Numero annuo di episodi di violenza politica registrati da ACLED a fine gennaio 2026
I valori riportati nel grafico rappresentano il numero annuo di episodi di violenza politica registrati da ACLED (Armed Conflict Location & Event Data Project) per ciascun Paese. ACLED codifica ogni singolo evento sulla base di fonti giornalistiche, rapporti di ONG, comunicati ufficiali e monitoraggio locale, applicando criteri rigorosi e standardizzati. Per “violenza politica” ACLED intende l’uso della forza da parte di un attore organizzato con finalità politiche o con effetti politici rilevanti. Nel dataset rientrano tre categorie principali:
- Scontri armati (Battles) tra gruppi organizzati, come eserciti, milizie o gruppi ribelli.
- Esplosioni e violenza a distanza (Explosions/Remote violence), che includono bombe, ordigni esplosivi improvvisati, artiglieria, missili, droni e altri attacchi non a contatto diretto.
- Violenza contro i civili (Violence against civilians), comprendente uccisioni, rapimenti, violenze sessuali e altre forme di coercizione fisica contro persone non armate.
Il dataset è aggiornato al 30 gennaio 2026, il che significa che include tutti gli eventi registrati fino a quella data. La copertura temporale varia per Paese, perché ACLED ha esteso progressivamente il proprio monitoraggio nel tempo, ma la metodologia è uniforme e consente confronti affidabili tra regioni e periodi.
La distribuzione geografica degli episodi di violenza politica mostra forti differenze strutturali tra continenti. L’Africa tende a presentare valori elevati, soprattutto in diversi Paesi dell’Africa centro-orientale (Somalia, Nigeria e Sudan) e centro-occidentale (Camerun e Repubblica Democratica del Congo), dove conflitti armati persistenti e instabilità politica generano un numero molto alto di eventi, in tutti i casi citati superiori. Si tratta di Paesi che figurano tra i più colpiti, riflettendo la presenza simultanea di conflitti armati, violenza contro i civili e attacchi esplosivi.
L’Asia mostra un quadro eterogeneo: alcune aree, come Myanmar e Pakistan e India registrano livelli molto alti di violenza politica (anche in questo caso superiori sempre a 200 eventi ciascuno), mentre altre regioni del continente presentano valori relativamente contenuti. La presenza di conflitti interni, insurrezioni etniche e tensioni di lunga durata spiega la concentrazione degli eventi in alcuni specifici Paesi.
Il Medio Oriente rimane una delle aree più instabili, con valori elevati anzitutto in Palestina. Il valore molto elevato registrato in questo caso specifico (910 eventi) riflette l’intensità e la frammentazione del conflitto in corso. ACLED conta ogni singolo episodio di violenza politica come evento distinto: un bombardamento, un attacco con droni, un colpo di artiglieria, uno scontro armato localizzato o un episodio di violenza contro civili costituiscono ciascuno un evento separato. Nei contesti di guerra ad alta frequenza, come Gaza e alcune aree della Cisgiordania, una sola giornata può generare decine di eventi codificabili. Il numero elevato persiste anche in presenza di annunci di tregua o cessate il fuoco, perché tali dichiarazioni non sempre producono una riduzione effettiva delle azioni prevalentemente israeliane sul terreno. Il dato ACLED fotografa quindi la dinamica reale del conflitto, caratterizzata da operazioni militari continue, uso intensivo di violenza a distanza da parte delle forze militari israeliane e numerosi episodi di violenza contro civili. Per questo motivo, la Palestina risulta terzo al mondonella drammatica statistica dei Paesi con il maggior numero di eventi a livello globale, nonostante la sua limitata estensione geografica. Anche in Siria, Libano e Yemen la violenza politica alimentata da guerre civili, interventi esterni (soprattutto israeliani) e attività di gruppi armati non statali, con un peso significativo della violenza a distanza (missili, droni, artiglieria), fanno registrare numeri sempre superiori ai 200 eventi.
Le Americhe mostrano livelli più bassi di violenza politica rispetto ad Africa e Asia, ma con eccezioni importanti. In particolare, Brasile, Messico ed Ecuador registrano numeri elevati (più di 200), spesso legati alla violenza contro i civili e agli scontri tra gruppi armati non statali, che ACLED classifica come violenza politica quando hanno effetti o motivazioni politiche.
L’Europa presenta i valori più contenuti, con l’eccezione delle aree interessate da conflitti armati, cioè Ucraina (purtroppo, primo Paese nella classifica, con 6.644 eventi), dove il numero di eventi è molto elevato a causa della guerra in corso con la Russia, che precede nella classifica la Palestina e si colloca al secondo posto (con 1.023eventi). Negli altri Paesi europei, gli episodi di violenza politica sono rari e generalmente limitati a eventi isolati.
Nel complesso, il grafico evidenzia come la violenza politica sia molto diffusa e distribuita in modo altamente diseguale: alcuni Paesi concentrano la maggior parte degli eventi, mentre vaste aree del mondo registrano livelli minimi. I primi 10 Paesi di questa triste classifica spiegano quasi l’80% dei circa 16 mila eventi registrati al 30 gennaio 2026; i primi 5 Paesi spiegano circa i due terzi del totale; i primi 3 Paesi rappresentano il 53,7% del totale degli eventi.
Questa asimmetria riflette differenze profonde in termini di stabilità politica, presenza di gruppi armati, capacità statale e dinamiche regionali dei conflitti.
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