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Gioventù, moda e creatività: il mondo dell’abbigliamento di seconda mano e l’emergere dei “Nhonguistas” in Mozambico

Cuambe Lina Jéssica Isaias

In molte città del Mozambico è in atto un movimento silenzioso che sta trasformando il modo in cui i giovani vivono, consumano e guadagnano denaro. È un fenomeno che nasce nelle strade, nei quartieri popolari, nei mercati informali e si diffonde attraverso i social network. Racconta storie di creatività, sopravvivenza, moda e identità. I protagonisti sono giovani che trovano nell’abbigliamento di seconda mano non soltanto un modo di vestirsi, ma anche un percorso di autoaffermazione, imprenditorialità e costruzione del futuro.

Questo è l’universo dei venditori di abiti usati e, al suo interno, si distingue un gruppo che ha acquisito particolare visibilità per coraggio e intraprendenza: i Nhonguistas. Si tratta di giovani intermediari informali che gestiscono l’accesso alla merce, influenzano i prezzi e contribuiscono a plasmare relazioni di dipendenza economica all’interno dei mercati dell’abbigliamento di seconda mano.

Il termine Nhonguista ha origine nella lingua xichangana e deriva da ngonga (“cintura”). Esso indica l’intermediario informale che facilita le vendite, soprattutto nei negozi di abbigliamento della città di Maputo. La denominazione è associata alla pratica discreta di ricevere commissioni (nhonga) nascoste vicino alla cintura, fuori dalla vista dei proprietari dei negozi.

Questo articolo analizza il modo in cui i giovani mozambicani trasformano balle di abiti di seconda mano in opportunità di reddito, creatività e autonomia. Per molti di loro, vendere o acquistare vestiti usati non rappresenta soltanto una scelta economica, ma uno stile di vita e una strategia di sopravvivenza in un contesto segnato dalla scarsità di lavoro formale.

Come tutto è iniziato: il fascino dell’abbigliamento di seconda mano

Negli ultimi anni, indossare abiti di seconda mano ha smesso di essere associato alla povertà per affermarsi come una vera e propria forma di espressione personale. I giovani mozambicani si sono progressivamente orientati verso capi unici, stili alternativi e, naturalmente, prezzi accessibili. Più che seguire le tendenze globali, creano le proprie, reinventando la moda a partire da ciò che già esiste.

A differenza di molti paesi europei, il Mozambico non dispone di un’industria tessile solida e diversificata. La maggior parte degli abiti presenti sul mercato proviene da donazioni internazionali ed è confezionata in grandi sacchi, comunemente chiamati fardos, contenenti vestiti usati provenienti da diverse parti del mondo. Ogni fardo è una sorta di “scatola a sorpresa”: può contenere capi semplici per l’uso quotidiano, vestiti firmati, articoli rari o pezzi quasi nuovi.

È in questo contesto che emerge una nuova figura di giovane imprenditore, capace di riconoscere valore dove altri vedono solo scarti. Molti iniziano con risorse minime: un piccolo capitale, un fardo condiviso con amici o persino qualche capo ereditato. Tuttavia, grazie alla creatività e a una visione imprenditoriale, riescono a trasformare la vendita di abiti usati in un’attività promettente.

I social media svolgono un ruolo centrale in questo processo, diventando vere e proprie vetrine digitali attraverso cui i venditori espongono i propri capi, costruiscono un’identità visiva riconoscibile e attirano clienti da diverse aree del paese. Alcuni giovani arrivano persino a diventare influencer all’interno dei propri quartieri, promuovendo il consumo consapevole e dimostrando che lo stile non dipende da marchi costosi.

Questo dinamismo si riflette anche nei mercati locali. Spazi come Xipamanine, Xiquelene e numerose piazze urbane della città di Maputo sono diventati luoghi di scoperta, contrattazione e creatività. Qui, l’abbigliamento di seconda mano acquista nuova vita: viene adattato, personalizzato e reinventato. Ogni capo porta con sé una storia, un’origine e un futuro rinnovato.

L’emergere dei Nhonguistas: giovani che muovono il mercato

Con la crescita del commercio di abbigliamento di seconda mano, è emersa con chiarezza la presenza di una figura chiave che sostiene l’intero sistema: i Nhonguistas. Si tratta di giovani che si sono specializzati nell’ottenere un accesso privilegiato ai fardos e nel garantire che il flusso di merce non si interrompa. Sebbene spesso restino invisibili allo sguardo del pubblico, sono loro ad assicurare che venditori ambulanti, bancarelle e piccoli negozi dispongano sempre di abiti da mettere in vendita.

Raggiungere questa posizione non è semplice. Per diventare Nhonguista sono necessari un capitale iniziale, contatti affidabili con i fornitori e, soprattutto, una conoscenza pratica approfondita della qualità dei fardos. Si tratta di un sapere che si acquisisce nel tempo, attraverso l’esperienza, e che tende a escludere molti giovani privi di reti di supporto o di un’esperienza acquisita in precedenza.

Con il passare del tempo, i Nhonguistas hanno assunto una posizione centrale nel mercato, che consente loro di influenzare sia la qualità della merce che circola sia i prezzi applicati. Il loro potere non si fonda su regole formali o accordi scritti, ma sulla collocazione strategica che occupano all’interno della catena di approvvigionamento. Pur non agendo come un’associazione organizzata e senza concordare esplicitamente i prezzi, il controllo dell’accesso ai fardos permette loro di stabilire individualmente i prezzi di rivendita, tenendo conto della domanda, della qualità dei capi e del rapporto con ciascun cliente.

