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In libreria – The Syrian Crisis

Capitolo "The Wedge Strategy: How Saudi Arabia is Attempting to Influence the Syrian Conflict" di Shady Mansour *

Redazione - Dario Leani

Il Medio Oriente è una delle regioni più complesse al mondo, caratterizzata da una forte instabilità che ne ha determinato la storia contemporanea, conflitto dopo conflitto.

In questo scenario, l’Iran e l’Arabia Saudita sembrano coinvolti nella maggior parte delle crisi regionali nelle quali si sono scontrati indirettamente, supportando fazioni opposte ed esasperando le fragilità esistenti. Si tratta di una competizione per l’influenza sulla regione che può essere individuata a partire dal 1979, con il tentativo iraniano di “esportare la rivoluzione” e gli sforzi sauditi per contrastarlo. Recentemente, la diffusione delle rivolte del 2011 ha fornito ai due paesi l’ennesima opportunità di espandere la propria influenza.

Il 15 marzo 2011 i cittadini siriani scesero in piazza nella più ampia cornice delle Primavere Arabe, in seguito alle violenze della polizia su alcuni giovani che avevano realizzato dei graffiti contro il governo; le proteste contro il regime si diffusero rapidamente e con loro la repressione.

Mentre la comunità internazionale condannava il crescente uso della violenza da parte del regime e proponeva un intervento, ostacolato da Russia e Cina, l’opposizione si riuniva nell’Esercito siriano libero. Il livello di militarizzazione del conflitto crebbe rapidamente fino a costituire una vera e propria guerra civile, con il grado di internazionalizzazione e di frammentazione dell’opposizione che ha caratterizzato lo scontro fino ad oggi.

In questo contesto Shady Mansour ha recentemente partecipato come autore di un capitolo al volume a cura di Dania Koleilat Khatib, dell’Università americana di Beirut, intitolato “La crisi siriana. Effetti sulle relazioni regionali e internazionali” (The Syrian Crisis. Effects on the Regional and International Relations), pubblicato da Springer a Singapore. In particolare, Shady Mansour ha scritto il quarto capitolo, intitolato “La strategia del cuneo: Come l’Arabia Saudita sta tentando di Influenzare il conflitto siriano” (The Wedge Strategy: How Saudi Arabia is Attempting to Influence the Syrian Conflict). Il contributo prende in esame l’evoluzione della politica estera saudita in Siria, volta a contrastare l’influenza iraniana sulla regione.

L’autore analizza e cerca di prevedere gli esiti della politica del Regno attraverso la lente della “Wedge Strategy”, la strategia del cuneo, adottata dagli Stati per contrastare un potere nemico impedendo la formazione o provocando la dispersione delle sue alleanze. Più in particolare, la teoria della strategia del cuneo fa riferimento al tentativo di uno Stato di prevenire, rompere o indebolire un’alleanza minacciosa (cioè una strategia difensiva) o un blocco comunque avversario (strategia offensiva) che solitamente si configura come un fronte asimmetrico, basato cioè su un grande potere (il leader del blocco) e uno o più alleati minori (gli alleati più deboli). Quindi, la strategia del cuneo di una potenza esterna agisce come un divisore verso il blocco avversario, facendo leva sulla sua asimmetria, cioè colpendo selettivamente il blocco avversario attraverso concessioni, compensazioni e altri incentivi per distaccare gli alleati più deboli e neutralizzare il blocco dei potenziali avversari. Nel periodo della guerra fredda, il confronto tra Stati Uniti e Cina in Asia o tra Stati Uniti e Unione Sovietica faceva leva sulla strategia del cuneo, come hanno dimostrato numerose analisi di fonti d’archivio statunitense, russe e cinesi: è il caso delle alleanze di Stati Uniti con Giappone e con Taiwan opposte alle strategie di cuneo cinesi, oppure il successo della strategia cinese per impedire che il Pakistan venisse utilizzato come base statunitense per la politica di contenimento, oppure ancora l’efficace ricorso sovietico agli aiuti al Vietnam del Nord per creare crepe nell’alleanza tra Cina e Vietnam.

