Dietro gli accordi in Congo, interessi predatori
Tra i tanti accordi di pace rivendicati da Donald Trump, alcuni neanche sapendo esattamente quali Paesi fossero coinvolti nei conflitti (si vantò ad esempio di aver facilitato un’intesa tra Azerbaijan e Armenia ma nella conferenza stampa fece riferimento a un deal tra un fantomatico “Aberbaijan” e l’Albania) quello tra Repubblica Democratica del Congo (Rdc) e Rwanda, siglato a Washington lo scorso 4 dicembre, è forse il più smaccatamente basato su interessi (minerali e terre rare) e, probabilmente proprio per questo, tra i più fallimentari.
L’area interessata dagli accordi in questione è l’est della Repubblica Democratica del Congo, una regione tormentata da decenni di conflitto che hanno causato secondo molte fonti almeno una decina di milioni di morti e provocato continui esodi biblici interni o al di là dei confini, in Burundi, Rwanda e Uganda. Il primo, clamoroso segnale di quanto fosse fragile l’intesa siglata dai due presidenti Felix Tshisekedi (Rdc) e Paul Kagame (Rwanda), sotto lo sguardo soddisfatto di Donald Trump secondo cui si stava «ponendo fine a una guerra che dura da decenni», emerse a neanche una settimana dalla sigla di Washington. Proprio mentre l’amministrazione USA faceva filtrare il consueto ottimismo per l’ennesima intesa raggiunta che come prima condizione premetteva il ritiro delle truppe rwandesi e filo-rwandesi dal suolo congolese, l’M23 – la famigerata milizia al soldo di Kigali, che dal gennaio del 2025 ha occupato sostanzialmente tutto il Kivu del Nord e buona parte del Kivu del Sud – il 10 dicembre marciava indisturbata su Uvira, seconda città del Kivu del Sud per importanza strategica. La città, al confine con il Burundi, era peraltro divenuta una roccaforte fondamentale per l’esercito congolese e le milizie filo-governative (note come Wazalendo), nonché un punto di ingresso per le truppe burundesi che sostengono Kinshasa.
L’operazione ha fatto letteralmente infuriare il Segretario di Stato americano Marco Rubio che ha accusato il Rwanda di una «chiara violazione degli accordi» e portato a un progressivo raffreddamento nei rapporti tra Kigali e Washington che perdura da quei giorni. L’M23, in risposta, ha mostrato mortificazione e si è detta prontissima a collaborare, salvo poi conservare salda per settimane la posizione e spostarsi con molta lentezza sulle colline che sovrastano Uvira al fine di mantenere in ogni caso un controllo, seppure fuori dalla città.
«La pace è tornata nella mia regione solo sulla carta – scrive su The New Humanitarian Ladi Lutu, pseudonimo di una giornalista congolese che si recata ad Uvira tra dicembre e gennaio scorsi. I presidenti si sono stretti la mano, i flash delle macchine fotografiche avevano lampeggiato e Donald Trump aveva dichiarato conclusa un’altra guerra. Eppure ogni chilometro di strada percorsa racconta una storia diversa. Porta con sé l’odore della polvere da sparo e della morte e i segni di persone fuggite nella disperazione. Dimostra come le parole pronunciate dall’alto si dissolvono nel momento stesso in cui raggiungono il suolo. Un abitante di un villaggio vicino a Uvira non riusciva nemmeno a descrivere le cose “orrende” a cui aveva assistito mentre si supponeva che fosse stata firmata la pace. «I decisori mondiali non sanno nulla di ciò che sta accadendo nel mio Paese», ha detto.
