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Mozambico: sfollati interni, i giovani come rifugiati climatici e le loro strategie di adattamento

Bascoro Elias

Gli eventi climatici estremi, come cicloni, siccità e inondazioni, hanno costretto milioni di persone a spostarsi sia all’interno dei propri paesi sia oltre i confini nazionali. Si stima che oltre il 50% degli sfollamenti interni a livello globale sia legato a shock ambientali, in particolare nelle regioni più vulnerabili e con una limitata capacità di adattamento.

In Africa, la forte dipendenza dall’agricoltura pluviale e l’elevata esposizione ai cicloni rendono giovani e famiglie particolarmente vulnerabili, spingendoli spesso alla migrazione forzata. In Mozambico, questo fenomeno assume contorni ancora più critici, colpendo soprattutto bambini e giovani.

Oltre agli effetti immediati sulle condizioni di vita delle popolazioni coinvolte, la mobilità forzata ostacola il raggiungimento di numerosi Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, tra cui l’accesso a un’istruzione di qualità, la tutela della salute e del benessere, la riduzione delle disuguaglianze e la costruzione di comunità resilienti. Gli spostamenti interrompono infatti l’accesso ai servizi di base, ai mezzi di sussistenza e alle opportunità di sviluppo umano, aggravando ulteriormente le condizioni di vulnerabilità dei giovani sfollati.

In Mozambico, gli sfollamenti interni presentano caratteri eterogenei e interessano diverse aree del paese, riflettendo la varietà degli shock climatici e dei contesti di instabilità. Nella regione centrale, distretti come Buzi e Nhamatanda, nella provincia di Sofala, così come alcune zone della Zambézia, tra cui Quelimane, registrano sfollamenti ricorrenti legati al passaggio di cicloni e alle inondazioni.

Nel nord del paese, in particolare nella provincia di Cabo Delgado, dal 2017 teatro di attacchi di matrice jihadista che portano la firma di Al-Shabaab, lo sfollamento interno è fortemente influenzato dalla violenza armata, spesso ulteriormente aggravata da eventi climatici estremi. Secondo organizzazioni internazionali come l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, l’UNICEF e l’UNHCR, oltre il 60% della popolazione sfollata internamente è composta da bambini e giovani, a conferma della particolare vulnerabilità di questa fascia d’età.

Accanto ai dati aggregati, le testimonianze individuali permettono di cogliere la dimensione umana dello sfollamento giovanile. A Buzi, nella provincia di Sofala, un ragazzo di 17 anni, costretto a spostarsi dopo gravi inondazioni, ha raccontato in un rapporto dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM):

«L’acqua ha portato via tutto durante la notte: la casa, i quaderni di scuola e il campo di mio padre. Quando siamo arrivati al centro di accoglienza, dormivamo in un’aula insieme a molte altre famiglie. Ho dovuto interrompere gli studi per mesi per aiutare a ricostruire la nostra casa».

Questa testimonianza mostra come gli eventi climatici improvvisi interrompano simultaneamente l’accesso all’abitazione, all’istruzione e ai mezzi di sussistenza, costringendo molti adolescenti ad assumere responsabilità in età precoce. Situazioni analoghe sono state documentate a Nhamatanda, dove giovani accolti in scuole temporaneamente convertite in centri di accoglienza hanno segnalato significative difficoltà nel reinserimento scolastico.

Una giovane sfollata ha dichiarato in un rapporto dell’UNICEF (2023):

«La scuola è diventata un rifugio e poi non c’era più spazio per studiare. Anche quando le lezioni sono riprese, non c’erano abbastanza libri per tutti».

Queste testimonianze aiutano a comprendere perché solo una quota limitata di bambini e giovani sfollati riesca a mantenere una frequenza scolastica regolare.  Nel nord del paese, in particolare nella provincia di Cabo Delgado, i racconti legati allo sfollamento causato dalla violenza armata rivelano esperienze ancora più traumatiche. Un giovane sfollato da Mocímboa da Praia, citato in un rapporto dell’UNHCR (2024), ha raccontato:

«Siamo fuggiti senza nulla quando sono iniziati gli attacchi. Abbiamo camminato per diversi giorni fino ad arrivare a Montepuez. Qui siamo al sicuro, ma non sappiamo quando potremo tornare né che cosa troveremo».

Questo tipo di sfollamento, segnato dall’incertezza, dalla perdita di familiari e dalla rottura dei legami sociali, ha effetti profondi sulla salute mentale dei giovani e sul loro senso di appartenenza.

Anche altri giovani sfollati accolti dalle comunità ospitanti nella provincia di Nampula hanno segnalato difficoltà di integrazione sociale. Secondo uno studio dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), un giovane ha affermato:

«Le persone ci accolgono, ma è difficile: siamo in molti e non c’è lavoro per tutti».

Questa testimonianza evidenzia come la rapida crescita della popolazione modifichi gli equilibri demografici delle comunità ospitanti, intensificando la competizione per risorse e opportunità. Allo stesso tempo, molti giovani sviluppano strategie di resilienza strettamente legate alle condizioni dei centri di accoglienza e delle comunità che li ospitano.

In distretti come Buzi e Nhamatanda, giovani accolti in scuole e centri comunitari adattati a strutture temporanee organizzano gruppi informali di mutuo sostegno per condividere il cibo, supportare gli adolescenti più vulnerabili e mantenere routine di studio di base. Secondo le testimonianze raccolte dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni e dall’UNICEF, questi gruppi di supporto tra pari contribuiscono a ridurre l’isolamento sociale e ad affrontare lo stress emotivo legato allo sfollamento.

Un’altra strategia ricorrente è la vendita di prodotti agricoli, piccoli commerci e lavori occasionali, contribuendo alla sussistenza familiare. Nei centri di reinsediamento di Montepuez e Chiúre, diversi giovani riferiscono di aver appreso nuove tecniche agricole o mestieri di base, adattandosi alle condizioni locali e riducendo gradualmente la dipendenza dall’assistenza umanitaria.

Nel loro insieme, queste iniziative – sebbene informali – svolgono un ruolo fondamentale nel preservare la motivazione, rafforzare l’autostima e alimentare la speranza di costruire un futuro più stabile.

In sintesi, lo sfollamento interno dei giovani in Mozambico è il risultato della combinazione tra shock climatici e instabilità armata, con la provincia di Cabo Delgado come principale area di origine degli spostamenti e Sofala, Nampula e Zambézia come territori chiave di accoglienza.

Nonostante le ingenti perdite subite, molti giovani dimostrano una notevole capacità di resilienza attraverso la costruzione di reti di supporto, il ricorso al lavoro informale e la partecipazione attiva alla vita comunitaria. Riconoscere e sostenere queste strategie è fondamentale per promuovere risposte più efficaci e inclusive, capaci di coniugare l’assistenza umanitaria con gli obiettivi di sviluppo sostenibile del paese.

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Foto Credits:  ©USAID Attribution-NonCommercial 2.0 Generic – attraverso https://pixnio.com/it/persone/folla/parte-di-routine-molti-rifugiati-campo-raccolta-acqua