Sfollati interni a Cabo Delgado e forme di generazione di reddito
Dal 2017, la provincia di Cabo Delgado è teatro di attacchi di matrice jihadista che portano la firma di Al-Shabaab, che hanno causato la morte di numerosi civili, la distruzione di infrastrutture e l’interruzione delle attività economiche e commerciali, compromettendo gravemente le condizioni di vita e la sicurezza alimentare delle popolazioni colpite. Sebbene il conflitto armato rappresenti la causa principale di questa crisi, il presente articolo si concentra in particolare sul fenomeno dello sfollamento interno, analizzandone gli impatti socioeconomici, con specifica attenzione alla perdita dei mezzi di sussistenza e alle strategie di generazione del reddito adottate dalle persone sfollate.
Secondo dati ufficiali, il conflitto in Cabo Delgado ha colpito oltre 1.000.000 di persone, generando circa 700.000 sfollati interni, provenienti in gran parte dai distretti di Mocímboa da Praia, Palma, Muidumbe, Nangade, Macomia, Quissanga, Ibo, Mueda e Meluco.
Questo movimento di persone, alla ricerca di aree ritenute più sicure, esercita una pressione crescente sia sulle risposte istituzionali sia sulle comunità ospitanti, che vedono territori già segnati dalla carenza di servizi di base e di infrastrutture sociali sottoposti a un carico sempre maggiore.
Sebbene una parte degli sfollati sia stata accolta in centri di reinsediamento o integrata in quartieri già esistenti della città di Pemba e nei distretti della zona meridionale della provincia, molte persone continuano a vivere in condizioni precarie, con un accesso limitato alle infrastrutture e ai servizi essenziali.
La combinazione tra la violenza armata, le fragilità istituzionali nella gestione della crisi e la vulnerabilità climatica contribuisce ad aggravare l’insicurezza alimentare, con effetti particolarmente rilevanti sulla popolazione sfollata. Quest’ultima si trova spesso privata dei mezzi di sussistenza nelle aree di accoglienza, come l’accesso alla terra per l’agricoltura, rendendo ancora più complessi i processi di integrazione e di recupero socioeconomico.
Pur vivendo in una forte incertezza sul futuro, una parte degli sfollati interni considera le aree di accoglienza come una soluzione temporanea, anche se il ritorno nelle zone di origine resta subordinato a diversi fattori, tra cui il ripristino della sicurezza e l’esistenza di condizioni favorevoli per la ricostruzione della propria vita.
Strategie di sussistenza degli sfollati interni
Gli sfollati interni provengono in larga parte da aree rurali, dove attività come l’agricoltura, la pesca, l’allevamento e la produzione forestale rappresentavano le principali fonti di reddito. Tuttavia, la natura della crisi e la difficoltà di integrarli nei centri di accoglienza in modo coerente con le attività economiche precedentemente svolte hanno contribuito ad aumentare la loro vulnerabilità e a rendere più complesso il processo di integrazione socioeconomica.
In questo contesto, alcuni sfollati riescono a dedicarsi ad attività commerciali informali, mentre una parte significativa continua a dipendere dall’assistenza umanitaria. Altri, che non ricevono più aiuti regolari, riescono a sopravvivere grazie al sostegno di amici, familiari o di persone solidali.
Un giovane pescatore sfollato dal distretto di Mocímboa da Praia ha raccontato, nel corso di un’intervista, che dopo essere fuggito a causa della violenza è stato reinsediato nel villaggio di Marokani, nel distretto di Ancuabe. Qui ha avviato una piccola attività commerciale, aprendo una bancarella per la vendita di beni di prima necessità.
Con il progressivo miglioramento delle condizioni di sicurezza, ha iniziato a recarsi nuovamente a Mocímboa da Praia per acquistare pesce da rivendere all’interno della comunità che lo aveva accolto. Attualmente vive a Palma, dove lavora in uno degli alberghi della cittadina, mentre la sua famiglia continua a risiedere ad Ancuabe (dati di campo per lo studio sui movimenti migratori in periodi di stabilizzazione, novembre 2022).
Tra gli sfollati si osservano anche altre iniziative di generazione del reddito. Un esempio significativo è quello di un giovane sarto proveniente dal distretto di Quissanga, reinsediato nel villaggio di Marokani, che ha ricevuto un sostegno sotto forma di macchine da cucire. Grazie a questo supporto, ha avviato una piccola scuola di sartoria con l’obiettivo di formare adolescenti e giovani della comunità locale; i capi prodotti vengono successivamente venduti sul mercato locale.
Inoltre, sono attive iniziative di risparmio e credito rotativo nell’ambito del Progetto di Prevenzione dell’Estremismo Violento, finanziato dal Fondo Globale per l’Impegno e la Resilienza Comunitaria, che sostengono lo sviluppo di iniziative economiche locali. È il caso di un giovane sfollato residente nella comunità di Mahipa, nel distretto di Chiúre, il quale aveva avviato un piccolo commercio di rivendita di mais, ma incontrava difficoltà legate alla gestione finanziaria e alla scarsa redditività.