Facendo esplicito riferimento al quadro teorico della Wedge Strategy, l’autore esamina approfonditamente gli avvenimenti e le relazioni internazionali correlati alla guerra in Siria.

Nel conflitto regionale iraniano-saudita, Shady Mansour sottolinea l’importanza strategica della Siria, alleato di primaria importanza per Teheran, essenziale per espandere l’influenza dell’Iran sulla regione e supportare le organizzazioni alleate nei paesi confinanti. Il timore di Teheran di perdere l’avamposto siriano è esacerbato dalla possibilità che un governo alternativo a quello attuale possa trasformare la Siria in un nuovo alleato del Regno Saudita e degli Stati Uniti.

Riyad, dal canto suo, punta a spezzare i legami tra Siria e Iran, provocando, a cascata, l’indebolimento dell’influenza iraniana sugli altri paesi.

L’autore procede passando in rassegna gli sviluppi della politica estera saudita, che dal 2012 ha supportato l’opposizione al regime siriano dal punto di vista militare, finanziario e ideologico, ma ha iniziato a cambiare approccio in seguito alla decisiva entrata in campo della Russia nel 2015.

Dopo l’iniziale condanna dell’intervento russo e la minaccia di un contro-intervento, Riyad ha escluso la cacciata di Bashar al-Assad e si è impegnata per aprire un dialogo con il Presidente, offrendogli supporto in cambio dell’interruzione dei legami con l’Iran.

L’autore osserva che la scelta di adottare la Wedge Strategy da parte dell’Arabia Saudita può essere maturata in seguito ad alcune considerazioni.

In primo luogo, la natura delle relazioni tra Siria e Iran appare prevalentemente pragmatica e non è correlata a un forte allineamento ideologico.

Inoltre, Riyad può fare leva sulle tensioni tra Damasco e Teheran, visto che lo sforzo iraniano per intensificare il controllo sulla Siria e per stabilirvi una presenza a lungo termine, nonostante il tacito consenso di Assad non è benvisto dal regime ed è percepito come una manovra per accrescere la dipendenza della Siria dall’Iran.

La mappatura del contesto tracciata dall’autore include una moltitudine di sviluppi ed attori del conflitto siriano, alcuni dei quali potrebbero favorire la politica divisiva di Riyad nei confronti della coalizione siro-iraniana: la rivalità tra Russia e Iran in Siria, le esitanti politiche di Washington, lo sforzo Israeliano contro Teheran, la presenza militare turca in Siria, la questione del Qatar.

Nonostante la cooperazione tra Iran e Russia nel supporto ad Assad, l’autore evidenzia la rivalità tra i due paesi, che considerano i rispettivi ruoli in Siria in termini antagonistici.

La riluttanza degli Stati uniti a controbilanciare l’intervento russo è stata determinante e dall’inizio del conflitto l’obiettivo statunitense è passato dal favorire la cacciata di Bashar al-Assad, all’accettare il suo potere e perfino l’influenza russa su Damasco. Successivamente, Washington si è impegnata nella lotta al terrorismo e nel contrasto all’influenza iraniana.

Lo Stato di Israele ha agito per evitare che la Siria diventasse una base iraniana permanente e la tensione tra Teheran e Tel Aviv è sfociata in varie minacce e azioni mirate da entrambe le parti, fino al recente tentativo israeliano di formare un’alleanza anti-Iran con gli Stati del Golfo.

Nello scacchiere mediorientale l’autore del saggio ripercorre le mosse, a volte inaspettate, della partita di potere regionale in atto. La Turchia è accusata di aver collaborato con organizzazioni terroristiche e di aver sempre desiderato di appoggiare alcune fazioni dell’opposizione siriana per indebolire il regime di Assad e per combattere i curdi in Siria. Nel 2016 Erdogan si è deciso ad intervenire contro lo Stato Islamico e, da allora, ha utilizzato la guerra all’ISIS in Siria per combattere i curdi.

