Mondo Editoriali

Se il pomodoro globalizzato produce povertà ed emigrazione

Liberti Stefano

Nel corso degli ultimi tre decenni il cibo è diventato progressivamente una merce la cui produzione, trasformazione, commercializzazione e distribuzione sono controllate da pochi grandi attori. Questa evoluzione ha avuto una serie di effetti dirompenti, tanto a livello globale che locale: spesso le materie prime per questi prodotti – definibili come commodity – provengono da paesi in cui il valore delle terre e il costo della manodopera sono bassi, sottraendo terre al mercato locale e quindi minacciando la sovranità alimentare di quei territori. Successivamente, questi stessi paesi vengono inondati di prodotti finiti, realizzati a volte con la stessa materia prima “estratta” dai loro territori – o da territori analoghi.

E’ una dinamica che investe i rapporti Sud-Nord e che definisce alcuni fenomeni sempre più marcati nel mondo di oggi, tra loro strettamente legati: il land grabbing, ovvero l’accaparramento delle terre nel Sud del mondo (in particolare nell’Africa sub-sahariana) da parte di attori del Nord per produrre derrate alimentari destinate all’esportazione; il dumping commerciale dei prodotti finiti, che impedisce lo sviluppo di produzioni locali; l’emigrazione da quei territori di soggetti non più in grado di sostentarsi – in primis, i contadini privati delle terre.  Questo implica una serie di mutamenti con effetti vorticosi, tanto a livello sociale che ambientale: le campagne si trasformano sempre più in grandi distese di monocolture destinate a mercati esteri. I centri urbani si gonfiano a dismisura a causa del massiccio esodo rurale, diventando terreno di scontro tra gruppi che competono su un mercato del lavoro incapace di assorbire tutti.

La storia del pomodoro concentrato che viaggia dall’Asia all’Europa per poi approdare in Africa rappresenta da questo punto di vista un caso emblematico.

Negli ultimi tre decenni un’enorme quantità di pomodoro concentrato viene prodotto in Cina, nella remota regione dello Xinjiang (al confine tra Mongolia, la Russia e il Kazakhstan). Si tratta di una regione particolare della Repubblica Popolare: abitata dalla minoranza turcofona e musulmana degli uiguri, lo Xinjiang ha conosciuto una massiccia colonizzazione da parte dei cinesi han, che sono padroni delle terre e controllano le principali leve economiche. Fin dal 1954 il governo centrale ha delegato l’amministrazione di parti intere di questo territorio a una specie di corpo paramilitare autonomo, chiamato bingtuan, costituito da coloni dotati di grandi margini di iniziativa, notevoli quantità di terra e vere e proprie città indipendenti che devono rispondere solo alle istanze centrali di Pechino e non al governo locale. Proprio i responsabili del bingtuan hanno lanciato la produzione di pomodoro in questa regione fin dagli anni ’90, come cash crop volto all’esportazione. Milioni di ettari sono stati inondati da questa produzione. Ogni estate eserciti di lavoratori migranti provenienti da altre zone della Cina partecipano alla raccolta manuale del frutto (fra loro famiglie intere, con tanto di bambini al seguito). Il pomodoro raccolto viene poi trasformato in una trentina di fabbriche sparse per il territorio in un prodotto ad alta concentrazione, il “triplo concentrato al 36 per cento”. L’intera produzione (dopo la California, lo Xinjiang è la seconda regione produttrice al mondo di derivati di pomodoro) non è destinata al mercato interno, bensì all’esportazione. I grandi fusti di pomodoro concentrato cominciano quindi un viaggio di decine di migliaia di chilometri: attraversano la Cina intera a bordo di treni merci e arrivano nei porti nella parte orientale della Repubblica Popolare, 3000 chilometri più in là. Qui vengono caricati su navi container e attraversano l’Oceano Pacifico, poi l’Oceano Indiano, poi il canale di Suez e infine entrano nel Mare Mediterraneo. La loro destinazione finale è il porto di Salerno, o quello di Napoli. Una volta in Campania, i mega-fusti provenienti dalla Cina vengono presi in carico da alcune aziende locali che, mediante l’aggiunta di acqua e sale, trasformano il triplo concentrato di origine cinese in doppio concentrato “prodotto in Italia”.

Come mai questi industriali si riforniscono in Cina piuttosto che in Italia, primo produttore europeo di pomodoro da industria e sede di decine di fabbriche di trasformazione? Perché il pomodoro concentrato cinese, entrato in regime di esenzione da dazio come materia prima da ritrasformare, ha un costo notevolmente inferiore rispetto a quello tradizionalmente prodotto in Italia. Al di là dell’esenzione da dazio, i costi di produzione cinesi sono molto bassi per una serie di altre ragioni: il fatto che gran parte delle terre e le fabbriche sono proprietà del bingtuan, le sovvenzioni e le facilitazioni fiscali che il governo centrale cinese assicura alle produzioni di questa regione politicamente sensibile e i protocolli di produzione meno stringenti di quelli europei.

Una volta trasformato nelle fabbriche del napoletano, questo doppio concentrato viene riesportato in tutto il mondo sotto la bandiera italiana. Parte di questo, con un movimento oscillatorio paradossale, torna in Cina come prodotto di lusso per quelle élite che stanno adeguando i propri gusti alimentari a quelli occidentali. Ma la maggior parte finisce in mercati più poveri, come quelli dell’Africa sub-sahariana.

Alcuni paesi africani, fra cui ad esempio il Ghana, sono grandi consumatori di pomodoro concentrato. Gli stessi industriali napoletani sottolineano come quelli sono i loro principali mercati, dove esportano gran parte della propria produzione. Evidenziano come hanno occupato una nicchia di mercato di consumo, grazie all’esperienza maturata nel corso degli anni e alla capacità di gestire il processo industriale.

Ma il Ghana stesso aveva una propria filiera di produzione e trasformazione di pomodori: nel nord del paese, c’è una regione che una volta produceva la materia prima e tre fabbriche che la trasformavano in concentrato. Si tratta di un sistema di produzione e trasformazione messo in piedi all’indomani dell’indipendenza dal presidente Kwame Nkrumah. Preoccupato di garantire la sovranità alimentare al paese e un giusto reddito ai coltivatori, il “padre della patria” aiutò i piccoli produttori con schemi irrigui e costruendo con fondi statali le fabbriche di trasformazione in situ cui veniva conferito il prodotto coltivato nei campi vicini.

Quelle industrie e quelle coltivazioni oggi non sono più in attività. Le fabbriche sono chiuse e si ergono come tristi cattedrali di ferro in mezzo a campi di pomodoro in cui non viene più prodotto il frutto. Cosa è accaduto? I produttori e gli industriali del posto non sono stati in grado di reggere la concorrenza di prodotti provenienti dall’estero, in particolare il pomodoro concentrato italiano fatto da materia prima cinese. A causa delle sovvenzioni ottenute a monte e all’abbattimento dei dazi doganali di ingresso nel paese africano, il costo a cui il prodotto estero viene venduto sul mercato locale è notevolmente più basso di quello ghanese e si ripercuote in modo sensibile sulla produzione locale, con un fenomeno di dumping. Non sapendo bene cosa fare, gran parte dei contadini locali sono emigrati verso le grandi città africane, finendo a vivere in bidonville senza servizi e a ingrossare le fila del sottoproletariato urbano a caccia di lavori saltuari. Alcuni di loro hanno messo in atto un progetto migratorio più ambizioso: hanno attraversato il deserto e il mare e sono arrivati in Europa. Il paradosso supremo è proprio che spesso i raccoglitori di pomodori nelle campagne del sud Italia sono quegli stessi ex produttori di pomodori ghanesi andati via dai loro campi sotto i colpi della concorrenza sleale dei prodotti stranieri.

Risultato di politiche commerciali inique e di sovvenzioni a pioggia che i cinesi e gli europei assicurano alle proprie produzioni, questo dumping ha conseguenze estremamente negative, sia a livello sociale che ambientale. Produce povertà ed emigrazione. Consuma il suolo – milioni di ettari sfruttati in Cina per produzioni scadenti e a basso costo non destinate al consumo locale, per di più in un paese con scarsità di terre – e una quantità sproporzionata di emissioni di CO2 per un trasporto del tutto irrazionale.

La causa alla base di questo processo è quella enunciata all’inizio: il cibo trasformato in commodity, merce “deterritorializzata”, priva di ogni legame con il luogo dove è prodotta. Questa logica fa sì che si produca dove costa meno, dove le legislazioni ambientali e sul lavoro sono meno stringenti. I produttori del meridione italiano, dovendo competere su un mercato globale, si riforniscono quindi di materia prima dalla Cina. Quando non possono, come nel caso dei pelati e della passata che devono essere prodotti necessariamente da pomodoro fresco, tagliano sui costi del lavoro, utilizzando manodopera sottopagata e sfruttata, magari attingendo a un serbatoio di braccianti emigrati da quegli stessi territori che le politiche commerciali inique hanno depauperato.

Ma il caso del pomodoro, con tutte le sue implicazioni e i grandi paradossi che mette in luce, è solo un esempio. Gran parte del sistema di produzione industriale del cibo sta seguendo dinamiche simili: produzioni su larga scala, per lo più non destinate alle popolazioni locali, grande uso della chimica e spostamenti delle derrate alimentari inconsulti e distruttivi per l’ambiente. Questo consente di vendere cibo a basso costo a una popolazione mondiale in crescita, ma ha effetti devastanti sugli equilibri sociali e ambientali.

Cosa si può fare contro questa deriva? Restituire valore e identità al cibo. Se la filiera fosse trasparente, se si indicassero l’origine delle materie prime, il modo di produzione, i processi industriali, probabilmente sul cibo ci sarebbe più attenzione da parte anche dei cittadini-consumatori. Oggi la filiera è opaca: è difficile dire se una confezione di un derivato di pomodoro sia fatta con materia prima proveniente dalla Cina o se nella filiera produttiva sia stata utilizzata manodopera sfruttata.

Restituire trasparenza, indicare la varie fasi di produzione, permetterebbe invece di operare una sorta di controllo generale, in cui gli stessi industriali e la grande distribuzione organizzata dovrebbero a loro volta controllare i propri fornitori. Permetterebbe anche di fare scelte più consapevoli da parte del cittadino-consumatore, che non sarebbe guidato solo dal prezzo ma da fattori legati al modo di produzione. I cittadini-consumatori, la grande distribuzione, gli industriali trasformatori sono e si devono sentire tutti parte della filiera alimentare, impegnandosi ognuno con i propri mezzi per una filiera più trasparente, più equa e più giusta, rispettosa dell’ambiente e dei modi di produzione, attenta alla qualità ma anche capace di garantire un reddito a tutti i partecipanti, in primis alla parte agricola. Perché, come ha indicato efficacemente lo scrittore ambientalista statunitense Wendell Berry, “mangiare è un atto agricolo”.