Burkina Faso Opinioni

Burkina Faso: convivere con l’onda lunga del Covid-19

Pietra Virginio

In Burkina, tra marzo e inizio ottobre 2020 sono stati identificati circa 2.300 casi di COVID-19, in gran parte riconducibili a due principali cluster.

Il primo, a inizio pandemia, si è originato da casi importati dall’Europa e si è sviluppato tra i membri dell’elite burkinabé e nella comunità espatriata di Ouagadougou, la capitale. Per circoscrivere questo cluster era stata adottata una serie di misure di lockdown, tra cui la chiusura delle frontiere, di scuole e luoghi di culto e coprifuoco. Con il calo della curva dei contagi queste misure sono state revocate, ad eccezione del blocco delle frontiere terrestri al traffico passeggeri, che però è di fatto ripreso anche se, per aggirare i varchi, i costi sono almeno raddoppiati. Naturalmente, chi entra illegalmente sfugge ai controlli sanitari, ma questo non ha un grande impatto epidemiologico, visto che anche nei Paesi limitrofi la curva è in calo. In Burkina, anche i centri dedicati al ricovero dei pazienti Covid-19, creati dal Ministero della Sanità e dalle Ong, sono stati chiusi.

Il secondo cluster è stato identificato a inizio settembre in un gruppo di studenti, riuniti in una caserma di Bobo-Dioulasso, la seconda città del Paese, per una breve formazione militare. Gli studenti, un migliaio in totale, per misura precauzionale erano sottoposti periodicamente a tamponi, che dopo un mese sono risultati positivi in un quarto dei casi. Visto che gli infetti erano tutti asintomatici o paucisintomatici, senza lo screening sistematico questo cluster sarebbe passato inosservato, al pari di quelli che probabilmente si producono nel resto del Burkina, in altre caserme, nei collegi ed in ogni altro contesto favorevole.

Tra i due cluster ci sono stati casi sporadici, con pochi contagi tra i contatti, che testimoniano del proseguirsi della trasmissione nella comunità, ma anche della scarsa capacità del virus di creare grossi focolai al di fuori di ambienti chiusi sovraffollati, come gli uffici e i ritrovi climatizzati delle città o le camerate di una caserma.

Nel Burkina rurale, dove risiede il 70% della popolazione, la pandemia si scontra infatti con il lockdown ancestrale dei villaggi sparsi nella savana, dove le occasioni di contagio sono ridotte perché il numero dei contatti è limitato, la vita lavorativa e sociale si svolge all’aria aperta e gli spostamenti si fanno a piedi o in bicicletta. Come osservato sin dall’inizio della pandemia, anche il confinamento tradizionale del mondo femminile burkinabé costituisce una barriera al contagio, in quanto due terzi dei casi sono di sesso maschile.

Globalmente, l’Oms stima che l’Ro del Burkina sia pari a 1, con valori superiori solo in occasione dei picchi provocati dai cluster, in un’onda lenta ma continua.

Da inizio epidemia, i decessi attribuiti al Covid-19 sono stati 60, quasi tutti collegati al primo cluster, che comprendeva persone vulnerabili, in quanto anziane e sufficientemente abbienti per poter sopravvivere, curandosi, a malattie cardiovascolari o metaboliche, come il diabete. Quando l’infezione si è diffusa al di fuori del cerchio ristretto dell’élite, i decessi si sono ridotti perché la popolazione è giovane, e raramente presenta patologie croniche, il che spiega la limitata letalità del Covid-19 non solo in Burkina, ma in tutta l’Africa. Questa può sembrare una nota positiva, ma è in parte dovuta al fatto che in Africa le probabilità di invecchiare, anche se in aumento, sono limitate (al mio arrivo in Burkina, nel 1985, la speranza di vita era di 48 anni, oggi di quasi 60).

La rarità dei casi gravi e soprattutto dei decessi, non consente al Covid-19 di essere considerata una vera epidemia da parte della popolazione, e spesso anche dallo stesso personale sanitario. La memoria collettiva è ancora marcata dal ricordo delle epidemie di meningite o di morbillo, che flagellavano il Paese con migliaia di morti prima di essere contenute dalle vaccinazioni. Ancora oggi, nei mesi estivi, il picco di trasmissione della malaria satura i reparti di pediatria e miete le sue vittime. Al confronto, il Covid-19 è invisibile.