Le operazioni turche contro i curdi, alleati di Washington nella lotta allo Stato Islamico, sono state accettate da Mosca per limitare l’influenza statunitense e per costringere i curdi ad un accordo con Assad. Ankara, da parte sua, potrebbe trarre beneficio da un rafforzamento dei legami con Mosca.

L’autore sottolinea che, nonostante i disaccordi presenti all’interno dell’allineamento turco-russo-iraniano in merito alla Siria, i rapporti tra Riyad ed Ankara restano delicati e quest’ultima intrattiene importanti relazioni commerciali, e non solo, con Teheran.

La posizione del Qatar, che appoggia l’opposizione in Siria dal 2011, è in contrasto con l’Arabia Saudita ed in linea con la Turchia, a causa del supporto di Doha alla Fratellanza Musulmana siriana e ad alcune fazioni vicine ad al-Qaeda. Inoltre, il Qatar, accusato di appoggiare il terrorismo internazionale, è stato isolato da alcuni paesi arabi, tra cui l’Arabia Saudita, e questo ha influito negativamente sulla coesione interna all’opposizione al regime in Siria. L’accusa nei confronti di Doha è stata anche utilizzata da Assad come argomentazione per delegittimare le rivolte del 2011.

Il capitolo, incentrato sull’evoluzione della politica estera saudita in Siria, approfondisce queste tematiche prendendo in considerazione il contesto, gli antefatti e gli avvenimenti essenziali ad un’accurata comprensione del conflitto siriano. Prestare attenzione a queste dinamiche permette di capire meglio come funziona l’equilibrio delle relazioni internazionali in casi specifici, come si manifesta in modo più ampio nella politica internazionale e perché a volte fallisce in situazioni in cui ci si aspetterebbe che funzionasse bene.

L’autore fornisce dapprima un quadro teorico utile alla comprensione del tema affrontato; quindi esamina con rigore la politica ed il ruolo degli attori in gioco. In questo modo mette a disposizione gli elementi da cui non si può prescindere nel tentativo di anticipare lo sviluppo degli eventi, o quantomeno per porsi riguardo ad essi le giuste domande, rendendoci attivamente partecipi della sua riflessione.

Il Medio Oriente è una regione molto vicina al Mediterraneo. In Siria si sta consumando da un decennio una tragedia umanitaria che interroga la capacità della politica internazionale di dare risposte efficaci e durature a crisi inaccettabili e che, a valle, diventa un problema regionale di gestione di sfollati e richiedenti asilo. Alle spalle di tutto questo, cosa sta succedendo in termini geopolitici?

In attesa di una reintegrazione della Siria nella Lega Araba (di cui fu paese fondatore), il riavvicinamento bilaterale in corso con le monarchie petrolifere del Golfo, l’Egitto e il Maghreb è incoraggiato dalla potenza russa e con quale fine? La vittoria militare del regime è lungi dall’essere definitiva, ma quale riconfigurazione geopolitica rafforza? Come si stanno muovendo ora i paesi arabi e la jihad transnazionale – incoraggiata da alcuni Stati – che ha fatto della Siria il suo teatro privilegiato? Il potere russo, sia politico (il paese è membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite) che militare, soprattutto dopo l’intervento diretto dell’autunno 2015, in campo sta cambiando strategia? E la rete di milizie filo-iraniane, tra cui in particolare gli Hezbollah libanesi? E gli Stati Uniti cosa hanno fatto in questi anni di amministrazione Trump e cosa si prevede faccia la nuova amministrazione Biden, tenendo conto del fatto che in passato criticò i Paesi alleati che in Siria stavano di fatto creando le basi per una guerra fra sunniti e sciiti? L’Unione Europea ha interessi comuni o divergenti al suo interno dinanzi a questo mosaico di attori in campo, e cosa fa e cosa dovrebbe fare a sostegno delle popolazioni siriane vittime di atrocità, violenze e ingiustizia?

Il quadro è estremamente complesso e le strategie in campo mutevoli, per cui letture come queste sono un utile antidoto per non voltarsi dall’altra parte, rinunciando a capire, e per cominciare a interrogare diverse fonti, punti di vista, sensibilità e metodi di analisi.