Il passaggio dell’M23 a Uvira è stato devastante. Si calcola che i due terzi circa della popolazione siano fuggiti dalla città. Moltissimi sono finiti nel vicino Burundi, intorno ai 150mila, e tanti fanno fatica a rientrare perché i confini sono chiusi. Ma ai profughi vanno aggiunti i morti e i feriti di cui non si hanno statistiche ufficiali ma la cui conta non lascia spazio a molte speranze. Nel frattempo, il raggio di azione dell’M23, si allarga. All’inizio di febbraio, la milizia filo-Kigali, ha attaccato l’aeroporto di Kisangani utilizzando droni al fine di distruggere la «superiorità aerea» di Kinshasa. Restaurato e inaugurato in pompa magna dal presidente Félix Tshisekedi il 26 ottobre scorso, l’aeroporto internazionale di Bangoka, situato a 17 km da Kisangani, capitale della provincia orientale di Tshopo, è considerato il migliore del Paese. In un comunicato datato 3 febbraio, riportato da Jeune Afrique l’M23 afferma di aver distrutto «il centro di comando dei droni militari». La zona militare dell’aeroporto infatti, ospita droni cinesi (CH-4) e turchi (TAI Anka) utilizzati dalle Forze armate congolesi (Fardc).
L’M23 sconfina regolarmente in territorio congolese da anni. Ma dall’inizio del 2025, le occupazioni si sono moltiplicate a un ritmo impressionante. A gennaio dello scorso anno i ribelli sono entrati a Goma, la capitale del Kivu del Nord: ci avevano provato varie altre volte ma l’occupazione era durata poco. In questo caso, invece, da oltre un anno non solo il presidio si è consolidato, ma l’area di influenza si è ampliata. Ormai grandissime fette del Kivu del Nord sono amministrate de facto dall’M23. A febbraio 2025, poi, è stata la volta di Bukavu la capitale del Kivu del Sud.
È importante sottolineare a questo punto che parallelamente all’irrefrenabile cavalcata delle milizie filo-rwandesi, proseguivano due peace-talks dedicati a trovare vie di pace per le regioni orientali della Rdc. Il primo, innescato la scorsa primavera dall’emiro del Qatar Sheikh Tamim bin Hamad Al Thani, ha ospitato a Doha colloqui tra l’M23 e la Repubblica Democratica del Congo (Rdc). Il secondo, iniziato a giugno, è il processo di Washington che vede seduti al tavolo mediato dagli Usa, i due presidenti di Rdc e Rwanda. In Qatar dopo vari stalli e accuse di ogni tipo, si è giunti una firma a metà novembre del 2025. Ma già dalle ore immediatamente successive alla sigla caratterizzate da scontri a fuoco, occupazioni, esodi forzati e uccisioni, si comprese quanto nessuna delle parti avesse reali intenzioni di tregua. Il percorso washingtoniano, invece, conclusosi come detto a inizio dicembre con la firma di Kagame e Tshisekedi, oltre a non aver portato fin qui il minimo risultato concreto sul campo, mostra con sempre più chiarezza quanto si fondi molto poco sulla ricerca genuina della pace e tanto di più su interessi americani. La società civile congolese, non a caso, si oppone all’impostazione dell’accordo americano e lo accusa di essere una forma di predazione lontana dagli interessi della popolazione. In prima fila, la chiesa cattolica che per bocca di alcuni suoi vescovi come Monsignor Fulgence Muteba Mugalu, Arcivescovo di Lubumbashi e presidente della Conferenza Episcopale (Cenco), e altri, ha parlato senza mezzi termini di «Paese svenduto» o di «Accordi basati su avidità».
«Il nocciolo della questione per il presidente della Cenco e per molti congolesi – spiega a Mondòpoli Monsignor Sébastien-Joseph Muyengo Mulombe, vescovo di Uvira – riguarda la questione dei minerali. Il presidente Tshisekedi, incapace di porre fine alla guerra, vuole svendere agli americani le nostre risorse, sperando che facciano la guerra al suo posto. Si tratta di un errore molto grave, rispetto a un Donald Trump che ha un solo obiettivo: America first. Guardate cosa ha fatto all’Ucraina per farsi rimborsare gli aiuti ricevuti dal governo di Joe Biden, il modo in cui si comporta per appropriarsi del petrolio del Venezuela dopo aver rapito e sequestrato il suo presidente per imprigionarlo negli Stati Uniti. Si comprendono quindi le espressioni forti usate da Monsignor Muteba quando definisce questo accordo di «amicizia fittizia, cooperazione squilibrata, fondato sulla cupidigia e lo sfruttamento delle risorse naturali del Paese…». Queste sono le espressioni di quella che definirei una «santa ira» di fronte alle incoerenze di una politica condotta da un uomo (Felix Tsisekedi, ndr.) che vuole solo ascoltare se stesso nella guida del Paese; il che porta il Congo dove si trova oggi».
