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La strategia di Israele nel Corno d’Africa

Attanasio Luca

All’annuncio del riconoscimento da parte di Israele del Somaliland come Stato indipendente e sovrano, sul tramonto dello scorso anno, non pochi hanno immaginato che la mossa avesse tra i primi obiettivi quello di utilizzare la terra incastonata nel Corno d’Africa, che nessun altro Stato al mondo ha mai riconosciuto, quale luogo prescelto per deportare i Gazawi in un futuro non troppo lontano. In realtà la decisione di Netanyahu e del suo governo è dettata da tutt’altre mire che non sembrano avere nulla a che fare con la questione palestinese, almeno non direttamente. L’idea, quindi, cavalcata principalmente dal presidente della Somalia Hassan Sheikh Mohamud all’indomani dell’operazione, resta, a quanto pare, più una forma plateale di protesta che un’ipotesi realistica. L’irritazione di Mohamud, oltre alla denuncia a mezzo stampa di una “invasione mascherata” da parte di Israele e il rigetto “assoluto e definitivo”, si è poi tramutata anche in atto politico. A fine gennaio, in una mossa inaspettata che rischia di alzare ancora di più il livello dello scontro in tutto il Corno d’Africa, il governo federale della Somalia (Fgs) ha formalmente innescato il processo di creazione di una nuova amministrazione nello stato di Awdal, nella zona settentrionale del Somaliland.

Il riconoscimento del Somaliland da parte di dello Stato ebraico ha alla base obiettivi di natura squisitamente geopolitica e geostrategica. L’ipotesi di un progressivo collocamento della popolazione gazawi nel Corno d’Africa, peraltro, cozzerebbe con gli interessi del governo somalilandese ben consapevole di quanto la questione palestinese sia sentita dalla propria popolazione e di come la maggioranza di essa si identifichi pienamente con la causa. Portarsi a casa decine di migliaia di palestinesi, in altre parole, sarebbe un suicidio politico oltre che un atto di chiara acquiescenza verso una deportazione forzata.

La regione del Somaliland, dal clima molto più mite rispetto ai Paesi africani e asiatici vicini, ricca di vegetazione e di risorse, con preziosissimi sbocchi al mare e una posizione geostrategica che la pone al crocevia di traffici internazionali importantissimi, si è autoproclamata indipendente dalla Somalia nel 1991. Per Mogadiscio, che continua a ritenere l’entità territoriale staccatasi ormai 35 anni fa, quale parte integrante del suo territorio e a negarle ogni forma di autonomia, resta uno dei punti più critici dell’agenda politica. Fino a qualche settimana fa, sulla questione della propria giurisdizione sulla regione, la Somalia poteva contare sulla solidarietà assolutamente unanime della comunità internazionale che non ha mai dato segnali – se si eccettuano i recenti tentativi dell’Etiopia di scambiare un accesso al mare con un riconoscimento, e la presenza sempre più capillare degli Emirati Arabi Uniti nei porti e nelle regioni del Somaliland – di accondiscendenza verso Hargheisa. La mossa di Israele, quindi, spariglia clamorosamente le carte in tavola e promette di portare profondi mutamenti non solo nei Paesi direttamente coinvolti, ma su una vastissima area terrestre e marittima. Gli interessi in gioco sono molti e tutti di un certo rilievo, altrimenti Benjamin Netanyahu non avrebbe rischiato le sicurissime critiche che gli sarebbero piovute addosso e che, puntualmente, sono arrivate da ogni dove. Come scrive il diplomatico ed ex responsabile della Farnesina per l’Africa Subsahariana, Giuseppe Mistretta su Huffpost, il primo ministro israeliano «è stato fortemente criticato in patria circa il riconoscimento del Somaliland, poiché la decisione non è stata il frutto di una delibera collegiale del governo o del gabinetto di sicurezza; essa ha attirato altresì su Israele il biasimo di numerosi Stati africani, dell’ Unione Africana, della Turchia, della Cina, dell’Unione Europea, della Lega Araba, e della quasi totalità del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dove peraltro siede fino al termine del 2026 la stessa Repubblica federale somala».