Dopo aver partecipato a un percorso di formazione in educazione finanziaria e aver aderito a un gruppo giovanile di risparmio e credito rotativo, è riuscito ad accedere al microcredito, ad ampliare la propria attività e a diversificare le fonti di reddito, arrivando a commercializzare quantitativi più consistenti di mais, anche al di fuori della comunità di appartenenza.
Parallelamente, il Governo, le organizzazioni non governative e i partner nazionali e internazionali hanno avviato programmi di formazione professionale e di sviluppo di competenze rivolti ai giovani, in settori quali l’edilizia, la meccanica delle motociclette, l’orticoltura, la carpenteria, la sartoria e l’avicoltura. Al termine di ciascun percorso formativo, alcuni partecipanti ricevono kit per l’imprenditorialità, finalizzati ad avviare o rafforzare attività di generazione del reddito.
Tuttavia, una delle principali criticità di queste iniziative resta il limitato accesso ai mercati e alle opportunità di impiego formale. Di conseguenza, molti giovani sono costretti a orientarsi verso attività informali, come il trasporto con motociclette adibite a taxi, la riparazione di telefoni cellulari, l’apertura di piccole barberie, la produzione di blocchi per l’edilizia, tra altre forme di autoimpiego.
A soli 23 anni, una giovane donna è stata costretta a lasciare la propria comunità nel 2019 a causa della violenza e a trasferirsi presso la zia sull’Isola di Ibo. Grazie alla partecipazione a un corso di sartoria, ha trovato un’opportunità concreta per generare reddito e costruire una progressiva autonomia finanziaria. Pur avendo completato solo la sesta classe, equivalente al livello di istruzione primaria nel sistema scolastico mozambicano, coltiva l’aspirazione di riprendere gli studi e diventare infermiera; il lavoro che svolge attualmente come sarta rappresenta per lei il mezzo attraverso cui finanziare il proprio percorso formativo.
Nel quadro del progetto Juntos na Recuperação de Cabo Delgado, implementato dall’organizzazione ADPP, si promuove il recupero socioeconomico delle famiglie sfollate e delle comunità ospitanti attraverso il sostegno alla produzione agricola, la formazione imprenditoriale e l’organizzazione di gruppi di produttori nei distretti di Pemba e Metuge.
I beneficiari del progetto sottolineano come questo supporto consenta loro di riprendere le attività agricole, ridurre la dipendenza dagli aiuti umanitari e migliorare la sicurezza alimentare delle famiglie. Il presidente del Club dei Produttori, sfollato dal distretto di Muidumbe, ha dichiarato:
«Il progetto ci offre l’opportunità di tornare a praticare l’agricoltura, ridurre la dipendenza dalle donazioni e produrre il nostro cibo. Questo contribuisce a migliorare le nostre condizioni di vita e a coinvolgere sempre più persone nelle attività del club».
Nonostante le numerose difficoltà affrontate dagli sfollati, emerge chiaramente il loro impegno nella ricerca di alternative per la generazione di reddito, che contribuiscono, seppur in misura limitata, alla diversificazione dell’economia locale, ancora caratterizzata da forti vincoli strutturali. Queste strategie si fondano sulla combinazione di reti formali e informali, catene di valore locali e relazioni di parentela e solidarietà, permettendo di soddisfare i bisogni essenziali e di creare opportunità di reddito.
Sfide persistenti
- Dipendenza prolungata dagli aiuti umanitari;
- Carenza di capitale iniziale per avviare o ampliare attività economiche;
- Accesso limitato al mercato del lavoro formale;
- Persistente insicurezza nelle aree di origine;
- Incertezza riguardo alla permanenza nei luoghi di accoglienza.
Trasformare le attività di sussistenza in mezzi di vita sostenibili
Affinché le iniziative di generazione di reddito promosse dal Governo, dalle organizzazioni non governative, dalle agenzie umanitarie e dal settore privato possano produrre risultati duraturi, è necessario adottare approcci più strutturati e integrati. Non è sufficiente limitarsi alla formazione dei giovani: diventa essenziale garantire l’accesso ai mercati del lavoro, a strumenti di microfinanza e a concrete opportunità per l’avvio o il rafforzamento di attività imprenditoriali.
Nel settore della produzione agricola, occorre rafforzare i meccanismi di accesso alla terra, incentivare la produzione e creare collegamenti stabili tra i produttori con maggiore potenziale e i mercati di riferimento, assicurando al contempo la disponibilità di infrastrutture di base quali acqua, energia e spazi adeguati per la produzione.
È infine fondamentale coinvolgere attivamente le comunità ospitanti, al fine di prevenire tensioni sociali e di trasformare la resilienza già esistente in opportunità durature di inclusione economica e generazione di reddito.
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