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In libreria – Microfinance and Women’s Empowerment: Unpacking the Unheard Narratives

Un volume di Faraha Nawaz*

Redazione

L’ultimo lavoro di Faraha Nawaz è il volume intitolato Microfinance and Women’s Empowerment: Unpacking the Unheard Narratives, che approfondisce gli effetti delle politiche e delle pratiche delle ONG che promuovono la microfinanza mirate all’empowerment delle donne rurali in Bangladesh. L’autrice cerca, in particolare, di scomporre la narrazione canonica sull’empowerment femminile, mettendo in discussione slogan e approfondendo aspetti poco esplorati dalle principali analisi, con l’obiettivo di colmare l’attuale divario di conoscenza sul tema.

Il volume di Faraha è il frutto di uno studio etnografico condotto in ambito rurale, in particolare in due villaggi del Bangladesh, Paba Upazilla e Charghat Upazila, dove sono state intervistate una quarantina di donne beneficiarie di iniziative di microfinanza. Un capitolo di grande interesse, il quinto, è dedicato ad approfondire il legame tra individuo e comunità in relazione alla microfinanza, cercando di descrivere come le donne in quanto gruppo utilizzano le opportunità offerte dalla microfinanza.

Si tratta di studi di caso, che offrono spunti di interesse e indicazioni rilevanti ben al di là del contesto cui si riferiscono. Ciò perché oggi microfinanza e, più in generale, finanza etica sono concetti di largo consumo ovunque nel mondo.

Da qualche decennio a questa parte, infatti, non è insolito imbattersi nell’espressione ‘finanza etica’, un tema attorno al quale si registra un’attenzione sempre crescente.

Con il termine di finanza etica si intende, in generale, lo specifico ambito della finanza (che ricomprende risparmi, investimenti e circuito del credito sia a breve che a lungo termine) in cui le scelte sono operate non solo in funzione dell’obiettivo di massimizzare i guadagni, ma sulla base di alcuni criteri etici di riferimento (come la solidarietà, la tutela dell’ambiente, il boicottaggio del commercio delle armi, il sostegno a imprese che promuovono l’occupazione a condizioni dignitose di tutti i lavoratori e le lavoratrici). In nome di questi irrinunciabili principi etici sono calcolati costi, rendimenti e rischi del portafoglio finanziario. La finanza etica presuppone, tra gli altri, un principio fondamentale: l’accesso al credito dovrebbe essere un diritto garantito a ogni essere umano. Dovrebbe, ma di fatto così non è. E questo lato discriminante della finanza, che esclude dall’accesso a prodotti e servizi larghe fasce della popolazione, è rintracciabile ovunque, al nord come al sud del mondo.

Stando all’ultimo rapporto Oxfam, si stima che circa il 46% della popolazione viva con l’equivalente di meno di 5,5 dollari al giorno e la maggior parte di costoro non ha accesso ai circuiti finanziari tradizionali, il che in soldoni – tanto per restare in tema – significa che non può chiedere prestiti, né versare o utilizzare risparmi: sono soggetti non degni di fiducia, né di interesse da parte dei circuiti bancari tradizionali.

La finanza etica si basa sulla considerazione opposta, ovvero che sono proprio i poveri ad avere maggiore bisogno delle banche da un punto di vista tanto economico, quanto sociale. Infatti, si parla di investimento etico perché l’obiettivo è quello di accrescere le possibilità dei più deboli, generando dei benefici non solo a livello individuale, ma anche collettivo, attraverso, per esempio, l’accesso al (micro)credito, anche tramite meccanismi di compartecipazione basati sulla stima e la fiducia reciproca.

La grande sfida del microcredito e, più in generale, della microfinanza è quella di associare all’erogazione di piccoli prestiti anche una serie di elementi culturali fondamentali (come educazione, formazione e responsabilizzazione), affinché si attivi un concreto circolo virtuoso di sviluppo locale e comunitario e di empowerment.