Tra i principali interessi di natura strategica alla base della mossa temeraria di Benjamin Netanyahu c’è la volontà di assicurarsi una fetta di potere nel porto di Berbera che, nella mente del premier israeliano, potrebbe fungere da base ideale sul Golfo di Aden, in un punto cruciale, a un passo dallo Yemen e la Penisola Arabica, tra Mar Rosso e Oceano Indiano. Il controllo geostrategico che Israele potrà esercitare, in particolare verso lo Yemen e i ribelli Houthi filo-iraniani, ma più macroscopicamente nei confronti della Turchia iperattiva in tutta l’Africa e con più di un piede saldo a Mogadiscio, è evidente.

«Israele ha riconosciuto il Somaliland per ragioni meramente strategiche – spiega il ricercatore e analista politico somalilandese che scrive per Addis Standard, China Global South Project, LSE Africa Blog e Geeska, Moustafa Ahmad raggiunto da Mondopoli –. Per molto tempo, Israele ha cercato di stabilire legami con nazioni non arabe per controbilanciare l’isolamento regionale. Questa politica, chiamata Dottrina della Periferia, fornisce risposte riguardo la sua strategia sul Somaliland. Lo Stato ebraico sta cercando di posizionarsi principalmente contro la Turchia nel Corno d’Africa, ma anche di affrontare le sue preoccupazioni in materia di sicurezza poste dagli attori nello Yemen. Per Netanyahu la presenza turca in Somalia e nel Corno d’Africa mina direttamente la sicurezza del suo Paese. Il riconoscimento, a sua volta, coincide anche con il tentativo del Somaliland di diversificare le sue relazioni, poiché è sempre più preoccupato per il crescente potere della Somalia e le partnership militari con Turchia, Qatar, Cina e altre nazioni».

«Il Somaliland – gli fa eco Shukri Said, giornalista e analista, conduttrice di Africa Oggi su Radio Radicale – sta guadagnando il centro della scena geopolitica dell’area, si trova in una zona che rappresenta uno snodo cruciale di traffici commerciali mondiali. Al momento non gode ancora del rilievo che meriterebbe per la fragilità dei componenti territoriali: lo stesso Somaliland, uno Stato non Stato, e la Somalia, con le sue instabilità e i problemi col terrorismo, contribuiscono a fornire un quadro di fragilità politica e frammentazione. Ma l’importanza strategica del Golfo di Aden, la prossimità col Bacino del Mar Rosso, l’Oceano Indiano, fanno della situazione geografica del Somaliland un vero gioiello di geo-strategia, con molte risorse. Se ne sono accorte potenze come gli Emirati, da tempo presenti nei porti di Berbera e di Bosaso, ma anche l’Arabia Saudita. La Cina guarda con molto interesse al Somaliland anche se non può riconoscerlo perché legittimerebbe la volontà di indipendenza di Taiwan».

Il Corno d’Africa, il corridoio del Mar Rosso, lo stretto di Bab al-Mandab – uno degli snodi più importanti al mondo per il traffico marittimo – sono al centro di grandi competizioni. Fin qui i protagonisti della partita sono stati i Paesi del Golfo, la Turchia, l’Egitto, l’Etiopia, l’Eritrea e la Cina. Israele si è voluto gettare nella mischia e garantirsi fette della torta geopolitica, quella militare e della sicurezza, quella commerciale.