«Gli accordi di Doha e Washington – gli fa eco Stewart Muhindo, attivista di Lucha, una delle più grandi Ong congolesi – sono solo progressi sulla carta senza alcun impatto positivo sul campo. Entrambi presentano tre problemi principali. Il primo è che le popolazioni locali, vittime dirette dell’insicurezza, sono completamente messe da parte. Pertanto, non vengono prese in considerazione le loro esigenze, le richieste e le percezioni, ma piuttosto quelle dei belligeranti. Non è possibile costruire la pace senza coinvolgere le vittime. In secondo luogo, gli accordi di Doha e Washington non presentano alcun progresso concreto sul campo. Nonostante la loro firma, gli scontri continuano ogni giorno, mentre questi accordi prevedevano un cessate il fuoco. Nonostante la firma di queste intese, i territori congolesi sono ancora occupati dall’M23 e dal Rwanda, e le sofferenze delle popolazioni civili e il saccheggio delle risorse naturali continuano. In terzo luogo, questi accordi non affrontano le cause profonde del conflitto e costituiscono in una certa misura un incentivo alla violenza. L’accordo di Washington, ad esempio, concede al Rwanda l’accesso legale alle risorse naturali congolesi che questo Paese saccheggia illegalmente da anni. È come se si concedessero al Rwanda e agli Stati Uniti i minerali del Congo affinché non vengano più a fare la guerra nel nostro Paese. È un premio alla violenza».
Le chiese cattolica e protestante, sono da tempo scese in campo per promuovere iniziative di pace concrete. La Cenco e la Chiesa di Cristo in Congo (protestante), hanno proposto al presidente Tshisekedi una road map con una serie di punti strategici da realizzare per superare i conflitti che trova larghi consensi sia interni che esterni. «Il Patto sociale per la pace – riprende Muyengo – è stato elaborato dai vescovi della Cenco e dalla gerarchia della Chiesa cristiana del Congo (Ecc) e ha ricevuto l’approvazione e l’adesione di molti politici congolesi dell’opposizione e del governo, compreso lo stesso Tshisekedi. I diversi movimenti della società civile congolese, compresi quelli della diaspora, lo considerano un percorso positivo. L’obiettivo è di promuovere una dinamica federativa che porti a trovare vie d’uscita da questa crisi che passano necessariamente attraverso il dialogo tra i congolesi. I promotori di questa via hanno fatto circolare l’iniziativa attraverso la comunità internazionale, in Vaticano, all’ONU, all’UE, all’UA, presso molti capi di Stato, in Africa e altrove, ecc., e hanno ricevuto l’incoraggiamento di tutti». Di recente il Presidente Tshisekedi ha accettato alcuni punti proposti dalle due chiese, in particolare ha espresso la volontà di considerare la possibilità che i congolesi partecipino al dialogo.
Sosteniamo il processo di dialogo avviato dalle chiese cattolica e protestante – conclude Stewart Muhindo – pur non lavorando direttamente con loro. Siamo incostante contatto con Cenco ed Ecc per comprendere al meglio la logica e l’evoluzione del patto sociale che propongono e, soprattutto, per capire il ruolo che possiamo svolgere come società civile per promuovere il dialogo e garantire che non si limiti a una semplice condivisione del potere o a un assegno in bianco ai criminali sanguinari».
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