L’agroecologia come alternativa all’agrobusiness: l’esperienza della UTT in Argentina
In America Latina l’agrobusiness convive con varie contraddizioni. Secondo gli ultimi dati disponibili della FAO, la regione è una delle maggiori produttrici mondiali di mais e soia, guidata da Brasile e Argentina. Nel 2022 il Brasile era il secondo esportatore mondiale di mais e l’Argentina il terzo; nel 2021 il Brasile era il terzo produttore mondiale di soia e l’Argentina il quarto. Nonostante ciò, l’America Latina continua a registrare alti livelli di malnutrizione e insicurezza alimentare. Secondo la FAO, nel 2023 la fame colpiva il 6% della popolazione della regione e quasi il 30% viveva una condizione di insicurezza alimentare moderata o grave. L’agrobusiness genera disuguaglianze sociali, impoverisce le famiglie contadine e ne favorisce lo spostamento verso le città. Ciò deriva in parte da un modello corporativo e transnazionale che espande la frontiera agricola tramite il land grabbing e concentra la terra in poche mani. Secondo la FAO, il 10% dei maggiori proprietari terrieri controlla l’88% della terra, mentre il 40% dei piccoli proprietari ne gestisce meno del 5%. Tra il 2002 e il 2014, in dodici paesi della regione, il numero di famiglie agricole è diminuito di un quinto e l’occupazione agricola di 11 punti percentuali. Inoltre, l’America Latina, insieme all’America del Nord e Centrale, è la seconda regione per emissioni agricole di gas a effetto serra (4276,3 milioni di tonnellate), dopo l’Asia (6844,7 milioni). Queste emissioni contribuiscono agli eventi climatici estremi che minacciano colture e infrastrutture alimentari.
L’agrobusiness è oggi il sistema del cibo egemonico a livello globale. Diversi studi sostengono che nella produzione alimentare mondiale prevale un regime alimentare corporativo in cui poche imprese transnazionali controllano la maggior parte delle filiere agroalimentari. Questo modello si è imposto dagli anni ’80 con la globalizzazione e l’inserimento del cibo nei trattati di libero scambio dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), che ne ha favorito la trasformazione in commodity. Di conseguenza, l’obiettivo del regime è commercializzare commodities più che fornire alimenti. Nel caso dell’America Latina, la maggior parte della produzione agricola è destinata all’alimentazione animale o ai biocarburanti, mentre solo il 30% è destinato al consumo umano. Sebbene le famiglie contadine garantiscano il 70% del consumo alimentare domestico, la loro sopravvivenza è minacciata dagli effetti di questo modello.
Di fronte a questa realtà, organizzazioni di piccoli produttori, famiglie contadine e comunità indigene dell’America Latina promuovono da decenni iniziative agro ecologiche. L’obiettivo è trasformare la vita rurale e le modalità di produzione e distribuzione degli alimenti per costruire sistemi alimentari sovrani. La particolarità dell’agroecologia nella regione è che non rappresenta solo una tecnica produttiva sostenibile. È anche una strategia politica per l’emancipazione delle comunità oppresse, la difesa del territorio e la costruzione di futuri ecologici, comunitari e giusti. A tal fine si avvale di strumenti propri dell’America Latina, come l’educazione popolare, la metodologia Contadino a Contadino e il Dialogo dei Saperi. Questi strumenti consentono di recuperare e condividere saperi sui semi e sulle modalità di produzione di alimenti freschi in armonia con la natura. Si tratta di metodologie di apprendimento-insegnamento tra pari, radicate nelle esperienze territoriali e nella co-costruzione di conoscenze tra contadini, ricercatori e tecnici.
In Argentina, l’Unione dei Lavoratori e delle Lavoratrici della Terra (UTT) rappresenta un esempio di come l’agroecologia sia molto più di un insieme di pratiche agricole sostenibili. L’adozione di questa strategia riflette un processo di cambiamento sociale, formazione e resistenza alle crisi economiche, alle violenze di genere e all’assenza dello Stato.