Ma il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele segnala anche una strategia più ampia che, come spiega in un editoriale su Al Jazeera Abdi Aynte, ex ministro della Pianificazione e della Cooperazione internazionale della Somalia, si basa su un crescente ricorso ai movimenti secessionisti come strumento di azione geopolitica in tutto il Medio Oriente e nel Corno d’Africa. «Quello che alcuni esperti descrivono come un “Asse della secessione” – dice Aynte – è già visibile in Libia, Yemen, Sudan, Somalia e Siria. Guidato da Israele e sostenuto da una rete di partner regionali, questo asse prende di mira Paesi i cui governi centrali, indeboliti dai conflitti, esercitano solo un controllo parziale sul proprio territorio. La logica è semplice: indebolire l’autorità centrale, sostenere le regioni separatiste e coltivare entità dipendenti disposte ad allinearsi con Israele e ad aderire agli Accordi di Abramo».

Queste entità politiche esterne alla comunità internazionale ufficiale, sono in disperata ricerca di accreditamento e una potenza consolidata come Israele, si configura come partner ideale per fornirglielo. E così Stati non stato come il Somaliland assumono un’importante nodale perché offrono affacci su zone strategiche su cui proiettare il proprio potere, garantirsi rotte marittime chiave, monitorare i rivali, espandere le reti di intelligence e portare nella propria sfera realtà fino a poco tempo fa impensabili. L’esempio più eclatante è probabilmente la volontà espressa proprio dal Somaliland, di entrare a far parte del club degli accordi di Abramo (nel 2020 Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, in un secondo tempo Marocco e Sudan, siglarono un’intesa che puntava a istituire relazioni diplomatiche, favorire scambi commerciali e promuovere investimenti e partnership nella sicurezza. Dietro alle intenzioni di possibili distensioni, si celava il chiaro intento di isolare nell’area l’Iran e i suoi alleati, ndr).

Passato un certo tempo dal riconoscimento ‘natalizio’ del Somaliland da parte di Israele, ci si chiede se l’operazione israeliana innescherà un effetto domino e se altri Stati seguiranno l’esempio di Gerusalemme. «Ne sono convinto – riprende Moustafa Ahmad – altri Stati finiranno per seguire l’esempio di Israele e riconoscere il Somaliland. Tuttavia, credo che ci vorrà del tempo perché vari Paesi stanno cercando di capire cosa succederà dopo la mossa di Israele. Ci sono Paesi che, a mio avviso, stanno esercitando una sorta di pazienza strategica, si tratta di Stati in qualche modo vicini al Somaliland, ma che attendono condizioni politiche favorevoli per riconoscerlo. Tra questi, i primi sono l’Etiopia (disperatamente alla ricerca di uno sbocco al mare, Addis Abeba ha firmato con il Somaliland un Memorandum di intesa il 1° gennaio 2024, ndr) e gli Emirati Arabi Uniti (che oltre ai propri presidi sui porti, hanno istallato una propria base militare nel 2017, ndr). In questo contesto io credo che il Corno d’Africa vivrà un allineamento geopolitico caratterizzato da instabilità e competizione. Paesi come la Turchia, Egitto e altri, cercheranno di mantenere lo status quo sostenendo il governo e lo Stato somalo. Altri Paesi potrebbero tentare di sconvolgere l’equilibrio della regione perseguendo i propri interessi. In tutto questo, il Somaliland si trova a dover gestire una nuova situazione avviata dalla mossa israeliana e dovrà diventare un attore regionale più emergente, trovare nuovi partner economici e nel campo della sicurezza».

«Il Somaliland – conclude Shukri Said – è un’isola di stabilità in un’area decisamente instabile, ha una sua affidabilità politica, una maggiore sicurezza rispetto a Mogadiscio e ad altri Paesi dell’area, ha un sistema elettorale e democratico saldo e un’economia migliore. Ma temo che la scelta di Israele di riconoscerlo e in qualche modo infiltrarsi in Somaliland, possa trasformare l’area in una nuova polveriera tra mondo islamico e Israele e aprire un nuovo capitolo di quello che viene definito imperialismo di frontiera».

Foto Credits: G. A. Hussein – Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic, attraverso Flickr