Tra i Nhonguistas esiste una forte concorrenza, soprattutto nei grandi centri urbani, dove si contendono fornitori, fardos di qualità migliore e una clientela stabile. Tuttavia, questa competizione coesiste con forme informali di cooperazione. Essi condividono informazioni sull’arrivo della merce, si supportano nel trasporto e, in alcuni casi, anche nello stoccaggio dei fardos. Il mercato dell’abbigliamento di seconda mano funziona così all’interno di un equilibrio dinamico e costante tra rivalità e solidarietà.

I Nhonguistas si muovono con agilità tra mercati all’ingrosso, magazzini e centri urbani. Conoscono persone, percorsi e orari. Il loro sapere nasce dall’esperienza diretta: dalle notti trascorse nei terminal di trasporto, dagli errori che sono costati denaro e dalle trattative condotte per strada.

L’attività è svolta prevalentemente da uomini, ma anche le donne stanno progressivamente affermandosi come Nhonguistas, soprattutto nei contesti urbani. Sebbene manchino dati statistici precisi, la presenza femminile appare in crescita, seppur ancora minoritaria, segnalando un cambiamento graduale nelle dinamiche di genere all’interno del mercato informale.

Questi giovani non costituiscono una rete unica né provengono tutti dallo stesso territorio. Arrivano da quartieri diversi, da contesti sociali eterogenei e da traiettorie di vita differenti, ma sono accomunati da una stessa logica di sopravvivenza e di ricerca di opportunità economiche.

La quotidianità dei Nhonguistas è tutt’altro che semplice. Gli spostamenti sono lunghi e faticosi, spesso effettuati su mezzi di trasporto sovraffollati o improvvisati. La merce viene frequentemente custodita in abitazioni private, stanze in affitto o piccoli depositi informali situati nei pressi dei mercati. A ciò si aggiungono perdite di merce, spese impreviste e le difficoltà costanti legate al trasporto di fardos pesanti. Nonostante tutto, i Nhonguistas continuano, consapevoli che il loro lavoro sostiene numerose piccole attività commerciali e garantisce il sostentamento delle proprie famiglie.

Questo scenario mette in luce un elemento fondamentale: i Nhonguistas sono, a tutti gli effetti, giovani imprenditori che hanno creato un proprio segmento all’interno del mercato informale. Assumono rischi, investono risorse, osservano le tendenze e negoziano con abilità. Il loro ruolo è diventato talmente centrale che molti venditori sostengono che, senza di loro, l’intero sistema di commercio dell’abbigliamento di seconda mano semplicemente non funzionerebbe.

L’impatto dei Nhonguistas va ben oltre la dimensione economica. La loro attività contribuisce ad ampliare l’accesso a capi di abbigliamento a prezzi contenuti, influenza i comportamenti di consumo e alimenta la creatività di migliaia di giovani. Ogni fardo che arriva sul mercato rappresenta una nuova possibilità di reinvenzione, sia individuale sia collettiva. Allo stesso tempo, costituisce anche un gesto di sostenibilità, spesso non intenzionale, poiché prolunga la vita utile degli indumenti e contribuisce a ridurre gli sprechi.

In questo contesto, appare evidente che l’emergere dei Nhonguistas non sia un fenomeno isolato, bensì una risposta diretta alla scarsità di opportunità di lavoro formale, alle disuguaglianze economiche e alla straordinaria capacità creativa che caratterizza la gioventù mozambicana.

Considerazioni finali

La storia dei venditori di abbigliamento di seconda mano e, in particolare, dei Nhonguistas offre uno spaccato significativo della gioventù del Mozambico: una gioventù resiliente, creativa e capace di reinventare il proprio percorso di vita di fronte a profonde limitazioni socioeconomiche. Grazie alla conoscenza dei fardos, delle rotte di approvvigionamento e delle dinamiche di negoziazione, i Nhonguistas sono diventati protagonisti di un sistema che, pur collocandosi ai margini dell’economia formale, sostiene numerose famiglie e contribuisce in modo significativo alla vitalità dell’economia urbana. La loro attività mette in luce, da un lato, le fragilità delle strutture economiche formali e, dall’altro, la forza trasformativa della gioventù in contesti avversi.

Più che semplici intermediari, i Nhonguistas si configurano come veri e propri agenti di cambiamento: garantiscono l’accesso alla merce, dinamizzano il commercio locale, influenzano le tendenze, favoriscono la circolazione del reddito e rafforzano pratiche di sostenibilità, seppur spesso in modo non intenzionale. Il loro ruolo, tuttavia, non è privo di difficoltà: essi operano in condizioni di instabilità e affrontano rischi costanti.

Comprendere il percorso dei Nhonguistas significa, quindi, comprendere la vitalità delle città mozambicane e il modo in cui i giovani continuano a creare soluzioni laddove le opportunità sono scarse. Trasformando fardos in mezzi di sostentamento, abiti usati in occasioni di riscatto e difficoltà in ingegno, essi dimostrano una forza quotidiana che merita riconoscimento. Sono la prova che il futuro non si costruisce solo nelle istituzioni formali, ma anche nei mercati e nelle mani di chi ha il coraggio di immaginare e creare nuovi percorsi.

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Foto credits: I, AmigoDia, CC BY-SA 2.5 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.5>, via Wikimedia Commons