L’Unione dei Lavoratori e delle Lavoratrici della Terra in Argentina
La transizione agroecologica non faceva parte del progetto originario della UTT. Come racconta uno dei suoi referenti, questo approccio ha acquisito importanza con la crisi inflazionistica, quando tra il 2013 e il 2014 l’inflazione è passata dal 23,5% al 40% annuo. L’aumento dei costi di produzione, insieme alle pratiche abusive degli intermediari e agli effetti degli agrochimici sulla salute di contadini, rendeva sempre più difficile sostenere l’agricoltura convenzionale.
Di fronte a questo scenario, la UTT ha cercato alternative per ridurre la dipendenza dagli input agricoli e promuovere propri canali di commercializzazione. L’agroecologia è emersa come una strategia economicamente ed ecologicamente sostenibile, coerente con gli obiettivi politici del collettivo: la tutela dei diritti dei contadinə, l’accesso alla terra e l’autonomia economica. Infatti, questo approccio riduce la dipendenza da fertilizzanti e pesticidi chimici, sostituendoli con preparati naturali prodotti nelle aziende agricole e diminuendo i costi di produzione. L’integrazione della biodiversità nelle colture migliora la fertilità del suolo e limita gli insetti nocivi, mentre la diversificazione colturale amplia le fonti di reddito delle famiglie contadine. Associata a forme collettive di commercializzazione, rafforza l’autonomia economica dei produttori e il controllo sui sistemi produttivi e alimentari.
La UTT è nata nel 2010 nella cintura orticola di La Plata, una delle principali aree di produzione di alimenti freschi dell’Argentina. Oggi riunisce 22.000 famiglie in diverse province del Paese. Generalmente ciascuna si dedica a un’attività specifica (agricoltura, allevamento, latticini o trasformazione dei prodotti), ma tutte condividono strategie per rendere più efficace il lavoro e garantire canali di commercializzazione favorevoli.
Il percorso verso l’agroecologia
Il primo passo verso l’agroecologia è stato la creazione della Colonia “20 de Abril Darío Santillán” a Luján, Provincia di Buenos Aires, un luogo in cui le famiglie potessero vivere e lavorare. Questo processo non è stato né semplice né rapido. Innanzitutto, richiedeva l’occupazione di terreni pubblici inutilizzati, obiettivo che non fu raggiunto al primo tentativo. Inoltre, i contadini dovevano formarsi in questa nuova tecnica di coltivazione, per cui fu predisposto un percorso formativo finalizzato alla sostituzione degli agrochimici con preparati biologici e alla progettazione di orti biodiversi. Infine, dovevano preparare la Colonia alla coltivazione, ripulendo i terreni, rigenerando i suoli e sperimentando le nuove tecniche per la produzione orticola.
La UTT ha diversi canali di distribuzione che hanno permesso la commercializzazione dei prodotti agroecologici. Come in altre sedi, la Colonia dispone di un punto vendita di frutta e verdura; ancora distribuisce questi prodotti attraverso i negozi gestiti dalla UTT nelle città di La Plata e Buenos Aires e tramite nodi territoriali coordinati da cittadinə, che offrono cassette di ortaggi ai residenti che non hanno accesso ai punti vendita. In questi punti vendita i prezzi di frutta e verdura sono inferiori a quelli dei supermercati e di molti negozi di quartiere, anche grazie all’eliminazione degli intermediari. Inoltre, il prezzo viene definito e aggiornato collettivamente: il 60% del valore è destinato ai produttori, il 20% al trasporto e il 20% ai punti vendita.
Per estendere l’agroecologia ad altre province, la UTT ha creato il Consultorio Tecnico Popolare (COTEPO), una segreteria dedicata alla formazione di tecnici contadini specializzati in agroecologia. Attraverso la metodologia Contadino a Contadino, sono gli stessi compagni a trasmettere le conoscenze acquisite. A tal fine, la COTEPO distribuisce bioinput e piantine, grazie alla creazione di una biofabbrica, e coordina incontri nei territori per condividere saperi, pratiche e innovazioni durante il processo di transizione.
Agroecologia con le donne dentro
Anche la transizione agro ecologica della UTT non è stata inizialmente accompagnata da una prospettiva femminista. Sono state le donne a mettere in discussione le violenze e le disuguaglianze di genere presenti sia nell’organizzazione sia nell’agricoltura convenzionale in generale.
