiamano “una generazione perduta”. Quella dei ragazzi e dei giovani birmani che, nel Myanmar segnato da cinque anni di guerra civile, hanno perso cinque anni di scuola è una generazione che rimarrà segnata per sempre da una cesura educativa che peserà come un macigno sul futuro dell’intera nazione.
Il quadro in cui la questione si innesta è una nazione lacerata da un conflitto civile nato all’indomani del colpo di stato con cui una giunta militare ha preso il potere nel 2021, sovvertendo il governo democraticamente eletto e dando il via a una guerra civile che vede l’esercito birmano combattere contro il suo stesso popolo. In un confronto apparso fin dall’inizio asimmetrico, il potente esercito “Tatmadaw” che, grazie ad alleati come la Cina e la Russia, dispone di armamenti pesanti, conduce la guerra grazie a bombardamenti aerei indiscriminati contro le forze della resistenza, un insieme frastagliato di varie anime e gruppi, non armonicamente uniti: vi sono delle milizie spontanee, composte da giovani di etnia bamar, quella principale, cui appartengono anche gli esponenti della giunta e la gran parte dell’esercito; a combattere sono anche gli eserciti organizzati già presenti negli stati etnici (divisioni amministrative del territorio nazionale) che compongono il Myanmar e che da oltre 60 anni lottano per l’autonomia, in una nazione storicamente caratterizzata da un pluralismo etnico (8 i gruppi principali, 135 quelli ufficialmente censiti) e da un rapporto conflittuale tra il governo e le regioni abitate da popoli diversi da quello bamar. Il paese è stato dal 1962 in mano ai militari, che negli anni ‘90 ha intrapreso un percorso di progressiva e controllata democratizzazione, attraverso quella che definì “democrazia disciplinata”, segnato dall’ascesa della Lega Nazionale per la Democrazia, guidata dal Premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi. L’esperimento, iniziato con la scrittura di una nuova Costituzione nel 2008, è iniziato con le elezioni del 2010 ma ha avuto vita breve e accidentata, partendo realmente solo con il voto del 2015 e terminando con il golpe del 2021.
Come illustra nel rapporto State of Myanmar 2026 l’Institute for Strategy and Policy (ISP), think tank indipendente con sede in Thailandia, specializzato sul conflitto birmano, in un conflitto divenuto nel 2025 “sporadico ma più intenso”, con oltre 2500 episodi di scontri e di violenza sul campo e oltre 600 vittime civili, «i guadagni tattici delle battaglie continuano a oscillare sul campo, ma a livello più ampio della guerra, la situazione è bloccata in una situazione di stallo: nessuna delle due parti riesce a ottenere una vittoria decisiva, né è vicina alla sconfitta totale». E nessuna delle parti in lotta, tantomeno, è incline a una prospettiva di un cessate il fuoco o aprire negoziati.
Mentre la guerra civile continua – il think tank “Armed Conflict Location and Event Data Project” (ACLED) riporta oltre 93mila vittime da febbraio 2021 e oltre 28 milioni di abitanti esposti alla violenza – il paese resta spaccato in due: la zona centrale, quella con le città principali come Mandalay, Naypyidaw, Yangon, Pathein è appannaggio della giunta al potere che controlla l’esercito nazionale; le regioni e gli stati di confine (oltre il 40% del territorio) sono controllate dagli eserciti delle minoranze etniche e dalle “Forze di difesa popolare”, nate dopo il golpe, che combattono il regime e fanno capo al Governo di unità nazionale (NUG), un “governo ombra”, composto da ex parlamentari, politici estromessi dalla giunta, membri di gruppi etnici, in esilio o nelle cosiddette “zone liberate”, cioè non controllate dalla giunta. Il NUG persegue esplicitamente l’obiettivo di rovesciare la giunta militare e instaurare una democrazia federale, cercando sostegno nella comunità internazionale.
In tale scenario si situa il tentativo della giunta militare di “normalizzare” la situazione a livello politico e sociale tanto all’interno, quanto nelle relazioni internazionali, indicendo elezioni politiche tra dicembre 2025 e gennaio 2026, al fine di insediare un “governo civile”, anche se de facto composto da esponenti militari che si presentano in abiti civili. Dalle operazioni di voto, infatti, sono stati esclusi partiti democratici come la Lega Nazionale per la Democrazia – il partito che governava il paese prima del golpe del 2021 – come tutti quei cittadini (oltre metà della popolazione) sfollati o residenti nella zone non controllate governo centrale. In una tornata elettorale contestata come “non trasparente e illegittima” dall’Onu e dalla comunità internazionale e dalle Ong, e che ha visto alle urne la popolazione di 265 su 330 municipi dell’ex Birmania, i cittadini sono spesso andati al voto in un clima di paura e sotto minaccia, assegnando la prevedibile vittoria al partito espressione della giunta militare l’Union Solidarity and Development Party (USDP).
