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Sudafrica: emergenza Covid-19

Redazione

Tra i paesi africani, il Sudafrica registrava agli inizi di maggio il più alto numero di casi confermati di contagio, raggiungendo la soglia degli 8 mila casi.

La provincia costiera di KwaZulu-Natal, dove si trova la città portuale di Durban, ha registrato nella prima settimana del mese di maggio un tasso di infezione di circa 18 nuovi casi al giorno, con il distretto metropolitano di Ethekwini (la cui sede amministrativa e legislativa è Durban) e quello confinante di Ilembe che hanno contribuito in modo crescente. Gli operatori sanitari e i lavoratori al dettaglio sono state le categorie professionali più colpite dall’infezione. La provincia ha combattuto la pandemia attraverso la ricerca dei contatti, lo screening della comunità e il ricorso ai test molto più di quanto si è riuscito a fare negli altri paesi africani, oltre che coi controlli ai blocchi stradali. Oltre alla riorganizzazione delle strutture sanitarie pubbliche in funzione di contrasto del Covid-19, sono stati istituiti ospedali da campo, sono coinvolte strutture sanitarie private e hotel e altre strutture temporanee sono in fase di costruzione.

Gli ultimi dati diramati al 7 maggio dall’amministrazione provinciale parlavano di circa 10 mila agenti di polizia impiegati ogni giorno, 18.318 arresti effettuati, 225 scuole che hanno denunciato episodi di furto, furto con scasso, atti vandalici, tra cui tre casi di incendio doloso, 449 casi di violenza contro le donne denunciati dal momento in cui, il 26 marzo, a 20 giorni dalla comunicazione ufficiale del primo caso di Covid-19 nel paese, la provincia come il resto del Sudafrica ha adottato le misure di blocco tra le più rigide al mondo, comprendendo sia il coprifuoco dal tramonto all’alba e il divieto di vendita di alcol e sigarette. Si tratta di misure che sono state apprezzate per la tempestività e la fermezza al fine di contenere la trasmissione del virus, rafforzando la leadership del presidente del Sudafrica, Cyril Ramaphosa, in carica come capo di Stato da febbraio 2018. L’attuale presidente ha deciso di imporre il blocco quando il Sudafrica aveva solo circa mille casi confermati e solo due decessi, di conseguenza non si è registrato un tasso di crescita esponenziale dell’infezione.

Cyril Ramaphosa ha fatto certamente tesoro delle lezioni apprese dalla disastrosa gestione della crisi di HIV-AIDS da parte di Thabo Mbeki che, tra il 2000 e il 2008, negli otto anni del suo mandato presidenziale, si distinse per le critiche rivolte al consenso scientifico sul fatto che l’HIV causi l’AIDS, esprimendo le proprie simpatie per il negazionismo del legame tra HIV e AIDS e varando politiche che negavano i farmaci antiretrovirali ai pazienti con AIDS.

Il governo di Cyril Ramaphosa ha fornito aiuti (contributi in denaro, aiuti finanziari e donazioni alimentari) alle popolazioni più vulnerabili (bambini, anziani, disoccupati) e il 22 aprile ha annunciato un aumento dell’importo degli aiuti in denaro ai bambini per mitigare gli effetti negativi del blocco sui prezzi dei generi alimentari e sui redditi familiari. Con i contributo dell’UNICEF anche 5 mila rifugiati e famiglie di migranti hanno ricevuto servizi di assistenza e consulenza in questo difficile momento.

Tuttavia, in quello che è noto per essere uno dei paesi coi più alti livelli di disuguaglianze nel mondo, sono misure che non sono sufficienti a sanare le profonde ferite e vulnerabilità nel corpo sociale del Sudafrica. Non sono mancate, infatti, le critiche al governo per non aver fatto abbastanza per aiutare i più vulnerabili e tutti temono ciò che potrebbe accadere quando il virus si diffonderà nelle municipalità e negli insediamenti informali del Sudafrica, dove il distanziamento sociale è quasi impossibile, i servizi igienici di base sono condivisi e i tassi di incidenza di HIV e tubercolosi elevati. Il Sudafrica, in base alle statistiche dell’OMS, è uno degli otto paesi – insieme a India, Cina, Indonesia, Filippine, Pakistan, Nigeria e Bangladesh – che spiega i due terzi del totale mondiale di nuovi casi ogni anno di tubercolosi. A Khayelitsha, il più grande insediamento informale di Città del Capo, con oltre un milione di abitanti, e il terzo nel paese dopo quella di Soweto e di Sharpeville (vicino Johannesburg), nella giornata del 7 maggio sono stati segnalati 517 casi, sollevando timori che la pandemia stia sfuggendo al controllo.

Più in generale, ci sono preoccupazioni crescenti sul costo umanitario di un blocco prolungato in relazione a un’economia già in profonda crisi.

Il Sudafrica è stato criticato dalle Nazioni Unite per l’uso della forza letale da parte delle forze di sicurezza nel far rispettare il blocco e, in una società afflitta dalla corruzione, ci sono timori che la legislazione per fermare la diffusione di informazioni false potrebbe essere utilizzata per limitare la libertà di espressione.

Il 1 maggio, il governo ha leggermente alleggerito le restrizioni imposte con il blocco.

Il presidente Ramaphosa sta cercando di ritagliarsi spazi e guadagnare consensi emergendo come un punto di riferimento chiave per le risposte in tutta l’Africa, anche perché come presidente attuale dell’Unione Africana è chiamato a guidare l’impegno continentale a fianco dell’OMS e delle varie istituzioni finanziarie internazionali, cercando di dare in particolare una spinta, insieme anche alla Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Africa (UNECA), per favorire una ristrutturazione del debito estero africano.

Non c’è dubbio, però, che le sfide politiche maggiori per il presidente Ramaphosa restano comunque all’interno del paese, in particolare dinanzi all’incapacità di stimolare l’economia del Sudafrica in grave sofferenza. Alla vigilia del blocco, le più note società internazionali di rating – Moody, Standard e Poor’s e Fitch – avevano abbassato il rating di credito dato al Sudafrica; le riforme economiche a lungo termine procedevano lentamente e il Sudafrica era in recessione prima della crisi del Covid-19, facendo scemare il forte consenso attorno alla figura del presidente che si era inizialmente creato attorno all’opposizione al governo cleptocratico del presidente Jacob Zuma. In Sudafrica, come del resto in Europa e nel resto del mondo, stanno emergendo le responsabilità di scelte ideologiche che hanno condotto ai disinvestimenti pubblici nel campo del welfare di cui solo oggi tutti si lamentano, a sostenere politiche di riforme di liberalizzazione del mercato del lavoro, che ha creato molta precarietà. Un’ideologia che anche il presidente Ramaphosa non ha dimostrato di sapere contrastare in modo deciso.

Sul piano sanitario, se i disinvestimenti di lungo periodo sono un tema di strategia, nell’immediato la carenza dei cosiddetti dispositivi di protezione individuale, comprese guanti, mascherine e indumenti di protezione, e delle altre apparecchiature è una delle principali cause di preoccupazione in Sudafrica come, a maggior ragione, negli altri paesi africani.

Credits foto: GovernmentZA . Attribution-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-ND 2.0), attraverso www.flickr.com