Siria Opinioni

La nascita del movimento femminista nella società curda e la rivoluzione delle donne che combattono nel Rojava

Pasculli Pietro

A seguito dell’invasione siriana da parte dei miliziani dello Stato Islamico e la conseguente resistenza delle forze curde di Unità di Protezione Popolare (YPG) e dell’Unità di Protezione delle donne (YPJ) nella Siria del Nord, i media occidentali hanno dato grosso risalto alle combattenti curde, in prima linea nella lotta al fondamentalismo islamico del Daesh. Una narrazione molto spesso incompleta che ha ritratto le donne curde della Siria del Nord, nota come Rojava, come eroine pronte a difendere valori di democrazia e libertà. Ma la presa delle armi e la formazione di un’unità di difesa femminile sono il risultato di un processo molto più complesso, partito a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, con la volontà ultima da parte delle donne curde di liberarsi dai vincoli patriarcali e costruire una nuova idea di società.

Precetti ideologici e nascita del movimento

Punto di partenza nel trattare la disuguaglianza di genere come un tema da affrontare furono gli sviluppi organizzativi e ideologici del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) – la controversa organizzazione considerata terroristica dalla Turchia, dagli Stati Uniti, dall’Unione europea (nonostante il Tribunale dell’Unione europea nel 2008 abbia deliberato in sfavore della scelta fatta in materia dall’Unione, e nel 2018 la Corte europea abbia sentenziato l’irregolarità di tale iscrizione), dall’Iran e dalla NATO – a partire dagli anni Novanta. La guerra a lungo termine avviata dal PKK contro la Turchia, allo scopo di creare uno stato autonomo curdo, pose la condizione subalterna della donna come problema pratico da risolvere, in quanto le barriere patriarcali vincolavano le donne a casa. Fu proprio in questi anni che il leader del PKK, Abdullah Öcalan, volse la sua critica nei confronti delle strutture familiari patriarcali della società curda e del namus, valore diffuso in molte società mediterranee e del Medio Oriente, con il quale si indica la conservazione dell’onore, più precisamente l’onore sessuale, utilizzato nella cultura curda come strumento di controllo della sessualità e del corpo della donna. In tal senso ci si aspettava che le donne, eliminando le barriere che le ponevano in una condizione subalterna rispetto all’uomo, oltre a liberare loro stesse si sarebbero unite al movimento curdo e avrebbero svolto un ruolo importante nella liberazione del popolo curdo. Come affermato dallo stesso Öcalan nel suo “La questione della donna e della famiglia” pubblicato nel 1992: «il livello di libertà delle donne è anche il livello di libertà della società; questa, a sua volta, è la libertà del Paese». Öcalan e il PKK ridefinirono il significato del namus di modo che il compito dei curdi tutti non fosse più la protezione dell’onore femminile, ma la protezione dell’onore della patria. In questo modo l’onore veniva oltraggiato attraverso l’occupazione del Kurdistan, ed erano le terre curde che avevano bisogno di protezione.

Con il libro di Öcalan “Amore curdo” del 1999, il PKK cominciò a considerare l’emancipazione femminile non più come un modo per consentire alle donne di partecipare alla lotta di liberazione del Kurdistan, ma come una lotta condotta per conto delle donne, ponendo l’ideologia femminista al centro del proprio discorso. Attraverso un’attività di propaganda incentrata sull’esaltazione eroica di donne combattenti come la martire curda Zilan, il PKK cominciò a identificare Zilan e le altre martiri curde con la dea mesopotamica Ishtar. Proprio come la dea si sacrificò per difendere la società matriarcale, le martiri curde si sacrificano per creare una nuova società. Attraverso questa narrazione dal carattere epico, la libertà delle donne e la libertà del Kurdistan andavano di pari passo e il ritorno a una società di natura matriarcale divenne lo scopo della lotta. Idealmente, il mito di Ishtar fu utile a Öcalan non solo per prefiggersi di eliminare le differenze di genere nella società curda, ma anche per proporre di costruire una nuova società ideale basata sul femminismo. Come affermato da Öcalan nel suo libro, il principio del namus nella società curda aveva reso le relazioni degli uomini con le donne simili a quelle di un occupante. Secondo questa prospettiva, l’uomo diveniva il problema principale della società, e la liberazione delle donne avrebbe portato sia alla liberazione del Kurdistan che a quella degli uomini.