Nel quadro di violenza diffusa, oltre cinque milioni di allievi delle scuole elementari e medie non hanno completato il proprio corso di studi tra il 2021 e il 2026. Nello scenario di un paese polarizzato, diviso in aree di influenza che, laddove si toccano, lasciano spazio al campo di battaglia, il settore dell’istruzione è divenuto anch’esso un terreno di confronto fin dalle primi fasi del conflitto, quando il vasto movimento di disobbedienza civile rappresentava uno dei modi più diffusi ed efficaci per esprimere il rifiuto della presa di potere militare. Allora, una parte sostanziosa degli insegnanti e degli studenti boicottarono scuole e università controllate dal Consiglio Amministrativo Statale (la giunta golpista), per dimostrare un sostegno più o meno diretto al NUG.
Sai Khaing Myo Tun, presidente della “Myanmar Teachers’ Federation” conferma che «docenti ed educatori sono stati in prima linea nella resistenza, rifiutando di lavorare sotto il sistema educativo controllato dalla giunta militare. Hanno aderito alla protesta con diversi mezzi: continuando a insegnare fuori dagli istituti pubblici, difendendo i diritti umani e promuovendo la democrazia». E, rimarca, «hanno pagato un prezzo enorme: detenzioni arbitrarie, torture e persino uccisioni. Molti sono stati costretti a nascondersi o all’esilio in paesi vicini come la Thailandia o l’India». Nonostante la repressione, aggiunge Sai Khaing Myo Tun, «oggi oltre 150.000 insegnanti rimangono attivi e si offrono volontariamente per insegnare, senza stipendio né reddito, a circa un milione di studenti».
A questo livello, la rete che fa capo al NUG si è adoperata per istituire strutture educative parallele. Nell’agosto 2024, NUG ha annunciato di aver istituito circa 6.000 “scuole comunitarie provvisorie” nelle aree liberate e controllate dalla resistenza, per cercare di garantire, con sessioni in presenza e online, un percorso di studi agli allievi che hanno perso l’accesso all’istruzione. Secondo il Ministero dell’Istruzione del NUG, le scuole comunitarie attualmente istruiscono oltre 750.000 studenti di scuole elementari, medie e superiori e impiegano oltre 60.000 docenti.
Si sono delineati, così, due sistemi educativi che fanno capo, secondo la situazione esistente sul territorio, a due “stati paralleli”: da un lato la giunta ha cercato di imporre un’istruzione centralizzata e monolingue attraverso emendamenti restrittivi alla Legge sull’Istruzione Nazionale; dall’altro il NUG e i gruppi etnici promuovono un’istruzione basata sulla lingua madre e gestita dalle rispettive comunità, per gli studenti dei numerosi gruppi etnici. Nello sforzo di riorganizzare la vita sociale, in uno stato di conflitto prolungatosi e cristallizzatosi, il NUG e le organizzazioni etniche affrontano le sfide di ricostruire le infrastrutture, aprire nuove scuole e professionalizzare l’insegnamento.
In tali istituti, gli studenti birmani spesso iniziano gli studi seguendo il percorso dell’IGCSE (International General Certificate of Secondary Education), un titolo accademico riconosciuto a livello internazionale, equivalente all’esame di maturità britannico, grazie agli storici legami del Myanmar con il Regno Unito. Tuttavia la scarsità di insegnanti qualificati e la mancanza di risorse e materiali di studio rendono difficile completare il percorso per conseguire l’IGCSE. Anche la durata del programma è un fattore determinante: esso richiede uno studio strutturato di due anni in un contesto scolastico formale, cosa che la maggior parte degli studenti birmani, molti sfollati, semplicemente non ha.
Di conseguenza, molti passano al GED (General Educational Development), un esame di equivalenza americano per la scuola superiore, riconosciuto a livello internazionale, anche dalle università degli Stati Uniti e di altri paesi. I programmi GED risultano più accessibili e ampiamente disponibili attraverso i centri educativi per migranti lungo il confine con la Thailandia, molti dei quali sono istituiti da enti di beneficenza cristiani e offrono lezioni gratuite.
Un altro capitolo riguarda il processo di ammissione all’università: a tal fine il NUG ha avviato una collaborazione con organizzazioni internazionali ed enti locali, come il Consiglio per l’istruzione del Consiglio esecutivo ad interim dello Stato Karenni (IEC) e la Ta’ang Education Academy (TEA), per fornire un’istruzione di livello universitario. Per i giovani che lo desiderano, il NUG ha istituito 201 strutture di formazione temporanea che offrono corsi universitari, che accolgono attualmente oltre 100.000 gli studenti iscritti.
