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L’Afghanistan dei ritorni: quando la crisi migratoria si trasforma in crisi urbana  

De Vito Mattia

Un flusso di massa senza precedenti 

A partire da settembre 2023, l’Afghanistan è teatro di uno dei più imponenti flussi di rimpatrio a livello globale. Centinaia di migliaia di persone sono costrette a rientrare nel Paese – sia attraverso rimpatri spontanei sia per mezzo di espulsioni forzate – principalmente dal Pakistan e dall’Iran e, in misura minore, da altre nazioni. Questo fenomeno è determinato da una concomitanza di fattori economici, misure restrittive adottate dai paesi ospitanti e crescenti tensioni politiche con il governo de facto di Kabul. 

L’ingente volume di rientri esercita una severa pressione sulle aree urbane, periurbane e rurali di destinazione, intensificandosi in modo critico negli insediamenti più fragili. La rapida crescita della popolazione urbana, indotta dai ritorni, è ulteriormente accelerata da un costante esodo rurale verso le città – dinamica alimentata in gran parte, ma non esclusivamente, dagli effetti avversi del cambiamento climatico –, dove milioni di sfollati interni versano già in condizioni di estrema vulnerabilità. 

Secondo i dati dell’Humanitarian Needs and Response Plan del 2026, solo nel corso del 2025 sono rientrate in Afghanistan 2,8 milioni di persone, mentre per il 2026 si stimano ulteriori 2 milioni di rimpatriati. Complessivamente, dall’inizio della crisi, il numero dei ritorni ha superato la soglia dei 4,5 milioni, determinando un incremento della popolazione nazionale superiore al 12%, in linea con le stime della Banca Mondiale. 

Questo shock demografico si innesta in un quadro macroeconomico e sociale già profondamente compromesso. Si calcola infatti che circa 21,9 milioni di persone – pari al 45% della popolazione afghana – necessitino di assistenza umanitaria, con urgenze particolarmente acute sul piano abitativo. Gli effetti combinati della crisi economica successiva al ritiro delle truppe statunitensi, l’ascesa al potere dei Talebani nell’agosto 2021, decenni di conflitti bellici e ricorrenti shock climatici continuano a erodere la capacità di accoglienza delle comunità locali. Ad aggravare lo scenario si aggiungono le politiche di respingimento di alcuni paesi europei: secondo i dati di Amnesty International, nel 2025 la Germania ha proceduto all’espulsione di circa 80 cittadini afghani, nonostante i reiterati appelli contrari delle Nazioni Unite. 

La mutazione della crisi: dal confine alla città 

La tendenza della maggior parte dei rimpatriati a stabilirsi nei centri urbani e periurbani è dettata dalla ricerca di opportunità economiche, servizi essenziali e reti di supporto sociale. Di conseguenza, in tutto l’Afghanistan, incluse le province di Kabul, Kunduz, Jalalabad e Herat, si registra una significativa espansione degli insediamenti informali. Questa crescita demografica incontrollata sta mutando la natura della crisi migratoria, trasformandola in una complessa sfida urbana. 

Le ripercussioni più immediate investono soprattutto il settore dell’housing: la vertiginosa domanda di alloggi ha costretto numerose famiglie a sistemarsi in condizioni di precarietà assoluta, all’interno di aree marginali e prive di standard abitativi minimi. 

La pressione antropica grava drammaticamente anche sulle infrastrutture primarie. In molteplici aree, l’accesso all’acqua potabile – già strutturalmente deficitario prima dell’attuale ondata a causa di scarsi investimenti e limitata capacità gestionale – è divenuto critico. L’incremento della popolazione sta esaurendo le falde acquifere e sovraccaricando i sistemi di approvvigionamento e le reti igienico-sanitarie, spesso fatiscenti o prive di manutenzione. In agglomerati come Kabul, che conta oltre 6 milioni di abitanti, la disponibilità idrica rappresenta oggi una delle principali emergenze per la popolazione residente. 

Il mercato del lavoro sconta analoghe difficoltà di accoglienza. Molti rimpatriati si inseriscono in un sistema economico asfittico e caratterizzato da un’estrema competitività. La carenza di occupazione dignitosa non fa che alimentare la vulnerabilità economica dei nuclei familiari, cronicizzandone la dipendenza dagli aiuti umanitari. 