Secondo le loro testimonianze, un grave caso di violenza domestica ai danni di una compagna ha reso impossibile continuare a ignorare questa e altre situazioni problematiche. Sebbene le donne fossero protagoniste di questo cambiamento nelle modalità di coltivazione, molte restavano escluse dagli spazi decisionali e di rappresentanza e si trovavano a sostenere un doppio carico di lavoro, domestico e produttivo. Inoltre, percepivano che le loro opinioni ricevevano minore riconoscimento negli spazi di lavoro collettivo.
Rendere l’agroecologia più inclusiva ha avuto una prima milestone nel 2018 con la creazione della Segreteria delle Donne Contadine. Questo è stato un passaggio rilevante per le donne, perché è nato da una decisione politica dell’intera UTT in un’assemblea nazionale. La Segreteria ha creato il Programma di Formazione delle Promotrici di Genere, un’iniziativa volta a rafforzare gli interventi che le donne già mettevano in pratica, in modo intuitivo, per accompagnare situazioni di violenza e creare reti di sostegno contro la discriminazione. Le prime promotrici hanno acquisito competenze tecniche specifiche, ma hanno anche saputo trasformare gli spazi produttivi in luoghi di ascolto, sostegno reciproco e rafforzamento dell’autostima delle donne.
A queste strategie si sono aggiunte attività per l’autonomia economica. Molte compagne della UTT non riuscivano a lasciare relazioni violente perché dipendevano economicamente dai propri partner. La produzione agricola, la coltivazione di piante medicinali, i loro derivati (farmaci e cosmetici) e la trasformazione dei prodotti (marmellate e conserve) sono stati fondamentali per raggiungere questo obiettivo.
Tra gli altri progressi vi sono: la parità nella coordinazione delle segreterie; l’introduzione della forma femminile nel nome dell’organizzazione; e la creazione di un protocollo per la prevenzione delle violenze, anch’esso approvato, non senza difficoltà, dall’assemblea nazionale della UTT. Sebbene resti ancora strada da fare per raggiungere la parità di genere, le donne riconoscono che questi spazi hanno trasformato le loro vite, rendendole più autonome e permettendo la costruzione di una rete di cura reciproca.
Senza politiche pubbliche non c’è agroecologia
Il caso della UTT in Argentina mostra come l’agroecologia sia una proposta profondamente politica che nasce negli orti e si estende all’intero sistema sociale che ruota attorno all’alimentazione. È anche un processo di transizione dinamico, capace di reinventarsi di fronte ai cambiamenti interni al collettivo. Un esempio è il ruolo delle donne e la loro lotta per un’agroecologia che non riproduca le disuguaglianze di genere, ma contribuisca a trasformarle. Questa agenzia femminile si confronta tuttavia con limiti legati a cause strutturali più ampie. Ad esempio, le donne incontrano maggiori difficoltà nell’accesso alla terra e la transizione all’agroecologia può tradursi in un doppio carico di lavoro, produttivo e di cura.
Questa dinamicità è sensibile anche ai cambiamenti esterni. Le esperienze agro ecologiche della regione dipendono dal lavoro collettivo, ma anche da politiche pubbliche a sostegno dell’agricoltura familiare. In Argentina, queste iniziative stanno attraversando una fase critica. Le decisioni di riduzione della spesa pubblica adottate dal governo nazionale hanno colpito istituzioni e programmi legati alla produzione contadina, ma anche le politiche sociali che sostengono il lavoro delle organizzazioni. La chiusura del Ministero delle Donne ha indebolito le reti di prevenzione della violenza e di contrasto alle disuguaglianze di genere nei territori rurali.
Ciò aggiunge un ulteriore elemento alla dimensione politica dell’agroecologia. Senza dubbio, non è possibile intraprendere una transizione agro ecologica senza contadini. Ma non è possibile neppure senza consumatori consapevoli di ciò che mangiano, di come vengono prodotti gli alimenti e di chi li produce, né senza un sostegno pubblico capace di valorizzare gli sforzi che nascono dal basso per costruire un presente e un futuro sostenibili per tutti.
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