Va detto che, in risposta all’organizzazione educativa parallela considerata ostile, la giunta non ha esitato a colpire istituti scolastici non riconosciuti: un’organizzazione indipendente come “Myanmar Witness” ha censito almeno 240 scuole bombardate e distrutte su tutto il territorio nazionale. Tra gli episodi più cruenti, nell’ attacco aereo condotto a maggio del 2025 su una scuola del villaggio di Oe Htein Kwin, nei pressi di Depayin, cittadina nella regione di Sagaing, a nord di Mandalay, sono stati uccisi oltre 20 bambini e due insegnanti volontari.
Nonostante i rischi, nell’ottica di proporre un’istruzione in controtendenza rispetto al sistema educativo pubblico, espressione del nazionalismo militare, la società civile ha cercato di offrire a bambini, ragazzi e giovani spazi per articolare concezioni alternative dell’istruzione stessa e del futuro del paese. «Tali esperienze educative offrono una diversa comprensione dell’identità e dell’appartenenza nazionale, spesso nella prospettiva di uno stato federale, in contrasto sia con la centralizzazione militare, sia con la balcanizzazione che rischia il paese, dato che il colpo di stato del 2021 ha innescato, e in alcuni casi rafforzato, una dinamica centrifuga sotto molti aspetti», spiega Paul Win Aung Myint, psicologo ed educatore, con studi all’Università pubblica Yadanapon a Mandalay, dal 2024 in Europa per conseguire un dottorato di ricerca all’università cattolica Augustinianum a Roma.
Non mancano i riferimenti a diversi passaggi della storia nazionale: la ribellione del personale scolastico e degli studenti evoca lo sciopero studentesco degli anni ’20 del secolo scorso contro il “sistema educativo schiavista” coloniale o richiama la rivolta degli studenti dell’Università di Rangoon contro il generale e dittatore Ne Win nel 1962. Si ricorda, inoltre, la repressione delle proteste studentesche del 1974, in occasione dei funerali di U Thant, diplomatico birmano e segretario generale delle Nazioni Unite dal 1961 al 1971, inviso alla giunta militare allora al potere. Tra le vicende più recenti, poi, si cita il ruolo guida svolto dagli studenti nella rivolta del 1988: tutti momenti che hanno ispirato la protesta del 2021 e i movimenti della resistenza civile.
Con il prolungarsi del conflitto – e la creazione dell’alleanza che ha visto gli eserciti delle minoranze etniche unirsi alle forze di difesa popolari – nelle città dove governa la giunta scuole e istituti educativi hanno ripreso a funzionare, dopo i primi due anni di chiusura pressoché totale. Negli stati, regioni e territori non controllati dalla giunta, invece, per sopperire alla mancanza di istruzione si sono moltiplicate spontaneamente esperienze indipendenti che organizzano sessioni scolastiche per i bambini, ma anche corsi di infermieristica, tecnologia o lingue destinati a migliaia di adolescenti. Organizzazioni sociali e religiose (buddiste e cristiane) hanno fondato piccole scuole informali, soprattutto a beneficio degli sfollati che, nel paese, sono oltre 3,5 milioni. Queste esperienze scolastiche, tuttavia, non hanno alcun riconoscimento e non possono rilasciare titoli di studio.
Altri giovani, soprattutto delle scuole superiori, cercano di fuggire in Thailandia, per poter continuare il percorso di formazione e anche per sfuggire al provvedimento di arruolamento coatto emesso dalla giunta del 2024. La Thailandia, tuttavia, continua ad applicare criteri molto restrittivi per l’immigrazione e nel rilasciare visti di studio.
«La guerra, la chiusura delle scuole, l’abbandono scolastico distruggono il futuro dei giovani, soprattutto di quanti – la maggioranza – non ha accettato il nuovo regime dopo il colpo di stato. Le limitate opportunità o la totale mancanza di apprendimento hanno dunque generato una crisi massiccia nel settore dell’istruzione del Myanmar che ha come conseguenza la perdita di ‘capitale umano’ nella nazione», rimarca Paul Win Aung Myint.
Secondo un rapporto del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP), il sistema scolastico del paese risente pesantemente della situazione e l’apprendimento di bambini e giovani del Myanmar – nel complesso un terzo della popolazione di 55 milioni di persone – risente dell’instabilità politica, dei disordini sociali, della contrazione dell’economia. I percorsi di istruzione sono gravemente erosi, lasciando i giovani del Myanmar in un limbo, impossibilitati a realizzare il proprio potenziale e costruire il loro futuro.