A tale quadro si somma una crescente esposizione ai rischi ambientali. Le aree periferiche che accolgono nuovi arrivati sorgono frequentemente in zone geomorfologicamente instabili, esposte a inondazioni, erosione del suolo e desertificazione. Di conseguenza, le fragili strutture abitative rischiano l’annientamento a ogni calamità naturale. In questo scenario, i paesaggi urbani e periurbani afghani si configurano come il punto di intersezione tra crisi migratoria, emergenza climatica e vulnerabilità strutturale, con ripercussioni destinate a protrarsi ben oltre l’attuale fase emergenziale. 

 La sfida della reintegrazione sociale 

Stephanie Loose, Country Programme Manager di UN-Habitat Afghanistan, evidenzia come la fase più critica non coincida con il mero attraversamento della frontiera, bensì con le dinamiche successive al rientro: 

“Milioni di persone sono state forzatamente rimpatriate dai paesi vicini, ma la vera sfida deve ancora essere affrontata. Qui parliamo di una complessa opera di reintegrazione”. 

Loose sottolinea come una percentuale cospicua di rimpatriati non disponga di un luogo d’origine a cui fare ritorno. Per le nuove generazioni, il rientro in Afghanistan non costituisce un ritorno in senso tradizionale, quanto piuttosto l’inizio ex-novo di un percorso esistenziale in un contesto ostile. Circa il 60% dei rimpatriati ha un’età inferiore ai 18 anni e risulta privo di reti sociali, parentali o professionali in grado di agevolarne l’inserimento. Tale isolamento acuisce il rischio di alienazione, marginalizzazione e adozione di strategie di sussistenza negative. 

In questa cornice, lo spazio urbano diviene il fulcro attorno al quale si gioca il successo o il fallimento delle politiche di stabilizzazione. Non si tratta più soltanto di erogare aiuti di prima emergenza, ma di strutturare le condizioni necessarie affinché i singoli possano sviluppare prospettive a lungo termine, trasformandosi in soggetti attivi per le comunità locali. 

 Il nodo cruciale della coesione sociale 

Mentre l’opinione pubblica si focalizza prevalentemente sugli aspetti logistici e umanitari, la vera sfida strutturale risiede nella coesione sociale. Nei centri urbani afghani i rimpatriati si innestano in tessuti sociali già provati da disoccupazione e penuria di risorse. La necessità di spartire servizi già insufficienti accresce inevitabilmente il potenziale di conflittualità sociale. Loose rimarca il valore strategico della reintegrazione per la futura stabilità del Paese:

“Reintegrarsi è un prerequisito fondamentale per un futuro di pace in Afghanistan, poiché le persone ritornano in un contesto in cui le risorse sono scarse e la competizione per l’accesso al lavoro, alla terra, alla casa e ai servizi è ai massimi storici”. 

In assenza di investimenti mirati a promuovere il dialogo e la cooperazione tra residenti e nuovi arrivati, la percezione della competizione rischia di degenerare in mutua diffidenza. 

“Se non si stimola l’interazione tra la popolazione locale e i rimpatriati, questo senso di rivalità crescerà, minando la coesione sociale e ponendo le basi per nuove e profonde cause di conflitto”. 

La reintegrazione non può quindi essere ridotta a una pratica burocratica o emergenziale. Essa costituisce un processo sociologico che richiede interventi volti a rafforzare le comunità, incentivare la partecipazione paritaria e garantire equità nell’accesso alle opportunità economiche. 

Un elemento spesso trascurato è il capitale di competenze recato con sé dai rimpatriati, molti dei quali hanno maturato professionalità e specializzazioni durante gli anni trascorsi all’estero. Approcciarsi a tali soggetti esclusivamente come beneficiari passivi di assistenza umanitaria significa disperdere un potenziale prezioso per la ripresa economica e la resilienza urbana dell’Afghanistan. Se opportunamente valorizzati, questi individui possono tramutarsi in catalizzatori per lo sviluppo locale e la ricostruzione del tessuto sociale. 