Gli sforzi teorico-ideologici, però, non erano sufficienti per una incisiva trasformazione della società. Le donne dovevano creare nuove relazioni reciproche attraverso la creazione di organi indipendenti femminili in ogni settore della società, di modo che potessero sottrarsi dall’influenza degli uomini e lottare contro il patriarcato con maggiore consapevolezza e coesione. Come sostenuto dal sociologo Ali Özcan, il PKK contribuì a dotare le donne dei mezzi politici e militari per avviare un processo per lo sviluppo personale. La creazione di tali apparati fu essenziale al fine di impedire ad alcuni quadri maschili del PKK, poco disposti a perdere e condividere il potere all’interno del partito con le donne, di influenzare l’organizzazione ed estrometterle dagli organi decisionali. Lo stesso Öcalan infatti, nonostante l’arresto nel 1999 e la reclusione nell’isola di Imrali, riuscì nei primi anni 2000 a mantenere la leadership del partito facendo affidamento su fazioni leali, come le donne, nonostante la resistenza di alcuni comandanti maschi contrari alla linea del partito. Nel 2008 con la pubblicazione di “Sociologia della libertà”, un testo in cinque volumi di Öcalan, nel terzo volume il leader curdo presentò la Jineologia come una nuova scienza in grado di trasformare la mentalità della società, ed evitare che il potere maschile soffocasse il potenziale delle donne. Il termine Jineologia è un neologismo derivato dalla parola curda jin che significa donna, e logos, dal greco parola o motivo. Compito della Jineologia è la critica delle scienze positivistiche e di come queste hanno monopolizzato tutte le forme di potere nelle mani degli uomini e oppresso la donna. Secondo la Jineologia infatti, questa oppressione è stata imposta in tre modi: sessualmente, economicamente, e tramite trasformazioni ideologiche come la mitologia e la religione. Punto di partenza della Jineologia è quindi quello di penetrare nel profondo della storia e cercare il punto dove le donne venivano «fatte sparire». Successivamente alla nascita di un primo comitato composto da una trentina di membri donne per discutere i modi per sviluppare tale scienza e renderla centrale all’interno della società, furono istituiti comitati di Jineologia in diverse città del Kurdistan settentrionale.

L’esperienza rivoluzionaria delle donne in Rojava

Le donne curde turche del PKK furono le principali pioniere nella trasformazione del ruolo della donna nella sfera sociale, politica e militare della società curda; ma tale trasformazione non si verificò solo all’interno del confine curdo turco. Al contrario, i risultati più notevoli in merito all’emancipazione femminile si ottennero in Rojava; una sorta di «rivoluzione all’interno di una rivoluzione» come sostenuto da Ofra Bengio, accademica specializzata in Medio Oriente e Kurdistan. Il PKK contava su una massiccia presenza in Siria del Nord già negli anni Ottanta, e il Partito dell’Unione Democratica (PYD), oggi principale partito in Rojava e alla politica dello YPG – YPJ, può essere considerato come partito gemello del PKK. In piena crisi siriana, le forze governative di Bashar al-Assad, già in lotta con le formazioni dei ribelli confluite nell’Esercito Libero Siriano (FSA), nell’estate del 2012 si ritirarono dai territori a maggioranza curda nel nord del paese, in un tentativo di limitare il numero di fronti di scontro. Infatti, nel luglio dello stesso anno le unità dello YPG-YPJ iniziarono ad avanzare nelle città curdo-siriane nella Siria del Nord, con l’obiettivo di creare un’entità autonoma da Damasco. Abbandonato l’obiettivo di un Kurdistan socialista indipendente, in Rojava, attraverso l’Amministrazione autonoma della Siria del Nord-Est (non riconosciuta ufficialmente né dal governo siriano né da quello turco), i curdi hanno dato vita ad un nuovo sistema di organizzazione della società che fonda le sue radici sui principi del femminismo, dell’ecologia sociale e del municipalismo libertario, che trascende lo stato e prende il nome di Confederalismo Democratico.

