Libia Opinioni

Guerra di potere in Libia

Giampaolo Mattia

Con Algeria ed Egitto, la Libia è tra i paesi più estesi del Nord Africa, ma il meno densamente popolato dei tre. La sua conformazione demografica è caratterizzata da una maggiore densità di popolazione lungo le zone costiere del nord, mentre al sud, più desertico, vivono prevalentemente comunità tribali.

La rendita del petrolio rappresenta l’entrata maggiore dello stato (circa il 90%), con diverse compagnie estere attive nel paese per l’estrazione (Eni, Total e Repsol).

Considerata la disponibilità di risorse grazie ai proventi del petrolio, la Libia, fino alla caduta di Qaddhafi, rappresentava il paese più appetibile dell’area in termini di investimenti infrastrutturali e – soprattutto per Italia e Cina – di progetti volti allo sviluppo agricolo, sia nella parte settentrionale del paese che nelle oasi meridionali. Dal 17 febbraio 2011 il paese sta però vivendo una delle più terribili fasi della propria storia contemporanea.

La caduta del regime di Mu‘ammar Al-Qaddhafi – con l’intervento delle forze NATO nel paese –, la presenza dello Stato Islamico (ISIS/Da‘esh) e lo scoppio della guerra civile nel 2014 hanno fatto svanire ogni possibilità di transizione pacifica e democratica del paese.

Allo scoppio delle cosiddette “Primavere arabe”, all’inizio del 2011, il regime libico di Al-Qaddhafi sembrava aver resistito alle spinte popolari che stavano animando i paesi confinanti. Tuttavia, a poco più di un mese dalla “Rivoluzione dei Gelsomini” in Tunisia, e a quella del “25 Gennaio” in Egitto, la Libia veniva a sua volta investita dall’ondata di proteste che stava ormai agitando molti paesi arabi.

Alle forti richieste popolari di democrazia, riforme sociali e miglioramento delle condizioni di vita delle classi meno abbienti nel paese, il regime rispose con una massiccia e violenta repressione, scatenando nei mesi successivi la reazione di frange armate tra i manifestanti.

Quella del colonnello Qaddhafi ha rappresentato la dittatura più longeva del Nord Africa e del Medio Oriente. Salito al potere nel 1969, l’ex Raìs libico costruì il suo potere attorno alla sua persona e a pochi suoi fedeli, instaurando un regime lontanamente ispirato ai princìpi del socialismo.

La vera capacità del dittatore fu quella di riuscire a tenere sotto controllo, tramite concessioni e rapporti più o meno trasparenti, i clan tribali che compongono il mosaico libico.

La fortuna del Raìs risiedeva nel petrolio, la maggiore fonte di ricchezza per la Libia, che ha reso il paese un rentier state, cioè uno stato le cui le rendite dovute alle risorse naturali – in questo caso quelle petrolifere – rappresentano l’asse portante della propria economia. I proventi del petrolio venivano utilizzati nella loro quasi totalità per finanziare la spesa pubblica (la forma di stato libica si fondava sul capitalismo di stato), costringendo successivamente il regime a fronteggiare una grave crisi economica, soprattutto negli ultimi anni.

Seppur mantenendo un alto tenore di vita, la Libia ha dovuto far ricorso a una serie di privatizzazioni del settore pubblico che ha costretto il regime a rivedere le proprie politiche in campo economico e sociale. È in questo contesto di crisi socio-economica che è emerso il malcontento della popolazione, culminato con le manifestazioni del 17 febbraio 2011.

La repressione violenta delle manifestazioni e la presenza sempre più massiccia di milizie armate hanno sollecitato l’intervento armato della NATO che, con l’appoggio di alcune potenze europee, ha portato alla caduta del regime.

Considerata l’impasse politica che ha fatto seguito alla caduta del regime, l’intervento esterno, seppur accolto in un primo momento come un’azione risolutiva delle violenze e del regime di Al-Qaddhafi, si è poi rivelato essere il motore di una escalation di violenze da parte di diverse fazioni che ha portato il paese sull’orlo di una sanguinosa guerra civile.

Se si considera che i paesi limitrofi erano già in rivolta, la reazione del mondo arabo all’invasione NATO è risultata piuttosto tiepida. L’Egitto, per timore di violente ritorsioni da parte del regime di Qaddhafi sui lavoratori egiziani presenti nel paese, e viste le forti proteste che erano già in corso, ha preferito non farsi coinvolgere militarmente nella crisi, pur appoggiando in linea di principio l’intervento NATO. La Tunisia, anch’essa investita dalle proteste del 2011, ha preferito – come l’Egitto – restare fuori dalla coalizione. Tuttavia il paese ha dovuto fronteggiare diverse crisi ai confini, poiché sia ribelli che militari fedeli al Colonnello cercavano rifugio nel paese.