 Ripensare la risposta: dalla logica emergenziale alla pianificazione urbana 

In risposta all’attuale crisi, le autorità de facto hanno promosso l’assegnazione di terreni demaniali alle famiglie rimpatriate tramite appositi decreti, individuando in questa strategia la chiave per la reintegrazione. Tuttavia, i riscontri storici derivanti dalle precedenti ondate di ritorni evidenziano forti limiti sistemici. 

Già prima del 2021, i programmi governativi prevedevano l’istituzione di specifiche townships destinate ai rientranti. L’esperienza sul campo dei principali attori umanitari ha dimostrato che la collocazione geografica e l’accessibilità infrastrutturale sono i fattori discriminanti per la sostenibilità di qualsiasi insediamento pianificato. Molte delle townships formalmente pianificate in passato sono rimaste di fatto disabitate a causa del loro isolamento dai mercati del lavoro e dalle reti di relazioni sociali. 

Per tali ragioni, gli investimenti umanitari internazionali dovrebbero orientarsi verso un approccio basato sul Nexus tra aiuto umanitario, sviluppo e potenziamento degli insediamenti urbani e periurbani già esistenti, garantendo al contempo l’accettazione da parte delle popolazioni locali. Assicurare ai nuovi arrivati l’accesso ai servizi essenziali – quali istruzione, sanità e soluzioni abitative dignitose – è la precondizione per il raggiungimento di una graduale autosufficienza. 

La pianificazione integrata gioca un ruolo decisivo: l’erogazione di moduli abitativi deve procedere di pari passo con la connessione ai servizi di prossimità (mercati, scuole, presidi sanitari), favorendo la polivalenza degli spazi e l’eterogeneità sociale, nel rispetto delle norme socio-culturali e della mitigazione dei rischi climatici. 

Il caso afghano dimostra come, per disinnescare la crisi e generare soluzioni durature, non sia efficace edificare nuovi nuclei isolati, bensì consolidare i sistemi urbani esistenti. Integrare i rimpatriati all’interno di tessuti già antropizzati consente loro di beneficiare di economie di scala, strutture di governance comunitaria e relazioni sociali già consolidate. Le evidenze territoriali dimostrano che le popolazioni sfollate raggiungono standard superiori di sicurezza, dignità e inclusione laddove si persegue l’assimilazione sociale, piuttosto che la segregazione in insediamenti edificati ex-novo. 

Come ribadito da Stephanie Loose, la sostenibilità di questo processo richiede non solo finanziamenti emergenziali, ma soprattutto investimenti strutturali a lungo termine: solo interventi continuativi possono emancipare la popolazione dalla dipendenza dal sussidio umanitario, ponendo le basi per una stabilità duratura. 

 Il futuro della reintegrazione passa dalle città 

In definitiva, la gestione dei rimpatri in Afghanistan trascende la mera accoglienza logistica, configurandosi come la capacità dei centri urbani di far fronte a una crescita demografica senza precedenti. Se negletta, tale dinamica rischia di tramutare gli insediamenti urbani e periurbani nei nuovi epicentri di instabilità e vulnerabilità del Paese. 

Al contrario, lo spazio urbano deve essere interpretato non solo come catalizzatore di criticità, ma come laboratorio di soluzioni sostenibili. Riqualificare gli insediamenti esistenti, potenziare i servizi pubblici, favorire la coesione sociale e sostenere l’inserimento economico dei rimpatriati costituiscono i pilastri per trasformare una crisi strutturale in un’opportunità di sviluppo inclusivo. 

In una fase storica caratterizzata dalla contrazione dell’attenzione internazionale e dal progressivo calo dei finanziamenti globali verso l’Afghanistan, la lezione che emerge è univoca: la reintegrazione non può essere delegata a interventi frammentari o contingenti. È indispensabile adottare strategie sistemiche, calibrate sulle specificità locali e guidate da processi partecipativi, capaci di rispondere equamente alle istanze delle comunità locali e delle persone che fanno ritorno nel Paese. 

 

Foto credit: NATO Training Mission-Afghanistan, CC BY-SA 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0>, via Wikimedia Commons