Una prima concreta testimonianza di questa rivoluzione femminile si ebbe nel 2014 quando HêvîÎbrahîm, una donna curda alevita (cioè, della comunità e gruppo religioso sub-etnico e culturale degli aleviti), per la prima volta in tempi moderni fu nominata primo ministro del Cantone di Afrin, ai tempi uno dei tre cantoni autonomi del Rojava (Afrin, Kobane, Cizîre). Secondo un rapporto dell’agenzia di stampa curda Firat News Agency (ANF), nel Cantone di Cizîre in Rojava, già nel 2014 il 75% delle donne curde era diventato politicamente attivo e si era unito a diverse organizzazioni, rompendo le catene della società tradizionale. La rivoluzione di genere si manifestò nella promulgazione di nuove leggi e nelle pratiche di condivisione del potere. In Rojava infatti, l’adozione di nuove leggi vietarono la poligamia, il divorzio unilaterale ed il matrimonio in giovane età. Per quel che riguarda invece la gestione del potere, riprendendo l’esperienza del Partito della Pace e della Democrazia curdo turco (BDP), oggi confluito nel Partito Democratico dei Popoli (HDP), il PYD adottò nelle istituzioni un sistema di co-presidenza, con una componente maschile e una femminile in tutte le cariche, dal livello locale a quello di confederazione. Accanto a queste, ancora, la rivoluzione delle donne in Rojava ha creato consigli femminili in tutte le città curde liberate dove le donne hanno pari rappresentanza negli uffici decisionali.

Il PYD ha cercato di stabilire meccanismi istituzionali democratici diretti, partendo dal locale, come la gestione dei quartieri, sino ai corpi più grandi nei cantoni. Questo sistema di partecipazione diretta alle decisioni ha portato ad una socializzazione della governance e politicizzazione della vita sociale così come sostenuto da Bülent Küçük e Ceren Özselçuk. Inoltre, dal quartiere a livello cantonale troviamo istituzioni per sole donne per cercare soluzioni ai propri problemi e bisogni, di modo che anche in contesti di parità di genere, i modelli patriarcali non privino le donne del loro potere. Un’altra funzione generalmente statale che in Rojava è stata trasferita alla società è la difesa e sicurezza, sia interna che esterna, attraverso le unità di protezione popolare e delle donne YPG-YPJ. Questo ha assicurato che le forze di sicurezza non si ponessero come al di sopra dei membri della società o come portatrici di autorità. Inoltre, l’istituzione dello YPJ, esercito formato di sole donne, ha contribuito anche in questo campo alla loro emancipazione, in istituzioni come quelle militari fortemente patriarcali. L’accesso nelle unità di protezione su base volontaria ha portato molte donne ad arruolarsi nello YPJ, così come accaduto con il PKK, per liberarsi dai legami patriarcali ed ottenere il controllo della propria vita. La scelta di una forza militare separata e coordinata da sole donne, infatti, si rese necessaria in quanto la presenza di uomini nella stessa organizzazione, in una società dove il patriarcato non è stato sradicato, avrebbe potuto ostacolare il pieno potenziale delle donne. Lo YPJ quindi può essere vista come un’organizzazione a 360 gradi che, oltre ad occuparsi della difesa territoriale interna ed esterna, combatte direttamente per i diritti delle donne. Come dichiarato dalla comandante curda Nesrîn Abdalla a Sputnik:

«Fino ad ora, gli eserciti erano creati esclusivamente da uomini con un approccio patriarcale, infatti avevano solo due compiti: difendere e vincere. Ma noi siamo un esercito di donne… lo facciamo non solo per proteggerci, ma anche per cambiare il modo di pensare nell’esercito, non solo per guadagnare potere, ma per cambiare la società, per svilupparla».