Intitolato “Una generazione in sospeso: occupazione e istruzione dei giovani in Myanmar”, il rapporto dell’UNDP rileva che giovani delle zone rurali sono particolarmente svantaggiati, rispetto ai coetanei delle aree urbane, il che aggrava le disuguaglianze regionali. Tre giovani su quattro tra i 18 e i 24 anni non frequentano più corsi di istruzione o formazione. La cifra sale a quattro su cinque nelle regioni di confine come Tanintharyi, Chin, Sagaing e Kayin. Il blocco dei percorsi di istruzione in Myanmar rappresenta «un allarme generazionale» rileva il documento. «Milioni di giovani donne e uomini vedono le loro aspirazioni crollare sotto il peso di un’istruzione interrotta, della persistente insicurezza, di radicate barriere sociali e di genere», afferma il testo. Cresce, dunque rischio di una generazione che si ritrova a essere “NEET” (Not in Education, Employment or Training), ovvero quei giovani che, loro malgrado, non sono impegnati e non possono seguire un percorso di istruzione, formazione o occupazione: il fenomeno già ha raggiunto la quota del 25% su scala nazionale mentre, nelle aree dove infuria la guerra, come lo stato Kayah, il tasso tocca il 42%.
I giovani birmani, generalmente, sono comunque consapevoli del fatto che l’istruzione e la formazione professionale sono una priorità assoluta e, se le condizioni sul campo lo permettono, non esitano a ricercare e seguire percorsi di istruzione. Tra le esperienze informali e le formule possibili, ha preso piede anche l’istruzione online come testimonia “Mynamar Teacher”, una piattaforma educativa che, grazie al sostegno dell’Unesco, offre 250 corsi con lezioni gratuite di inglese e corsi curriculari a 85mila studenti birmani registrati. «Abbiamo puntato sull’accessibilità, sull’apprendimento a prezzi accessibili e sulla possibilità per gli insegnanti di insegnare e condividere la conoscenza», spiega Thu San, espatriata, fondatrice e responsabile dell’insegnamento della piattaforma Myanmar Teacher. «Studenti e insegnanti possono trovare lezioni video, materiali scaricabili e risorse didattiche per supportare l’apprendimento, in un tempo estremamente difficile, per dare continuità all’istruzione», rileva Thu San, organizzatrice di una piattaforma che, per sostenere la comunità birmana, offre lezioni online gratuite e prevede, poi, anche opzioni a pagamento, con specifici corsi di specializzazione, grazie a docenti birmani all’estero.
Percepite come un’alternativa all’istruzione pubblica, posta sotto il controllo diretto del regime, in Myanmar le scuole private – nelle grandi città controllate dalla giunta – offrono programmi e curricula diversi. Quegli istituti hanno trovato un necessario compromesso, seguendo il curriculum nazionale (con materie aggiuntive, come maggiore enfasi sull’inglese) e accettando di rispettare la Legge sull’istruzione privata promulgata nel 2023 che, per incrementare il patriottismo, prevede di rendere omaggio alla bandiera birmana e di far cantare ai ragazzi l’inno nazionale.
«La carenza idi istruzione è una tragedia per il paese e per il futuro delle nostre giovani generazioni», sottolinea Joseph Win Hlaing Oo, preside di un istituto privato a Yangon fondato nel 2015, che rilascia titoli di studio riconosciuti dallo stato. Il Joseph Education College, istituto di ispirazione cristiana, ha formato oltre 700 tra diplomati e laureati e nel 2026 ha tenuto la quinta cerimonia di consegna di lauree e diplomi a 30 studenti che, ha detto il preside, «hanno perseverato negli studi nonostante le profonde sfide che il sistema educativo del Myanmar deve affrontare». «Si tratta di un atto di resilienza», ha detto, riconoscendo che «l’insicurezza e il conflitto armato hanno avuto un impatto drastico sulle iscrizioni e sulla possibilità di portare avanti gli studi». Il dirigente scolastico ha invitato gli studenti a non cedere di fronte alle difficoltà, ma a provare a dare un contributo alla società – specialmente a bambini e ragazzi, bisognosi a loro volta di istruzione – anche nella drammatica situazione che vive il paese, lacerato dal conflitto.
Un contributo di resilienza si ritrova anche nel sistema educativo monastico buddista, fondato in Myanmar nell’XI secolo, presente in monasteri e templi buddisti, che da sempre svolge un ruolo importante nelle comunità, soprattutto per i bambini svantaggiati, poveri, orfani e sfollati interni. Istituzioni buddiste offrono istruzione gratuita e continuano a dare a bambini e ragazzi opportunità educative.
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