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Lo ‘Stato di eccezione’ e il controllo esercitato dal presidente della repubblica. Il caso Colombia

Guzman Cartagena Nicolas Enrique

Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di
respirare.

Pablo Neruda

Considerazioni preliminari

Il mondo intero si trova oggi a vivere una serie di circostanze eccezionali a causa del virus denominato Corona Virus 2019 (Covid-19), catalogato come ‘pandemia’ dalla Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) – ovvero un’epidemia che si è estesa a numerosi paesi o continenti e che tocca un grande numero di persone- che ha prodotto un’emergenza di salute pubblica a livello mondiale, costringendo tutti i Paesi coinvolti a prendere misure protettive necessarie, anche se non sufficienti a garantire, difendere e ristabilire, quando violati, i diritti dei cittadini.

La Colombia non è estranea a questa grave calamità e a riguardo il Ministero della Salute e della Protezione Sociale, previa conferma dell’Istituto Nazionale della Salute-INS, il 6 marzo ha emesso il Bollettino 046 del 2020, nel quale si confermava un primo caso di Coronavirus, così come reso pubblico dalla Rivista Semana sul suo sito web, in un articolo intitolato: “Coronavirus in Colombia: primo caso confermato”.

Successivamente, con la Direttiva 02 del 12 marzo 2020, il Presidente della Repubblica, Iván Duque Márquez, emanava le “Misure per far fronte alla contingenza causata dal virus Covid19”. E qualche giorno più tardi, sulla base delle informazioni ottenute dai diversi canali diplomatici e delle notizie provenienti da tutto il mondo a seguito della diffusione ampia e accelerata della malattia, il presidente Duque sanciva con il Decreto 417 del 17 marzo lo “stato di Emergenza Economica, Sociale ed Ecologica” su tutto il territorio Nazionale, facendo uso dei suoi poteri legittimi, straordinari e particolari, conferitigli dalla Costituzione della Colombia e dalle leggi vigenti, in particolare la legge 1801 del 2016 e 137 del 1994.

Cenni storici

Nel corso della storia neocostituzionale della Colombia si sono verificate diverse trasformazioni a livello politico, giuridico, economico e sociale che, durante diversi periodi presidenziali, hanno reso necessario il ricorso alla misura straordinaria dello stato di eccezione per ristabilire l’ordine e l’equilibrio turbato da circostanze che avrebbero potuto mettere a rischio la sicurezza dello Stato o di una parte del suo territorio.

Sebbene la Costituzione del 1991 stabilisca che gli stati di eccezione sono (i) lo stato di guerra esterna (ii) lo stato di agitazione interna e (iii) lo stato di emergenza economica, sociale ed ecologica, è la legge che definisce chiaramente i requisiti formali e materiali necessari per ognuna di queste circostanze e che regola lo stato di eccezione in Colombia, determinandone anche i poteri, i controlli e le garanzie per la protezione dei diritti umani una volta dichiarato e durante tutta la durata della disposizione (Muñoz, 2002)

Possiamo senz’altro affermare che in Colombia la questione degli stati d’eccezione non è una novità, dato che in passato essi sono stati dichiarati da diversi presidenti per due delle tre modalità descritte, a seconda delle circostanze verificatesi. Si noti che la Corte costituzionale colombiana ha recepito ed esposto le caratteristiche dello stato di emergenza economica, sociale ed ecologica o di grave calamità pubblica nelle sentenze C-135 del 2009, C-156 del 2011 e C-216 del 2011, partendo dai precedenti costituzionali stabiliti dalla stessa Corte fin dall’inizio delle sue funzioni. Seguendo questa modalità, possiamo dunque elencare gli stati d’eccezione dichiarati nel corso degli ultimi mandati presidenziali raggruppandoli sotto le tre figure stabilite dalla Costituzione come segue:

  1. Un primo stato di agitazione interna fu decretato il 10 luglio 1992, per decisione del presidente liberale César Gaviria Trujillo.
  2. Un secondo stato di agitazione interna fu decretato ancora per decisione del governo di César Gaviria l’8 novembre 1992.
  3. Il presidente Ernesto Samper Pizano decretò lo Stato di emergenza economica, sociale ed ecologica il 2 novembre del 1996.
  4. Durante il governo del presidente Andrés Pastrana Arango un primo stato di emergenza economica, sociale ed ecologica fu deliberato il 16 novembre del 1998.
  5. Sempre durante il governo del presidente Andrés Pastrana Arango, un secondo stato di emergenza economica, sociale ed ecologica fu deliberato poco tempo dopo, il 29 gennaio del 1999.
  6. Álvaro Uribe Vélez decretò lo stato di agitazione interna l’11 agosto 2002.
  7. Il 27 luglio 2010 lo stesso governo di Álvaro Uribe Vélez dichiarò lo Stato di emergenza economica, sociale ed ecologica.
  8. Infine, lo Stato di emergenza economica, sociale ed ecologica nel governo di Juan Manuel Santos fu deliberato il 7 aprile 2017.