Quanto alle potenze del Golfo, attualmente protagoniste dello scontro tra le due parti del paese, hanno avuto una posizione più netta. Sia Qatar che Emirati Arabi – oggi l’un contro l’altro nella guerra civile – si sono schierati apertamente a favore dell’intervento in Libia, convinti che solo un’azione militare esterna avrebbe potuto mettere fine alle atrocità.

Quanto ai paesi extra NATO, Russia, Cina e Iran – insieme a India e Venezuela – hanno condannato fermamente l’attacco, considerandolo un’interferenza paragonabile a quella avvenuta in Iraq. Russia e Cina, tuttavia, al momento del voto sulla relativa risoluzione nel Consiglio di sicurezza dell’Onu si sono astenute, criticando solo dopo qualche tempo gli attacchi della NATO.

Come molti studiosi sottolineano, la Libia storicamente non è mai stato un paese unitario, sia dal punto di vista politico che culturale.

Lo stato libico – rinominato da Al-Qaddhafi la Jamahiriya, ovvero la repubblica delle masse – era sorretto, oltre che dalla forte repressione esercitata dal regime su ogni forma di dissenso interno, da una serie di benefici, privilegi e accordi che il regime aveva intessuto con i clan tribali del paese e le comunità locali.

Questi rapporti semi-informali sono in parte crollati nel 2011, causando un vero e proprio caos sociale nel paese. I potentati locali, prima legittimati dal regime, perdevano gradualmente la loro influenza nella regione da loro controllata o soggiogata e la “pax sociale” tra tribù, già garantita dalla dittatura, andava gradualmente scemando, trasformandosi in un vero e proprio “caos libico”.

In assenza di una chiara strategia per il post-intervento, milizie armate, tribù, signori della guerra ed interventi esterni hanno di fatto ostacolato il percorso di transizione democratica del paese. I vari tentativi di risolvere la crisi attraverso elezioni democratiche (i cittadini libici non avevano mai votato prima) non hanno portato ai risultati sperati, poiché le diatribe interne e le guerre intestine tra gli attori in gioco restavano di fatto irrisolte.

L’ascesa del maresciallo Khalifa Haftar nella regione della Cirenaica e la costituzione a guida Onu del Gna (acronimo inglese di Government of National Accord, Governo di accordo nazionale) guidato da Al-Serraj hanno portato ad una più grave polarizzazione istituzionale, allontanando di fatto una possibile soluzione politica della crisi.

L’appoggio di attori regionali e internazionali – Egitto ed Emirati Arabi in sostegno di Haftar, Qatar e Turchia dalla parte di Al-Serraj – ha inoltre dato il via ad una sempre più violenta guerra per procura che, con l’aggressione del generale Haftar e dei suoi alleati dello scorso 4 aprile contro la capitale Tripoli – sotto il controllo di Al-Serraj – ha causato in meno di tre mesi più di mille morti e circa 120.000 sfollati.

Il conflitto libico, pur non essendo di facile lettura, va ad incanalarsi a livello regionale, e di riflesso a quello nazionale, in un bipolarismo ideologico che, dallo scoppio delle proteste della Primavera araba del 2011 e dalla vittoria dei Fratelli musulmani in Egitto e in Tunisia, sta dividendo in due tronconi il mondo sunnita.

Paesi come Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, da sempre ostili verso il movimento islamista dei Fratelli musulmani, hanno messo in atto, soprattutto dopo la vittoria alle elezioni presidenziali egiziane del 2012 – vinte dai Fratelli musulmani e dal defunto presidente Mohammed Morsi – una guerra intestina che mira a indebolire i movimenti islamisti moderati della regione.

Il 2017 rappresenta il culmine della crisi sunnita nel Golfo e in generale nell’intera area. Il quartetto costituito da Egitto, Arabia Saudita, Bahrein ed Emirati ha deciso di tagliare le relazioni economiche e politiche con la Qatar, accusando il paese di foraggiare il terrorismo internazionale e i gruppi politici islamisti, soprattutto quelli legati alla fratellanza musulmana.

Non c’è da stupirsi, quindi, se paesi come Egitto ed Emirati Arabi appoggiano militarmente ed economicamente Khalifa Haftar, mentre Qatar e Turchia – entrambi molto vicini ai fratelli musulmani –sostengono il Governo di accordo nazionale guidato da Al-Serraj in funzione anti-Haftar (e indirettamente in funzione anti-Egitto e anti-Emirati).

