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Tunisia: la Rivoluzione non è ancora finita

Leani Dario

Sono ormai passati dieci anni dallo scoppio della cosiddetta Primavera Araba, un’ondata di mobilitazioni di massa che tra il 2010 e il 2012, a partire dal cuore della Tunisia, travolse diversi paesi del Nord Africa e del Medio Oriente alimentandosi delle problematiche di ciascun contesto e trasformandosi, nei casi più estremi, in violente rivolte tese alla destituzione dei rispettivi governanti o in conflitti sanguinosi e prolungati.

La vicenda passata alla storia come scintilla delle rivolte arabe degli anni 2010-2012 riguarda Muhammad Bouazizi, un giovane istruito e disoccupato della regione di Sidi Bouzid nella Tunisia centrale, costretto alla vendita ambulante di prodotti ortofrutticoli per il sostentamento della famiglia. Il 17 dicembre 2010 alcuni agenti di polizia gli vietarono per l’ennesima volta di svolgere la sua attività, gli confiscarono i prodotti e la strumentazione e lo umiliarono pubblicamente. Dopo il rifiuto di udienza da parte delle autorità locali, il giovane si diede fuoco di fronte al municipio di Sidi Bouzid, cittadina capoluogo del governatorato.

La storia personale di Muhammad Bouazizi è emblematica delle condizioni di vita della popolazione marginalizzata in Tunisia ed il suo gesto disperato divenne simbolo di rivolta contro un regime ritenuto responsabile della fame dei cittadini e colpevole della repressione poliziesca. L’ondata di proteste che ne scaturì infiammò da subito le regioni centrali del Paese e ne raggiunse presto le principali città, portando alla fuga del presidente in carica da 23 anni, Zine al-Abdine Ben Ali, il 14 gennaio del 2011.

Mappa Realizzata da Timothée Giraud (CIST)

Osservando la cronologia e le prime tappe della Rivoluzione, si nota il ruolo essenziale delle regioni prevalentemente rurali e delle classi sociali più marginalizzate che si identificarono con Muhammad Bouazizi e reagirono alla sua immolazione protestando contro condizioni socio-economiche indegne, frutto di anni di politiche economiche incapaci di promuovere una crescita equa nel Paese. Alle rivendicazioni di natura sociale ed economica si unirono sempre più quelle politiche, per le libertà individuali e il diritto di espressione, organizzazione e partecipazione politica. La rivolta delle regioni dell’interno divenne così una rivoluzione in grado di raggiungere i palazzi del potere ed iniziare un processo di ricostruzione nazionale politica e sociale: della forma di governo, dell’identità collettiva tunisina e dei rapporti tra Stato e società.

La caduta del regime è quindi da considerarsi come il risultato di una mobilitazione collettiva, che trascende le classi e le categorie sociali, e della convergenza degli interessi di tutta la popolazione in rivolta. Una convergenza tuttavia temporanea, destinata a terminare con il raggiungimento degli obiettivi di una parte di quella popolazione. Entro la fine del 2011 molte delle richieste politiche della protesta furono soddisfatte, le manifestazioni diminuirono ed il Paese iniziò la sua transizione politica e sociale verso la democrazia.

Da allora, il dibattito pubblico e le analisi degli osservatori internazionali si sono focalizzati in modo particolare sugli scontri politici e sulla questione dell’identità nazionale, che rispecchiano preoccupazioni perlopiù urbane e che mettono in secondo piano le rivendicazioni delle regioni rurali all’origine dei sollevamenti. Mentre le difficoltà socio-economiche non hanno cessato di esistere e di provocare una diffusa e continua protesta sociale, gli undici governi susseguitisi negli ultimi dieci anni sono stati impegnati a gestire la distribuzione del potere tra le forze politiche, in continua lotta o compromesso tra loro, quasi nessuna delle quali ha espresso la volontà di intraprendere una trasformazione strutturale dell’economia tunisina verso un modello di sviluppo più inclusivo, o almeno di aprire un dibattito su questo fondamentale obiettivo.

Le due Tunisie

Il fatto che la Rivoluzione tunisina sia iniziata e cresciuta proprio nelle regioni interne e a predominanza rurale ha posto l’accento sulle fratture socio-spaziali del Paese, frutto di dinamiche storiche e geografiche da una parte e di una discriminazione in termini di politiche e investimenti pubblici dall’altra. Si tratta di “due Tunisie” contrapposte: quella delle regioni urbane e litoranee, dove si concentrano popolazione, attività, capitali e sviluppo, e quella delle zone rurali dell’interno, che hanno in generale beneficiato poco o per niente della crescita economica e dove si registrano i più bassi indicatori di sviluppo umano. Nonostante la coscienza relativa agli squilibri del territorio in Tunisia e le politiche messe in atto dall’indipendenza in poi per contenere tali squilibri, questi hanno continuato a crescere, e ciò è dovuto anche al fatto che i più grandi progetti dello Stato sono stati guidati in realtà dalla ricerca del profitto e della competitività economica, come quelli offerti dalle infrastrutture turistiche, nautiche e delle industrie lungo le coste.

