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In libreria – Crafting Masculine Selves: Culture, War, and Psychodynamics among Afghan Pashtuns

Un volume di Andrea Chiovenda*

Redazione

Il volume si basa su materiale etnografico originale raccolto in più tappe di lavoro sul campo a Jalalabad, nella provincia di Nanghahar, nel sud dell’Afghanistan, tra il 2009 e il 2013. L’autore si recò per la prima volta in Afghanistan come giornalista di guerra e rimase tanto colpito dalla cultura locale, soprattutto dall’idea di cosa significhi essere un “vero uomo”, che decise di tornare, imparare il pashtu e condurre ricerche antropologiche in Afghanistan.

Il libro offre uno sguardo approfondito sulla realtà sociale, culturale e psicologica di un popolo, i pashtun, attraverso una raccolta di interviste che si focalizzano su aspetti storici, sociali, etno-antropologici. L’autore presenta testimonianze di uomini incontrati nel loro agire quotidiano, in un mondo particolarmente violento, in situazioni di diversità culturali, sociali e religiose.

Le interviste rappresentano lo strumento mediante il quale sono analizzate le identità maschili, tra aspirazioni personali e subordinazione a modelli sociali e culturali. L’intento è leggere e interpretare questa umanità con l’occhio dell’antropologia psicanalitica, per analizzare quali sono i processi psicologici e sociali che stanno alla base di tali atteggiamenti.

Fa da sfondo la tragica storia dell’Afghanistan. In una successione rapida si ripercorrono quarant’anni di conflitti: dall’invasione sovietica alla caduta del regime comunista, alla guerra civile, all’arrivo dei talebani, all’occupazione da parte degli Stati Uniti.

In questo contesto di perpetua guerra e violenza, Chiovenda approfondisce le dinamiche di un gruppo di individui maschi che devono corrispondere anche alla rappresentazione esteriore delle norme culturali del ’’vero pashtun”, e come essi interagiscano con gli accadimenti militari e le vicende politiche perennemente caratterizzate dallo scontro fisico. Uno degli incontri con un uomo pashtun, Umar, descritto nel capitolo 3 intitolato “La costruzione e decostruzione di un militante religioso”, è un buon esempio delle argomentazioni presentate dall’autore. L’intervista scava nella vita interiore di quest’uomo ed emerge un conflitto tra aggressività e adattamento.

Umar è adolescente quando arrivano i mujaheddin, ed è studente prossimo all’Università quando si insediano i talebani. Immediatamente conquistato dalla loro propaganda ideologica, viene sedotto dai temi religiosi e la radicalizzazione prende il sopravvento come processo di identificazione tra le leggi del wahhabismo (movimento di riforma religiosa che si basa su una rigida interpretazione del Corano per purificare l’Islam da false innovazioni, come quelle del sufismo) e il jihadismo (il cosiddetto fondamentalismo islamico incentrato sulla guerra contro gli infedeli), un percorso che ha scelto per diventare un Pashtun ‘’rispettabile‘’.

Il dialogo tra i due si snoda continuamente tra generalizzazione storica e vicenda personale, dalla radicalizzazione del Paese allo scivolare di Umar inconsapevolmente verso il fondamentalismo talebano. La dimensione politica si sovrappone alle vicende individuali.

Umar nella sua storia personale vive tutte le contraddizioni di una società legata alla tradizione: vive un profondo conflitto e disagio interiore, ‘’l’immagine di sé’’ varia continuamente in relazione ai cambiamenti e alle necessità della sopravvivenza sociale o delle realtà culturali. Appare disorientato su quello che accade intorno a lui, assimila la mentalità occidentale delle persone con le quali lavora, così lontana dalla sua, diventa insofferente verso le tradizioni di una cultura che sente oppressiva: tradizioni tribali, patriarcato, la condizione sottomessa della donna dentro le mura domestiche, la difficile relazione tra i sessi, uomini e donne che non hanno il diritto di amare. Nello stesso tempo Umar è l’esempio concreto del vero pashtun che rispetta la tradizione, non intende abbandonare certe regole familiari e sociali, “non può sfuggire alla forza delle usanze”.

Sembra che Chiovenda, tramite l’indagine psicodinamica, creda che Umar sia in grado di superare le sue ambivalenze in un processo di cambiamento culturale.