Inoltre, le misure di lockdown adottate in primavera hanno interferito con la vita sociale ed economica ad un livello mai visto, sia nel corso delle precedenti epidemie, sia durante i numerosi golpe militari della storia del Burkina. A fronte dell’invisibilità della pandemia, il lockdown è stato prima mal sopportato, e infine violentemente contestato.

Dopo il contenimento del primo cluster, l’attenzione della gente è tornata alle preoccupazioni del quotidiano che negli ultimi mesi sono state, per i più, riuscire a sopravvivere nell’attesa del raccolto autunnale, diminuendo progressivamente il numero di pasti. Per l’oltre milione di sfollati dalle regioni in preda all’insurrezione jihadista, che rappresentano un terzo del territorio nazionale, il problema della fame è ancora più acuto, in quanto sopravvivono solo grazie alle famiglie di accoglienza o all’aiuto umanitario.

In questo momento non possiamo quindi contare sulla partecipazione della popolazione, che in passato ha permesso al Burkina di ottenere importanti successi in ambito sanitario, quali l’eradicazione della poliomielite e della dracunculosi, l’eliminazione della lebbra e la netta diminuzione delle infezioni da HIV. In particolare, non si può pensare a nuovi lockdown, anche mirati.

In questa onda lenta, ma continua, anche il Burkina deve però trovare le modalità per convivere con la pandemia.

La prima è di continuare a mantenere l’insieme delle prestazioni di routine del sistema sanitario. Fino ad ora questo è stato possibile ad eccezione della capitale dove, nei mesi di marzo e aprile, l’utilizzo dei servizi sia curativi che preventivi si è dimezzato rispetto agli anni precedenti. Per il resto, a differenza di altri Paesi africani, tutte le prestazioni sono proseguite – adottando naturalmente le misure barriera – comprese quelle sul territorio, quali campagne di vaccinazione, di profilassi antimalarica o di screening domiciliare della malnutrizione, e via dicendo. Il proseguimento delle attività sul territorio, indispensabile per continuare a diminuire la mortalità infantile, è però messo a rischio dalla crisi economica mondiale : queste attività sono quasi del tutto dipendenti dall’aiuto internazionale – che molto probabilmente, a seguito della crisi economica, andrà diminuendo. In pratica, per noi che ci occupiamo di prevenzione e cura della malnutrizione in zona rurale, l’arrivo del Covid-19 non ha interferito con le attività : certe misure barriera, quali l’igiene delle mani, erano già parte dei nostri protocolli e altre – quali l’utilizzo di mascherine e il distanziamento sociale – non sono state difficili da introdurre.

La seconda modalità è di rinforzare lo screening dei casi e dei contatti, che si scontra però con le difficoltà di realizzazione ed i costi dei test molecolari. In Burkina, una quindicina di laboratori sono in grado di realizzarli, ma in numero molto limitato e con tempi lunghi. La disponibilità dei test rapidi antigenici, da poco introdotti anche in Europa, permetterebbe di decentralizzare le attività di screening – come è avvenuto per HIV e malaria – e di disporre del risultato in tempi utili per la cura dei malati e per proteggere contesti a rischio quali ospedali o prigioni.

Infine, anche se il numero dei casi gravi resta limitato, sarebbe importante che l’esperienza clinica e terapeutica acquisita nei Paesi industrializzati potesse essere trasferita ai sanitari burkinabé, come già avvenuto in passato per la gestione dei pazienti HIV, tramite gemellaggi tra ospedali europei e africani.

 

Foto Credits:
Jeff Attaway from Dakar, Senegal, CC BY 2.0 < https://creativecommons.org/licenses/by/2.0 >, via Wikimedia Commons

Mother and Child at Pediatric Unit in Schiphra Hospital, Ouagadougou, UN Photo/Evan Schneider Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-NC-ND 2.0), attraverso Flickr