In Tunisia, la popolazione e le attività economiche si concentrano principalmente nel Nord-Est e nel Centro-Est del Paese, dove si trova l’80% della popolazione nazionale e più del 75% dell’impiego non agricolo. Se è vero che la concentrazione di attività economiche e popolazione non è una specificità tunisina, è altresì vero che nel caso tunisino la crescita sbilanciata non è stata accompagnata da uno sviluppo inclusivo, in grado di redistribuire i benefici di quella crescita al di là dei confini regionali e creare una convergenza nazionale di reddito, opportunità e accesso ai servizi di base.

Le regioni tunisine mostrano infatti altre gravi disparità; la povertà, per esempio, si concentra maggiormente nella regione del Centro-Ovest (dove nel 2020 la percentuale di popolazione che viveva al di sotto della soglia di povertà era pari al 31%) e del Nord-Ovest (percentuale del 28%) contro soltanto l’11% nelle regioni centro-orientali e il 5% nella zona della capitale. Un altro dato significativo è rappresentato dai tassi di disoccupazione, che nel primo trimestre del 2021 era pari al 17,8% (maggiore di quello registrato dodici mesi prima, ma comunque al di sotto del picco raggiunto durante la fase più acuta della prima ondata della pandemia, nel secondo trimestre del 2020 in cui aveva raggiunto il 18%,  a fronte di misure molto stringenti di lockdown), ma superava il 30% nelle regioni occidentali e meridionali, mentre si aggirava attorno al 20% nel Nord-Est, nel centro-Est e nel distretto di Tunisi. Alle coste ricche e aperte all’economia mondiale fanno così da contrappeso le regioni povere e isolate dell’entroterra, caratterizzate da gravi ritardi anche in fatto di alfabetizzazione, di percentuale di abitazioni dotate di servizi igienici, di accesso ad Internet e telefonia mobile. In questo modo, mentre la crescita e la creatività si concentrano nelle grandi città, le regioni marginalizzate dell’interno, ricche di giovani e di risorse, tendono a diventare sempre più un semplice serbatoio di manodopera non qualificata, che abbandona la propria terra in cerca di lavoro nelle altre regioni del Paese o all’estero, oltre che di beni agricoli e materie prime sfruttati nelle zone costiere.

La trasformazione dell’agricoltura

A questa situazione si sommano gli effetti delle politiche agricole messe in atto dallo Stato dall’indipendenza in poi, che hanno trasformato profondamente il mondo rurale a sfavore dei piccoli contadini e delle aziende a conduzione familiare, importanti fonti di sicurezza alimentare e mantenimento per le popolazioni locali, di conservazione della biodiversità e delle tradizioni agricole locali. Con il passare degli anni il sistema di diritti tribali o collettivi sulla terra fu smantellato e il potere fu gradualmente trasferito nelle mani di pochi grandi proprietari terrieri, gli unici in grado di intraprendere significativi investimenti di capitale per la meccanizzazione dell’agricoltura e l’espansione dei sistemi di irrigazione. Fu sempre più difficile per i piccoli proprietari terrieri competere e rimanere a lavorare la propria terra, in particolare con la liberalizzazione del mercato agricolo a partire dagli anni ’80: i prezzi degli input agricoli (sementi, concimi, ecc.) poterono oscillare e crescere in base all’andamento del mercato internazionale, il Governo cessò di garantire l’acquisto di raccolti e un prezzo minimo pagato ai produttori, e le grandi compagnie private poterono operare nei diversi livelli della catena di mercato (servizi, fornitura, distribuzione) a condizioni sfavorevoli per i piccoli agricoltori.

Inoltre, la mercificazione della terra si accelerò ed ingenti porzioni di terra demaniale furono trasferite ai privati. All’inizio degli anni 2000 le aziende con meno di 5 ettari rappresentavano la metà del totale delle aziende, ma disponevano soltanto del 9% delle superfici coltivabili, mentre le aziende di oltre 50 ettari, che impiegavano solo il 3% degli agricoltori, sfruttavano il 37% dei terreni. Milioni di contadini, in mancanza di alternative, dovettero cercare forme alternative di reddito, spesso nel settore informale o svolgendo attività illegali, oppure migrare verso le regioni urbane o all’estero.

Le radici profonde della Rivoluzione tunisina

Per quanto esplosiva ed apparentemente improvvisa, la reazione all’immolazione di Muhammad Bouazizi non fu né il primo né l’ultimo esempio di conflitto e di solidarietà socio-spaziale nelle regioni marginalizzate della Tunisia, ma rappresentò solo una fase di sorprendente accelerazione di un più lungo processo di emergenza di nuove rivendicazioni, attori sociali ed azioni politiche, rintracciabile attraverso una serie di conflitti e movimenti di protesta rivelatori delle crescenti fratture sociali e spaziali che hanno accompagnato le dinamiche di sviluppo del Paese.