L’obiettivo dei paesi che stanno sostenendo le azioni militari di Haftar è quello di creare, come alcuni analisti notano, un contesto nel quale Haftar sia l’uomo forte in grado di riunire il paese, far ritornare la stabilità al suo interno e tener fuori dallo scenario politico i gruppi islamisti come la fratellanza musulmana.

La soluzione dell’uomo forte al potere ha rappresentato, in questo momento di restaurazione dei regimi arabi, il fallimento di quel cammino verso la democrazia che era iniziato nel 2011.

La guerra al terrorismo, portata avanti dal generale Haftar così come dal generale Al-Sisi in Egitto e dal presidente siriano Bashar Al-Asad, ha avuto conseguenze opposte rispetto all’eliminazione del terrorismo stesso.

Con il pretesto di sconfiggere i terroristi nel territorio della capitale Tripoli, il generale Haftar, con il suo autoproclamato Lna (acronimo inglese di Libyan National Army) all’inizio dell’aprile del 2019, ha cercato in tutti i modi di eliminare, sia politicamente che fisicamente, tutti coloro che si opponevano alla sua politica.

Oltre ad avere effetti catastrofici sulla popolazione civile – più di mille morti e centinaia di migliaia di sfollati –, l’attacco ha causato un ulteriore allontanamento delle due parti principali in campo e ha dato il via ad una nuova ripresa degli scontri armati che complicano sempre di più la soluzione pacifica della crisi.

La strategia adottata dalla comunità internazionale – ONU, Unione Europea e, in parte, Stati Uniti – per un’immediata fine delle ostilità e l’inizio di un dialogo costruttivo, sembra non aver dato i suoi frutti. L’embargo di armi imposto dalle Nazioni Unite non sembra essere rispettato dai sostenitori delle due parti in campo. Emirati Arabi ed Egitto da una parte, e Turchia e Qatar dall’altra, continuano a foraggiare con armi di ultima generazione e droni Haftar e Serraj.

Inoltre, paesi come Russia e Francia – quest’ultima trascurando la posizione europea e l’embargo per la fornitura di armi – supportano in maniera del tutto informale le milizie dell’Esercito nazionale libico fedele ad Haftar. Le truppe del generale, durante la missione per la conquista di Tripoli, si stanno macchiando di numerosi crimini di guerra, non ultimo il bombardamento di un centro di detenzione di migranti che ha causato più di quaranta morti.

Attore non protagonista all’interno della crisi è infine l’Europa che, anche a causa delle azioni individuali di Francia e Italia, non sembra avere, almeno fino al momento, una posizione ben definita all’interno del contesto internazionale.

L’Europa, pur riconoscendo il Governo di accordo nazionale, ha dovuto far fronte alla lunga diatriba tra Italia e Francia che, mettendo in primo piano gli interessi nazionali, hanno cercato di ritagliarsi un ruolo predominante all’interno del contesto libico con iniziative del tutto individuali.

I continui moniti della comunità internazionale in favore del dialogo e di un cessate il fuoco immediato, almeno per ora (nello stesso momento in cui si sta scrivendo l’articolo è in corso l’Assemblea generale delle Nazioni Unite nella quale il dossier sulla Libia è una delle priorità, ndA) non stanno avendo riscontro sul campo. Un campo che sta cambiando radicalmente la vita dei libici, che dalle ambiziose sfide che la rivolta del 2011 aveva lanciato, oggi si trovano a vivere un vero e proprio inferno.

Come si legge in un reportage di Rebecca Murray, sono numerose le vittime cadute sul campo di battaglia, ma, in ogni caso, l’elevato prezzo della guerra oggi lo stanno pagando in gran parte i giovani. Nonostante la vita nelle grandi città stia riprendendo il suo corso, molte sono le difficoltà che le giovani generazioni stanno affrontando nelle università, nelle scuole e nei posti di lavoro.

Traumi post-bellici e l’impiego dei giovani stessi nelle fila delle milizie sul campo – convinti e persuasi dai soldi che i miliziani pagano a chi fa parte di tali gruppi – ostacolano il seppur lento tentativo di riprendere la vita di tutti i giorni.

Inoltre, la volatilità delle alleanze sul campo si riflette, in modo negativo, sulla ripresa di qualunque attività quotidiana. Gli insegnanti universitari, così come i dipendenti pubblici, non ricevono puntualmente lo stipendio mensile e i continui tagli alla spesa pubblica stanno impoverendo sempre più ciò che è rimasto della classe media, rischiando al contempo di portare alla fame le classi sociali meno abbienti.

Le potenze europee e gli attori regionali stanno lavorando in questi giorni ad un cessate il fuoco che permetta alla Libia di avviare quel percorso di riunificazione del paese e quella fase di transizione che i libici aspettano ormai da otto anni.

 

Foto Credits: Magharebia [CC BY 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)]