Necîbe Qeredaxî, avvocata curda e membro fondatore di un centro di ricerca per la Jineologia a Bruxelles, in un’intervista a ROAR magazine ha evidenziato come solo una piccola parte dell’educazione delle YPJ riguarda l’uso di armi, forse circa 20 o il 25%: il resto è ideologico, educazione politica, sviluppo della personalità. La forte spinta delle donne nel liberarsi dei legami emotivi, fisici e psicologici con il maschio, ha portato una rinnovata consapevolezza nelle donne, in grado di risolvere i problemi e realizzare progetti. Una delle proposte del movimento femminista curdo in Rojava fu quello quindi di trovare un posto che fosse un laboratorio femminile di cittadinanza e autogoverno, un villaggio ecologico fatto da donne per donne: così nel 2018 nacque Jinwar, il posto delle donne libere. Situato nel cantone di Cizîre vicino alla città di Dirbèsiyè, il villaggio si configura come un nucleo di case articolate in modo tale da formare un triangolo, con al centro uno spazio collettivo. Queste geometrie hanno un forte valore simbolico; infatti il triangolo, come anche il cerchio o la spirale, sono tra le forme ancestrali riferite alla Dea Madre. La stessa auto-costruzione del villaggio attraverso mattoni di fango, paglia e intonaco di terra crea connessioni sociali ed ecologiche improntate sull’uso delle risorse naturali locali, la conservazione dell’ecosistema e incoraggia la partecipazione attiva delle donne attraverso la cooperazione e l’inclusione. Il collettivo di Jinwar si proclama antiautoritario, auto-organizzato e dedito all’autosufficienza per le esigenze alimentari, e le donne che scelgono di rimanere nel villaggio devono accettare questi principi. All’interno del villaggio è situata anche l’Accademia delle donne, il centro di studio della Jineologia e della formazione attiva e alternativa, guidata da donne con donne. Riprendendo le parole di Necîbe Qeredaxî: «abbiamo bisogno di un’accademia che possa sistematicamente e passo dopo passo lavorare su come possiamo raggiungere i nostri obiettivi, dalle rivoluzioni mentali alle trasformazioni sociali […] l’Accademia femminile di Jinwar è destinata a diventare il punto di riferimento per la Jineologia in tutta la regione».

Il sito dell’Accademia posto all’interno del villaggio è anche il centro della vita della comunità, dove si tengono le varie assemblee per coordinare il lavoro e condividere i problemi che sorgono. Durante le assemblee, oltre ad affrontare problematiche legate alla sussistenza del villaggio e all’autodifesa dell’area, si tengono anche aggiornamenti sulla situazione delle donne, come la denuncia di eventi violenti o attacchi di genere avvenuti nella regione. Uno strumento utilizzato durante le assemblee è quello del Tekmil, il quale regola i dibattiti attraverso la pratica della critica e dell’autocritica. Con il Tekmil ci si prefigge di creare un ambiente di fiducia tra le partecipanti al dibattito e di fare in modo che imparino a credere in se stesse, aprendosi alle compagne e superando le proprie fragilità.

L’esperienza rivoluzionaria delle donne del Rojava ha portato donne provenienti dall’estero, specialmente dall’occidente, a recarsi in Siria del Nord, alcune arruolandosi nelle unità dello YPJ, altre allo scopo di ricevere la formazione civile rivoluzionaria a Jinwar o nelle varie Accademie sparse per la regione. La lotta delle donne curde per la libertà e l’autodeterminazione, crescendo ed intensificandosi costantemente fino ad oggi, è diventata un fattore cruciale delle dinamiche di sviluppo della libertà sociale della comunità curda e non solo. Le donne curde ed i precetti della Jineologia pensano alla liberazione delle donne non solo su scala regionale, ma a livello globale. Così come sostenuto da Necîbe Qeredaxî «la jineologia non è solo per le donne curde. In ogni luogo in cui siamo andati – nel Sud e Nord America, in Europa, in Australia – in diverse conferenze, seminari, abbiamo sperimentato la creazione di una grande sinergia. […] Questa crisi non riguarda solo la società curda, ma ha un’influenza particolarmente grande in Europa. […] In particolare, vogliamo creare una piattaforma comune per la discussione con i movimenti femministi in Europa. Consideriamo molto importanti le discussioni con le femministe europee».

Foto Credits: Kurdish YPG Fighter Attribution-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-ND 2.0), attraverso www.flickr.com