Sulle macerie del Tigray si levano le fiamme di una nuova guerra
La guerra del Tigray, in Etiopia, è stata archiviata troppo in fretta dai media e dalla politica internazionale. A tre anni dalla firma degli Accordi di Pretoria, che nel novembre 2022 hanno formalmente chiuso uno dei conflitti più invisibili e mortali di questo nostro secolo, la pace regge a malapena. Le cause più profonde della faida restano irrisolte, le atrocità impunite, la società lacerata. L’insicurezza rimane il tratto più stabile della vita civile e la crisi umanitaria si aggrava senza sosta, complici anche i disastrosi tagli agli aiuti internazionali.
Il conflitto del Tigray in breve
- Dove: Nord dell’Etiopia (regione del Tigray)
- Quando: novembre 2020 – novembre 2022 (ostilità formali)
- Morti stimati: 300.000 – 800.000
- Sfollati: oltre 2 milioni (760.000 solo nel Tigray)
- Accordo di pace: Pretoria, 2022 (fragile e incompleto)
- Stato attuale: instabilità, violenze persistenti, rischio di nuova guerra
Chi combatte contro chi
Sulle macerie del Tigray, ora tornano a soffiare forti i venti di guerra, alimentati pure dalle rinnovate frizioni con l’Eritrea di Isaias Afwerki che si innestano sulle crepe interne sempre più marcate. E questa volta minacciano di infiammare l’intero Corno d’Africa e il bacino del Mar Rosso, già attraversati da troppe linee di tensione.
Sono ancora lontane dal rimarginarsi le ferite aperte dal conflitto, esploso nel novembre 2020 in uno scenario di complesse e radicate faglie politico-sociali, tra la leadership locale – il Fronte di liberazione del popolo del Tigray (TPLF) – e il governo federale guidato dal premio Nobel per la pace Abiy Ahmed Ali, allora affiancato dalle truppe eritree e dalle milizie etniche di Amhara (storicamente rivali dei tigrini).
Nelle stime dei ricercatori della Ghent University, non possono essere meno che 300mila le vittime civili di quella guerra, insieme politica e identitaria, che ha finito per propagarsi per buona parte del nord dell’Etiopia, lasciando ovunque tracce di brutalità. Nelle proiezioni più cupe, di morti potrebbero doversene contare fino a 800mila. Forse persino di più, considerati i milioni di sfollati e dispersi di cui non si conosce la sorte.
Il collasso del sistema sanitario e la carestia, prodotto di una lunga serie di scelte politiche e militari ben mirate dal fronte etio-eritreo contro il Tigray, incluso il blocco sistematico imposto da Addis Abeba sull’accesso umanitario, hanno ucciso anche più dei proiettili, dei machete e delle bombe, che pure di corpi ne hanno straziati a migliaia.
Costi umani stimati
| Indicatore | Stima |
| Morti civili | 300.000 – 800.000 |
| Donne vittime di violenza sessuale | ≥150.000 (stima minima) |
| Sfollati interni nel Tigray | ~760.000 |
| Persone in bisogno umanitario | Milioni |
| Strutture sanitarie distrutte | ~80% |
Una mole di crimini di guerra e contro l’umanità ha insanguinato il terreno tigrino (e alcune aree delle regioni confinanti Amhara e Afar) nei ventiquattro mesi di ostilità e oltre. Una spirale di distruzione ha travolto ogni infrastruttura economica e sociale del territorio, tra attacchi indiscriminati e stragi deliberate.
Tutte le forze in campo hanno compiuto massacri, saccheggi, stupri. Detenzioni arbitrarie, rapimenti e sparizioni, sfollamenti forzati hanno scandito la quotidianità di tutte le comunità coinvolte. Ma è contro i tigrini – suggeriscono autorevoli analisi indipendenti, prime fra tutte quelle del think tank statunitense New Lines Institute – che di aberrazioni ne sono state commesse tante e tali che potrebbero esser state oltrepassate le soglie perché possa parlarsi di genocidio.
Negli ultimi anni si sono accumulati a decine i dossier, i report e i reportage che fotografano la campagna di (quantomeno) pulizia etnica condotta nel Tigray occidentale dagli apparati di sicurezza associati al governo etiope e ai suoi alleati, che ha trovato nel terrore di genere e nella violenza sessuale e riproduttiva uno dei suoi strumenti più feroci e diffusi.
Sui corpi delle donne tigrine, i militari invasori hanno infatti combattuto una vera e propria guerra parallela. Fatta di stupri, stupri di gruppo, mutilazioni genitali, diffusione intenzionale di infezioni – in particolare l’HIV, che si ritiene sia stato contratto dal 15% delle tigrine. Di schiavitù sessuale, gravidanze e sterilizzazioni forzate.
Di torture raccapriccianti. Baionette, chiavi e barre di metallo, sassi spezzati sono stati ritrovati nei loro organi riproduttivi. Lettere, imbustate in involucri di plastica, scritte a mano, a chiarire l’obiettivo di tanta spietatezza: “d’ora in avanti, nessun tigrino darà alla luce un altro tigrino”, recita una delle note citate nell’inchiesta pubblicata lo scorso giugno dal Guardian. Annientare le donne per annientare un popolo, insomma.
E non si è trattato soltanto di trafiggere i corpi. Le violenze sono state spesso perpetrate in pubblico, in spregio ai più inviolabili tabù della società tigrina. Molte volte i familiari sono stati costretti a violare le figlie, le madri, le sorelle. Un meccanismo di umiliazione e dominio costruito per travolgere e sconvolgere le comunità delle sopravvissute, frantumandole per generazioni.