Ciò premesso, le osservazioni di questo articolo si riferiscono all’attuale crisi politica e legale che la Colombia sta attraversando, causata dal processo di centralizzazione del potere da parte del ramo esecutivo del parlamento, o iperpresidenzialismo, grazie al quale il presidente in carica ricopre un ruolo sempre più preminente e dominante. Infatti, egli, avvalendosi di questi poteri straordinari e temporanei, si è intromesso nelle funzioni del Parlamento, governando nel corso dell’anno per mezzo di decreti aventi forza di legge, senza un controllo politico forte e decisivo come quello del Congresso della Repubblica, né un controllo Costituzionale a posteriori. Basti pensare che nei 29 anni di vita dell’attuale Costituzione durante il periodo degli stati di eccezione i governi hanno emanato 270 decreti, mentre nei soli 60 giorni dello stato di eccezione deliberato a causa della pandemia Covid19 ne sono stati emanati ben 164. La concentrazione del potere è così alta che anche gli organi di controllo (Avvocatura generale, Ufficio di controllo generale, Procuratore generale e Difensore civico) soggiacciono all’esecutivo e i loro rappresentanti durante il mandato presidenziale, o anche prima, hanno fatto parte della cerchia personale del presidente, hanno militato nel suo stesso partito politico o si sono dichiarati affini alla sua ideologia.

Il professor Juan Gabriel Gómez dell’Università Nazionale sostiene che se i dirigenti degli organi di controllo e perfino dell’Avvocatura di Stato- che è un organo che appartiene al ramo giudiziario- sono in combutta con il partito di governo, queste entità saranno molto poco incoraggiate ad effettuare le loro azioni di controllo. Di conseguenza, sapendo che esse saranno deboli o non avranno luogo, la tentazione del governo di usare il potere andando oltre i limiti della Costituzione e della legge sarà molto più forte.

Queste osservazioni si allacciano anche alla lettera aperta al pubblico denominata “Manifesto per la democrazia” in cui i firmatari sostengono che il Congresso non ha discusso nemmeno uno dei 164 decreti straordinari deliberati durante lo stato di eccezione e che il Senato non si è pronunciato sulla relazione presentata dal governo, arrivata incompleta e in ritardo. Non sono stati rivisti nemmeno i conti e le spese miliardarie effettuate durante la pandemia, che compromettono il presente e il futuro del Paese.

Dall’altra parte, Trasparenza per la Colombia- Capitolo Trasparenza Internazionale- in un recente comunicato stampa ha indicato, tramite la sua presidente Delia Ferreira, che “durante la pandemia è stata osservata in molti paesi la tendenza ad una maggiore discrezionalità del potere esecutivo. Tuttavia, siamo profondamente preoccupati dal fatto che il sistema di pesi e contrappesi in Colombia sia influenzato anche da questioni relative all’indipendenza delle istituzioni che sarebbero preposte proprio a monitorare e controllare l’azione dell’esecutivo”.

Vale la pena citare anche il recente rapporto preparato dalla Commissione Colombiana dei Giuristi, intitolato “Il malgoverno del principiante. Autoritarismo, guerra e pandemia”, in cui vengono riportati sette argomenti a sostegno della tesi dell’iperpresidenzialismo, tra i quali spicca la gestione della pandemia da parte del presidente e del suo team di governo: il rapporto afferma che, nei 60 giorni di durata dello stato di emergenza, il presidente Duque ha emesso 164 decreti di cui solo 11 specifici per l’emergenza coronavirus (Piattaforma colombiana per i Diritti umani, la Democrazia e lo Sviluppo, Alleanza e Coordinamento Colombia-Europa-Stati Uniti, 2020).

A corollario di quanto si è esposto, è necessario considerare anche alcuni dati sulla crisi del lavoro in Colombia durante il primo semestre dell’anno: secondo il Dipartimento Amministrativo Nazionale di Statistica -DANE, infatti, ad aprile di quest’anno erano già stati persi circa 5,4 milioni di posti di lavoro. I più colpiti sono stati i settori del commercio e quello della riparazione dei veicoli con circa 516.000 posti di lavoro in meno, in secondo luogo il settore delle attività artistiche e culturali con un totale di 422.000 posti di lavoro persi e infine il settore alberghiero e della ristorazione con un danno occupazionale di 356.000 posti di lavoro.

In questo quadro, il rapporto pubblicato di recente dal DANE ha stabilito che la media mobile del tasso di disoccupazione nazionale per il trimestre giugno-agosto 2020 è del 18,9%, il che significa un aumento di 8,6 punti percentuali rispetto al trimestre giugno-agosto 2019 (10,3%). Il tasso di partecipazione complessivo è stato del 57,7%, il che ha rappresentato una diminuzione di 5,4 punti percentuali rispetto allo stesso trimestre del 2019 (63,1%). Infine, il tasso di occupazione globale è stato del 46,8%, ovvero una riduzione di 9,8 punti percentuali rispetto allo stesso periodo del 2019 (56,6%) (Dipartimento Nazionale di Statistica, 2020).

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Foto Credits: Stocks in Chinù – Stevemblevins, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons