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In libreria – Making the Tunisian Resurgence

Un volume di Mahmoud Sami Nabi*

Redazione

La Tunisia ottenne l’indipendenza dalla Francia nel 1956 e l’anno seguente, proclamata la Repubblica, ne diventava primo presidente Habib Bourghiba, il leader della lotta per l’indipendenza. Il presidente, che aveva avuto un ruolo decisivo nell’iniziale processo di modernizzazione del Paese, ridimensionando il potere dei capi religiosi (pur restando l’Islam la religione di Stato), investendo nell’istruzione e nella salute, legalizzando l’aborto, vietando la poligamia, introducendo il divorzio (ben diversamente da quanto capitava in altri Paesi arabi) e favorendo il decentramento amministrativo, fu proclamato presidente a vita nel 1975.

Negli anni si impose, così, un regime di rigido monopartitismo del presidente, sempre più autoritario, che dominò la scena politica per 31 anni, affiancando alla lotta al fondamentalismo islamico, indirizzi strategici sul piano delle alleanze e della politica economica che si spostarono da un iniziale orientamento socialista e panarabo a un successivo corso filo-statunitense e all’insegna del liberalismo.

Nella seconda metà degli anni Ottanta la grave crisi economica e la corruzione aprirono nel Paese spazi di crescente consenso per l’opposizione islamica radicale, il che creò le condizioni perché l’ormai anziano presidente venisse deposto. Nel 1987 Bourghiba fu sostituito con un colpo di stato incruento (per ragioni di incapacità senile) da un suo uomo di fiducia, il generale Ben Ali, protagonista negli anni precedenti della lotta contro l’islamismo radicale crescente e che si fece nominare Primo Ministro in quello stesso 1987, per poi essere eletto presidente nel 1989. Al potere dal 1987 al 2011 e in diretta continuità con il primo presidente, Ben Ali accompagnò la Tunisia in una fase di relativa stabilità e prosperità economica, cui continuò a fare da contraltare un processo molto parziale e lento di democratizzazione: i cittadini non godevano di libertà politica e numerose erano le restrizioni alla libertà di associazione e parola.

Come già avvenuto in passato, nel 2010 fu la miscela della crisi economica – con la combinazione di disoccupazione e inflazione (soprattutto il rincaro dei prezzi alimentari) – e l’insoddisfacente processo di democratizzazione, segnato da repressione politica e diffusa corruzione, a far esplodere nuove tensioni nel Paese, portando a scontri, sommosse e decine di morti e feriti. Fu la cosiddetta Rivoluzione dei gelsomini, tra il 2010 e il 2011, che colpì quello che fino ad allora era considerato uno dei regimi politici più stabili dell’area e che aprì la strada alla Primavera araba nella regione. Il 14 gennaio 2011 il presidente Ben Ali abbandonò il Paese, fuggendo in esilio in Arabia Saudita.

Dalla fine del 2014 è presidente in carica Beji Caid Essebsi, oggi novantaduenne, già consigliere del presidente Habib Bourguiba. Al di là della crisi specifica del turismo, collegata alla paura di attentati terroristici di matrice islamica e al fatto che la Tunisia è considerata la patria della maggioranza dei combattenti jihadisti, oggi come ieri restano da affrontare i nodi strutturali di un’economia del Paese fragile.

Mentre molti commentatori internazionali, all’indomani della Rivoluzione dei gelsomini, salutarono la nuova stagione del multipartitismo e dei governi di coalizione, il Fondo monetario internazionale nel 2016 concedeva prestiti al governo condizionati all’attuazione urgente di riforme per contrastare il quadro macroeconomico difficile e l’instabilità finanziaria perdurante: debito estero crescente, svalutazione della valuta nazionale (il dinaro), calo delle esportazioni, riduzione degli investimenti. Nel 2017 il Fondo proseguiva la discussione col governo tunisino lamentandosi degli scarsi progressi in termini di riforme economiche strutturali e posticipando l’erogazione di tranche del prestito

È questo il quadro in cui si colloca il volume pubblicato nel 2019 da Mahmoud Sami Nabi.

Uno dei fattori scatenanti della Rivoluzione dei gelsomini fu la disuguaglianza tra i cittadini in termini di accesso alle opportunità socio-economiche. La ricchezza familiare e i legami sociali e politici continuano ad essere le determinanti chiavi delle opportunità economiche. Ancora oggi, scrive l’autore, nelle regioni più marginali del Paese si registrano episodi di proteste contro le politiche pubbliche che non riescono a contrastare l’elevata disoccupazione giovanile e la forte iniquità nell’accesso alle opportunità economiche. L’incapacità di tutti i governi succedutisi di generare un sistema economico inclusivo è il problema di fondo e la risultante di molti fattori, a cominciare da istituzioni estrattive. L’autore si richiama, dunque, alla famosa distinzione proposta da Daron Acemoglu e James A. Robinson, nel loro fortunato saggio del 2012, tradotto in Italia l’anno successivo col titolo “Perché le nazioni falliscono. Le origini di potenza, prosperità e povertà”, focalizzato sulle cause delle enormi differenze di reddito e di tenore di vita fra i Paesi ricchi e quelli poveri del mondo. I diversi Paesi del mondo hanno una diversa capacità di sviluppo economico per via delle loro differenti istituzioni, delle regole che influenzano il funzionamento dell’economia e degli incentivi che motivano i singoli individui; un ostacolo chiave sono le istituzioni “estrattive”, che Acemoglu e Robinson definiscono come le istituzioni non inclusive, che sfruttano la popolazione e creano monopoli, ricchezza e opportunità concentrate nelle mani della minoranza della popolazione. Se i sistemi inclusivi hanno istituzioni che promuovono la partecipazione della maggioranza della popolazione ad attività economiche che facciano leva sui talenti e sulle abilità, attraverso la tutela del diritto di proprietà privata, un sistema giuridico imparziale e l’erogazione di servizi pubblici, i sistemi estrattivi non offrono incentivi per sostenere la capacità di iniziativa economica della maggior parte della popolazione.