L’aspetto più interessante del libro, come dimostra l’incontro con Umar, è proprio il tentativo di esplorare la soggettività, cioè cercare di far luce sui processi di pensiero, reazioni emotive e dinamiche inconsce della persona sotto osservazione, Umar in questo caso. Prestare attenzione a ciò che non si dice apertamente, a ciò che resta ai margini del discorso formale e quotidiano rispetto alla rappresentazione di sé. E l’autore combina questa attenzione alle dinamiche psichiche con una prospettiva antropologica, cioè tenendo conto dei contesti sociali e culturali in cui l’individuo è immerso. Quel che ne deriva è una sorta di “etnografia clinica”, basata su sessioni di interviste a lungo termine, protratte per mesi, con singoli individui e interpretata attingendo alla combinazione della chiave psicoanalitica e antropologica.

Indubbiamente si tratta di un’analisi interessante, che percorre l’intero volume e che porta a conoscere meglio questa cultura così diversa. Tuttavia, il libro non riesce a fugare un dubbio: un approccio integrato tra la dimensione psicologico-psicanalitica e quella antropologico-culturale è una sfida promettente, ma l’equilibrio tra le due prospettive è tutt’altro che facile da trovare e bilanciato. In questo libro, l’impressione da lettore afghano pashtun è che la narrazione assuma a categoria universale l’interpretazione occidentale della società afghana, anche se condotta con metodo etnografico, in quanto sembrerebbe che questi uomini si trovino rinchiusi nella gabbia di una cultura da superare.

In campo internazionale c’è, da almeno sessanta anni, un dibattito di grande importanza sullo statuto metodologico e anche politico del concetto di cultura. A maggior ragione in questi ultimi decenni, nel cuore di una fase di globalizzazione che combina, contrappone e riconfigura culture coesistenti, il dato problematico e relazionale della cultura non può essere sottaciuto.

Non a caso, si sono affermati metodi di analisi sociologica e antropologica svincolati da pretese strutturali legate ad affermazioni generali sul conflitto tra culture tradizionali o primitive e culture moderne o occidentali.

Per un pashtun la “fedeltà” alle tradizioni è imprescindibile e ciò è altrettanto vero in molti altri contesti, ben oltre il caso “esotico” afghano. La trasformazione in atto delle culture è un laboratorio che abitiamo e, pertanto, difficile da analizzare con chiarezza per chiunque. Né può sottrarsi a questa nota di cautela un uomo che, come l’autore del volume, studia con passione il tema culturale della mascolinità di un popolo lontano, quello dei pashtun afghani, essendo egli stesso uomo che ha fatto esperienza concreta, sicuramente durante gli anni di lavoro presso il Ministero della difesa, di principi e valori di mascolinità propri del soldato.

La questione della mascolinità, ovunque, è tema di grande importanza, che comporta ripensamento culturale, messa in discussione delle identità e ridefinizione dei ruoli (in famiglia e nelle comunità) e degli spazi di potere, cioè anche ricadute politiche, sociali ed economiche, che l’autore del volume non affronta. Parlare di mascolinità, si potrebbe dire, è implicitamente indagare un processo di rivendicazione dell’egemonia del sesso maschile sul sesso femminile, imposta anche con la forza, cioè aprirsi a una prospettiva di genere in grado di interrogare i modelli che imprigionano la donna.

Settanta anni fa, Simone de Beauvoir pubblicava un’opera di grande successo internazionale sulla condizione femminile, intitolata “Il secondo sesso” (Le Deuxième Sexe). In quel libro, l’autrice affermava con nettezza il primato della cultura sulla natura, opponendosi a tutte le teorie che accettavano lo status della donna in quanto basato su fondamenti biologici e fisiologici, perché la situazione sociale, politica e storica delle donne è la causa della maggior parte degli squilibri di potere tra i sessi. Secondo Simone de Beauvoir è impossibile per un autore maschio scrivere un libro sull’essere uomo.

Insomma, il territorio che il volume presenta è interessante, sapendo che non può che essere scivoloso, perché naturalmente rimanda ad altro, suggerisce piste aggiuntive da esplorare, sentieri da intraprendere prima di proporre interpretazioni provvisorie e non definitive. Per questo, l’invito è a leggere un libro interessante, che ci restituisce un quadro non caricaturale o agiografico sulla base di prolungate interviste con uomini pashtun, per riflettere sull’identità maschile, una costruzione culturale – in Afghanistan come altrove – fondamentale per la costituzione delle società.