Una dimostrazione a questo proposito è data da uno studio condotto su alcune donne bangladesi che hanno aderito a gruppi di microfinanza, grazie ai quali non solo hanno raggiunto un elevato livello di empowerment, ma hanno anche avuto la possibilità di crearsi delle reti di contatti talmente ramificate, che quelle stesse donne sono diventate protagoniste delle azioni collettive delle comunità di appartenenza.

Sulla base di alcuni studi in materia, si può dire che la donna potrà raggiungere un buon grado di emancipazione solo quando l’empowerment individuale si tradurrà in empowerment collettivo. Ecco perché la capacità di crearsi un network di contatti diventa requisito imprescindibile.

A dispetto, dunque, di un approccio centrato sull’individuo atomizzato e sull’accesso che deve essergli garantito a prodotti e servizi finanziari, in questo caso si sottolinea l’imprescindibile identità definita dall’appartenenza a una comunità o gruppo, che deve essere parte integrante di un processo di inclusione finanziaria.

Le esperienze delle donne coinvolte nello studio hanno dimostrato quanto sia stato importante per loro aver aderito a un gruppo di microfinanza: partendo da una situazione di povertà e di mancanza di qualsivoglia potere decisionale, esse sono riuscite a realizzare i cambiamenti desiderati costruendosi un proprio business e una propria posizione, fino ad espandere le loro reti sociali a livello comunitario, trasformandone anche le relazioni di potere.

Alcune donne, attraverso le interviste, hanno spiegato il percorso che si intraprende dal momento in cui si aderisce ad un gruppo di microfinanza, indipendentemente dal tipo di attività economica: c’è chi con il primo prestito ha avviato un’attività di vendita al dettaglio di alimenti, chi ha optato per il settore tessile e sartoriale e chi ha acquistato animali da fattoria e preso in affitto dei frutteti. Tutte queste donne non solo hanno beneficiato di un credito iniziale (quasi totalmente basato sulla fiducia, cioè in assenza di garanzie reali come un immobile o un terreno), ma hanno saputo fare tesoro anche degli insegnamenti ricevuti dai membri dei gruppi di microfinanza, insegnamenti impartiti gratuitamente. Tutto ciò ha generato un proficuo circolo virtuoso, anche grazie alla rete di contatti che sapientemente sono state in grado di tessere e sfruttare.

E come si suol dire, da cosa nasce cosa: ampliare il business ha significato tanto aumentare la clientela, quanto creare nuovi posti di lavoro, portando le donne ad assumere sia membri dei gruppi di appartenenza, che donne e uomini dei vari villaggi.

Il beneficio è stato duplice: da un punto di vista economico, poiché queste donne si sono rese autonome e in grado di accrescere le risorse della famiglia, costruendosi delle opportunità al di fuori del nucleo familiare, e da un punto di vista sociale, grazie alla stima e alla ottima reputazione di cui hanno iniziato a godere e al sostegno degli abitanti del villaggio, che hanno cominciato ad avere grande considerazione delle imprenditrici su piccola scala (cosa forse scontata per chi vive in un paese sviluppato, ma una vera conquista in termini di emancipazione in quei paesi dove la donna è ancora vittima di una società profondamente maschilista e tradizionalista).

Questi benefici sono stati di fondamentale importanza in materia di empowerment femminile, tanto quanto lo sono state le azioni sociali collettive cui le donne hanno preso parte. Tra le varie iniziative intraprese, ci sono numerose attività di assistenza sociale finalizzate a migliorare il benessere della comunità, totalmente promosse e guidate dai membri dei gruppi di microfinanza.

In particolare, tornando alle donne intervistate, queste raccontano di essere riuscite a fronteggiare le difficoltà riguardanti la ricostruzione delle case distrutte dalle alluvioni e la riparazione delle infrastrutture dei villaggi che i monsoni avevano demolito. La decisione presa da ogni gruppo di microfinanza di agire collettivamente è nata dalla totale noncuranza dei leader politici locali rispetto ai problemi che affliggevano la comunità. Contando sulla fitta rete di contatti che avevano creato, sulla stima conquistata e facendo leva sui principi di solidarietà e collaborazione, queste donne non solo sono riuscite a suscitare l’attenzione degli abitanti dei rispettivi villaggi (che sono persino intervenuti attivamente), ma hanno anche (in qualche occasione) ottenuto dei finanziamenti governativi per la ricostruzione.