In Tunisia, secondo Mahmoud Sami Nabi, il dinamismo economico potenziale è bloccato, la creatività e la solidarietà degli individui sono ostacolati da una storia di regimi politici dittatoriali e istituzioni sottosviluppate. Occorrono, pertanto, anzitutto nuovi meccanismi e istituzioni che producano inclusione, giustizia sociale e sostenibilità nel sistema economico. Ciò è particolarmente difficile in una fase di transizione della Tunisia, ancora esposta ai rischi della violenza, dei disordini sociali, della diffusione della corruzione, dell’instabilità politica e della mancanza di fiducia nella politica.

Nell’attuale fase post-rivoluzione, il necessario cambiamento è reso ancor più difficile dal fatto che la Tunisia vede emergere improvvisamente, e in modo più lampante, le divergenze tra condizioni e opportunità tra i cittadini, che in modo latente hanno sempre contraddistinto la vita del Paese, ma che oggi la maggiore istruzione, la circolazione di informazioni e lo status di Paese con economia a medio reddito rendono più palesi a tutti.

Sono disuguaglianze e divergenze di traiettoria nelle storie personali che sono connesse intimamente alla storia del Paese, al ruolo della religione nella società e alla diversa posizione geografica dei territori. La ricchezza economica è concentrata in poche mani e in pochi territori della Tunisia; così è sempre stato, ma oggi la maggioranza della popolazione, più istruita che nel passato, pretende di più e non tollera tali ingiustizie. La Tunisia deve liberarsi della cosiddetta “trappola del reddito medio”. Si tratta di un concetto utilizzato dalla Banca mondiale in diversi rapporti, per indicare che i sistemi economici a reddito medio raramente riescono poi a entrare nella lista dei paesi ad alto reddito, rischiando al contrario di sprofondare nella stagnazione. Non più in una situazione di povertà di massa, i Paesi con economia a medio reddito fanno leva sull’esportazione di merci ad alta intensità di lavoro e il costo medio del lavoro tende ad aumentare e, in assenza di innovazione, si perde vantaggio competitivo rispetto ai Paesi con economie ad alto reddito. In questo senso, i Paesi a medio reddito restano intrappolati nella terra di mezzo, tra i due poli dei Paesi a basso reddito e di quelli ricchi. L’unica via di uscita, suggerisce da anni la Banca mondiale, è quella delle riforme macroeconomiche strutturali, contrastando la corruzione, rendendo il settore pubblico più efficiente, investendo nell’istruzione e nell’innovazione, promuovendo lo sviluppo di un settore privato efficiente. È interessante ricordare come, al di là della specifica natura degli interventi proposti, anche una politica non “ortodossa” come quella della Cina si stia esplicitamente confrontando oggi con la sfida di non cadere e rimanere impigliata nella trappola del reddito medio.

Nel caso della Tunisia, scrive l’autore del volume, una popolazione non numerosa, che sfiora oggi i 12 milioni di abitanti, pone problemi minori da superare, purché si voglia percorrere risolutamente il cammino del cambiamento strutturale, sapendo che la crescita economica dipende dalle istituzioni politiche oggi in una fase di incerta transizione. È illusorio pensare che bastino politiche macroeconomiche tradizionalmente proposte per cambiare la situazione; servono anzitutto meccanismi e strumenti che facciano cambiare le istituzioni pubbliche e le mettano in sinergia con le potenzialità di quelle private.

Dopo la diagnosi, nella parte propositiva del volume Mahmoud Sami Nabi presenta tre approcci multidimensionali al cambiamento necessario per promuovere sviluppo economico sostenibile in un contesto di transizione politica, richiamandosi espressamente a tre filoni di pensiero: le recenti proposte di Seth Kaplan e Mark Freeman, quelle del filosofo tunisino Abderrahmane Ibn Khaldun e, infine, quelle dell’economista statunitense premio Nobel Joseph Stiglitz.

Infine, riaffermando la necessità di una transizione verso una strategia inclusiva di sviluppo economico fondata su sette pilastri – un nuovo Stato, un nuovo contrato sociale, la stabilità politica, un approccio pluralistico allo sviluppo economico, un sistema economico aperto, equo e più produttivo, un sistema giudiziario moderno e fondato sullo stato di diritto, una trasformazione del sistema finanziario – l’autore dedica l’ultima sezione del volume alla necessità di attivare nuovi canali finanziari per reperire le risorse necessarie per la trasformazione strutturale del Paese.

Facendo leva sulla competenza comprovata dalla sua nomina a fine del 2016 a membro di un board della Banca centrale della Tunisia, l’autore fa riferimento a concetti tecnici di cui si parla molto oggi anche in Europa – equity finance, crowdfunding, targeted quantitative easing (TQE), participatory bank e social impact bond (SIB) – applicandoli alla realtà tunisina.

È l’ultima parte del volume, probabilmente, quella che offre un punto di vista che prende le distanze dalle raccomandazioni che solitamente si leggono come proposte mainstream per migliorare le prospettive di sviluppo economico in un Paese di medio reddito.

Un libro che merita di essere letto, si condividano o meno le ricette proposte, per capire meglio la realtà economica della Tunisia di oggi.