A restituire drammaticamente bene la portata sistematica e la natura deliberata di questo disegno di sterminio è, in ultimo, l’imponente lavoro di ricerca medico-legale realizzato da Physicians for Human Rights (PHR) e Organization for Justice and Accountability in the Horn of Africa (OJAH). Al vaglio, centinaia di cartelle cliniche e altrettante testimonianze di operatori sanitari, attori umanitari e leader di comunità, raccolte per tutto il Tigray. Un’unica conclusione: lo stupro è stato usato come arma di guerra, crimine contro l’umanità. Deve indagarsi sul crimine di genocidio.
Quante siano le donne violate del Tigray è impossibile saperlo. La Commissione d’inchiesta sul genocidio del Tigray, che lo scorso ottobre ha rilasciato un rapporto dedicato alla questione, conta oltre 150mila stuprate, per lo più vittime di stupri di gruppo, finanche da interi plotoni. Tra loro, bambine piccolissime, di due o tre anni. Più di 20mila le schiave sessuali. Ma questi numeri, avvertono gli esperti, rappresentano solo la punta dell’iceberg: decine, forse centinaia di migliaia di altre vite spezzate restano nascoste dalla vergogna, dallo stigma sociale, dalla carenza di cure mediche e psicologiche adeguate.
E la conta non sarebbe comunque completa. Perché assai dopo la fine ufficiale delle ostilità, in un contesto segnato dalla totale impunità, le stesse atrocità continuano a ripetersi, circondate dalla stessa indifferenza internazionale di sempre, nel Tigray e nel resto del Paese, che intanto ha visto accendersi focolai di conflitto etnico e politico in più direzioni.
Tra Asmara che liquida ogni accusa come “fantasie”, la gestione opaca delle iniziative di giustizia di transizione da parte di Addis Abeba – trasformate in una “farsa”, secondo la definizione di due ex funzionari della Commissione etiope per i diritti umani (EHRC) sulle pagine di Foreign Policy – e una comunità globale in preda a facile amnesia, per i tigrini il tempo della verità e della responsabilità, da cui passa la pace, si perde all’orizzonte.
Attivisti e organizzazioni locali e internazionali continuano a documentare un flusso incessante di crimini e abusi. E a denunciare quanto il costo umano della guerra sia condannato a crescere finché ogni impegno per la giustizia rimarrà “incoerente, politicamente compromesso o prematuramente interrotto” – come si legge sulla lettera aperta siglata da una dozzina di organizzazioni non governative in occasione del quinto anniversario dall’inizio del conflitto. La chiusura senza esiti pubblici della Commissione d’inchiesta promossa dalla Commissione africana e lo scioglimento, su pressione del governo etiope, della Commissione internazionale di esperti Onu sui diritti umani in Etiopia (ICHREE), tra gli esempi più eclatanti di questo processo di pace incompiuta che tiene in ostaggio il Tigray. E col fiato sospeso tutto il Corno d’Africa.
La guerra non ha mai davvero lasciato il Tigray. All’ombra di tutte le promesse tradite, oltre 760 mila persone restano sfollate all’interno della regione, costrette a condizioni di estrema precarietà. Milioni di tigrini hanno urgentemente bisogno di assistenza umanitaria. La fame dilaga. Gli aiuti umanitari sono tuttora ostacolati, i servizi di base lasciati allo sfacelo.
Ampie porzioni di territorio rimangono sotto occupazione, soprattutto da parte eritrea e amhara. Le aree contese, in particolare a ovest, restano teatro di scontri violenti, in un clima nazionale incandescente, nutrito pure da un’economia informale che, intrecciando traffici transfrontalieri, gruppi criminali e reti di miliziani, prospera lungo i confini. E le accuse di incursioni tigrine in Afar e il successivo attacco con droni dall’esercito etiope contro un contingente tigrino, il primo dall’accordo di pace del 2022, hanno appena riaperto anche il fronte orientale del conflitto, segnando un ulteriore salto di qualità nella crisi.
A completare il quadro della deriva, la frattura interna al TPLF, a questo punto escluso dall’assetto istituzionale del Paese, che appare sempre più instradata verso una resa dei conti armata, tanto più grave perché avviluppata alle ambizioni adesso concorrenti di Etiopia ed Eritrea. Il partito che ha governato l’Etiopia per trent’anni prima dell’ascesa di Abiy è ormai paralizzato dalla rovinosa spaccatura tra le fazioni allineate all’amministrazione ad interim di Getachew Reda, sotto l’egida delle autorità federali, e quelle fedeli all’ex primo ministro Debretsion Gebremichael, accusato di collusione con il governo di Asmara – a suo tempo tagliato fuori dai tavoli negoziali di Pretoria e oggi al centro di delicati riallineamenti regionali. Incidenti armati localizzati, occupazioni di uffici amministrativi e posizioni strategiche, mobilitazioni di milizie si susseguono da mesi.
La situazione precipita. E si fa ogni giorno più concreta l’ipotesi che Addis Abeba vi trovi il pretesto per un intervento diretto nella regione, già scossa dalle ingerenze dell’Eritrea che torna a entrare in rotta di collisione con l’Etiopia per la “questione esistenziale” dell’accesso al Mar Rosso, rivendicata dal numero uno etiope.
Un fuoco di accuse incrociate, truppe ammassate sui confini, una pace proclamata ma mai davvero costruita. Un fascicolo scivolato ai margini dell’agenda internazionale. Le fiamme di una nuova guerra ora sembrano pronte a divampare sulle rovine del Tigray. E anche i fragili equilibri d’oltre confine rischiano di finire in frantumi.
Foto Credits: Rod Waddington from Kergunyah, Australia, CC BY-SA 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0>, via Wikimedia Commons