Questo metodo di azione collettiva è stato poi applicato anche ad altri ambiti particolarmente delicati: dalla salute all’istruzione, passando per la previdenza sociale e la lotta contro la violenza sessuale, l’uso di droghe e la discriminazione di qualsiasi genere.

In realtà, le interviste hanno fatto emergere un dato importante: negli ambiti strettamente collegati a consuetudini e pratiche talmente consolidate da essere considerate norme patriarcali, molte donne hanno rifiutato di intervenire, anche con un’azione collettiva. È accaduto, per esempio, nel caso di un’azione intrapresa da un gruppo di microfinanza nei confronti di una famiglia che aveva imposto alla figlia sedicenne un matrimonio precoce (la legge in Bangladesh prevede che la donna debba essere maggiorenne per convolare a nozze, ma il matrimonio minorile è una pratica sociale convenzionale profondamente radicata nelle aree rurali del paese). È stato solo grazie alla forza dell’impegno del gruppo che i due genitori hanno accettato di annullare il matrimonio. Secondo il leader del gruppo stesso, se l’appello fosse stato fatto da una sola persona, molto probabilmente non avrebbe avuto lo stesso effetto e i genitori non avrebbero capito l’errore.

Medesima esperienza è quella di una giovane donna vittima di violenza domestica per mano del marito. Anche in questo caso, i membri di un gruppo di microfinanza hanno intrapreso un’azione collettiva (andata a buon fine) per fornirle supporto, ma molte donne hanno rifiutato di essere coinvolte.

Questo comportamento potrebbe avere una duplice chiave di lettura: secondo alcuni, il problema della violenza domestica in tutte le sue forme è una questione privata e tale deve restare, quindi nessuno può permettersi di intervenire nella sfera intima di una famiglia, anche se l’azione è finalizzata a mettere fine a una cattiva pratica. Esistono alcune consuetudini e pratiche sociali talmente radicate da essere difficili da mettere in discussione: per esempio, se l’uomo provvede al sostentamento della donna, le procura abiti e cibo, allora potrà farle qualsiasi cosa, senza interferenze esterne.

Secondo altri, il rifiuto di intervenire in determinate situazioni è riconducibile a un livello di empowerment individuale ancora troppo basso. A confermare questa chiave di lettura, sono le stesse donne oggetto dello studio, che hanno rivelato come la capacità di sfidare le pratiche patriarcali avvertite dalla società come vere e proprie norme sia uno dei risultati chiave dell’adesione al progetto di microfinanza. Il livello individuale e collettivo di empowerment femminile è considerato, quindi, un presupposto fondamentale affinché le donne si sentano sufficientemente consapevoli e forti da poter sfidare comportamenti e pratiche sociali ingiuste.

Inoltre, le donne si sentono maggiormente influenti quando hanno il sostegno degli altri membri del gruppo, poiché questo consente loro di sostenersi a vicenda e anche di condividere esperienze personali, aprendosi con maggiore facilità. Ecco perché le norme e i principi che regolano la partecipazione ai gruppi di microfinanza sono così importanti non solo dal punto di vista economico, ma anche – e forse soprattutto – sociale. Condividere, avere fiducia nel prossimo e creare reti di contatti esterne alla famiglia sta trasformando il potere decisionale delle donne e la loro capacità di azione, sia individuale che collettiva. La vera forza dei progetti di microfinanza risiede nel porre l’accento sulla costituzione di una comunità condivisa, una comunità in cui la donna è considerata un membro a tutti gli effetti, senza distinzione di età, confessione e status. Solo in questo modo l’empowerment individuale di una donna potrà essere esteso a tutta la comunità, permettendole di intervenire e far sentire la sua voce anche in quelle sfere dichiarate inaccessibili.