La rivolta nella regione mineraria di Gafsa del 2008, nel Centro-Ovest del Paese, è un caso emblematico di reazione popolare agli effetti drammatici delle politiche operate dal regime nelle regioni più povere, in questo caso di ristrutturazione del settore pubblico, in particolare della Compagnie des phosphates et des chemins de fer de Gafsa. La frustrazione degli abitanti, elevata a causa delle gravi condizioni di marginalizzazione della zona e acuita dalla perdita di 10.000 posti di lavoro tra il 1985 e il 2005, esplose nella rivolta del 2008, in occasione dei risultati del concorso di assunzione tenutosi a gennaio di quell’anno che aumentò la percezione di esclusione da parte dei giovani diplomati e laureati disoccupati della regione.

Un altro movimento localizzato che fa parte delle radici profonde della rivoluzione tunisina riguardò proprio la regione di Sidi Bouzid; una regione a prevalenza agricola che subì delle intense trasformazioni nel corso del XX secolo, di pari passo con il progetto dello Stato di renderla un polo agricolo moderno e intensivo, orientato all’esportazione e basato sullo sfruttamento delle falde acquifere e sull’attrazione di capitali privati e pubblici. Il settore irriguo raddoppiò a Sidi Bouzid passando da 25.000 ettari nel 1993 a 47.000 nel 2011 ma, nonostante un indiscutibile successo tecnico, ci si trova di fronte ad un fallimento sociale ed ecologico che vede la regione ancora tra le più povere del Paese ed il livello delle falde acquifere calare vertiginosamente, in concomitanza con la salinizzazione dell’acqua e la degradazione del suolo. La divisione delle terre in precedenza gestite collettivamente e il più recente sviluppo di un mercato fondiario introdussero nuovi attori nella regione che contribuirono ad accentuare le disuguaglianze nell’accesso alla terra. Nonostante la repressione del regime, queste disuguaglianze furono denunciate alla luce del sole come ingiustizie attraverso un movimento sviluppatosi tra il 2009 e il 2010, proprio qualche mese prima del gesto di Muhammad Bouazizi

Le fratture non sanate e i nuovi conflitti degli ultimi anni

Negli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione si è assistito all’occupazione di un gran numero di aziende agricole con cui le popolazioni locali hanno cercato di riappropriarsi delle terre assegnate a persone vicine al regime attraverso le privatizzazioni.

Le mobilitazioni del mondo agricolo hanno colpito anche le organizzazioni incaricate della difesa degli interessi degli agricoltori che erano asservite al potere, con lo scopo di ottenere una migliore rappresentatività sindacale; in altri casi, hanno denunciato le crisi delle principali filiere agricole ed il peso crescente che vi esercita il settore privato, oltre che le disuguaglianze nell’accesso alla terra e all’acqua di irrigazione, le questioni dell’indebitamento e dell’espropriazione della terra e le condizioni salariali dei contadini dipendenti dei grandi proprietari terrieri.

Diversi movimenti di protesta nelle regioni più marginalizzate si sono susseguiti negli ultimi anni, non solo a partire da rivendicazioni prettamente agricole. Basti ricordare la violenta protesta dei giovani disoccupati a Kasserine del 2016, nel Centro-Ovest del Paese, sfociata in scontri con la polizia a livello locale e manifestazioni di solidarietà in tutto il Paese. Oppure il movimento di al-Kamour nel 2017 e ancora nel 2020 nel Sud del Pese, che ha denunciato condizioni di povertà e disoccupazione in una regione ricca di idrocarburi.

È impossibile elencare in questa sede tutti i movimenti di protesta che hanno costellato il periodo successivo alla Rivoluzione, ma basti sottolineare che le rivendicazioni prese in esame sorgono a partire dalle regioni marginalizzate e impoverite, come quelle che reagirono all’immolazione di Bouazizi e iniziarono la Rivoluzione nel 2010. Nonostante le specificità di ciascun contesto, le rivendicazioni di questi movimenti non sono direttamente politiche, ma ruotano attorno al diritto alle risorse, ai servizi e ad una vita dignitosa, a dimostrazione della persistenza dei problemi strutturali e del malcontento all’origine della Rivoluzione. Se queste problematiche continueranno a essere trascurate, non solo il successo della Rivoluzione sarà parziale e riguarderà solo una parte della popolazione, ma la frattura tra “le due Tunisie” rischierà di causare, come già sta avvenendo, nuovi conflitti e instabilità.

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 Bennasr, A., Baron, M., de Ruffray, S., Grasland, C., & Guérin-Pace, F. (2015). Dilemmes de la réforme régionale tunisienne. Revue dEconomie Regionale Urbaine, (5), 853-882. https://cist.cnrs.fr/geomedia1/

Sidi Bouzid سيدي بوزيد | Commune de Sidi Bouzid à Laghouat ب… | Flickr Attribution-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-ND 2.0), attraverso  Flickr https://www.flickr.com/photos/habibkaki/38694686020