Senegal Opinioni

Donne e marginalità nel mercato del lavoro in Senegal

Ndoye Edmée Marthe Yakhou

Il concetto di genere rientra oggi nel quadro di un universo globalizzato. Definito come l’insieme delle questioni relative alle specificità di ciascun sesso nello sviluppo delle politiche e dei programmi economici e sociali, è ormai una problematica di primo piano in ambito internazionale, nazionale e regionale.

Il Senegal, come molti altri paesi, ha ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW) il 5 febbraio 1985. A livello continentale e regionale, ha aderito a una serie di iniziative per l’uguaglianza di genere, come la Carta africana sui diritti umani e dei popoli, del 1981; oppure il Protocollo sui diritti delle donne, adottato a Maputo nel luglio 2003, ratificato dal Senegal il 22 dicembre 2004 ed entrato in vigore nel novembre 2005; o ancora l’Atto aggiuntivo 2015 sulla parità di diritti tra uomini e donne per uno sviluppo sostenibile nell’area della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS).

A livello nazionale, la parità di diritti tra uomini e donne, unitamente alla lotta a tutte le forme di discriminazione verso le donne e la protezione dei diritti delle ragazze, è sancita dalla costituzione del 2001, poi aggiornata nel 2016, che la conferma in numerosi articoli (tra cui gli artt.7, 15, 19 e 20). Senza voler menzionare tutti gli altri impegni, tra le riforme legislative e procedurali già avviate a livello nazionale possiamo ricordare quelle relative alla legge sulla salute riproduttiva (legge n. 2005/18 del 5 agosto 2005), quella sull’applicazione della legge sulla parità assoluta tra uomini e donne (legge n. 2011/819 del 16 giugno 2011), quella che consente alla donna di trasmettere la propria nazionalità al figlio o al coniuge straniero (legge n. 3/2013 del 28 giugno 2013), o la ratifica della Convenzione n. 183 sulla protezione della maternità, che garantisce la tutela dei diritti delle donne incinte e in allattamento contro la discriminazione sul posto di lavoro (legge n. 08/2015 del 25 giugno 2015) .

Nel quadro delle attuali politiche economiche e sociali in Senegal, noto come Piano Senegal emergente (Plan Sénégal Emergent, PSE), la questione dell’equità di genere è trattata nell’asse 3 relativo a governance, pace e sicurezza.

Nonostante tutte queste iniziative, la partecipazione delle donne alla vita politica ed economica rimane marginale. In effetti, nel 2015 le donne rappresentavano soltanto il 21,3% nella composizione del governo senegalese (fonte: Strategie Nationale pour l’Equité et l’Egalité de genre 2016-2016, SNEEG). Similmente, nella pubblica amministrazione le donne rappresentano solo il 24,56% del totale di 57. 484 dipendenti. La maggiore presenza maschile si registra in tutte le classi di età.

Inoltre, l’analisi complessiva del mercato del lavoro senegalese evidenzia la stessa tendenza alla disparità di genere (grafico 1).

 

Alla luce delle statistiche sulla partecipazione al mercato del lavoro, le donne sono in gran parte svantaggiate rispetto agli uomini, nonostante il loro peso numerico, leggermente più elevato nella popolazione in età lavorativa (94 uomini ogni 100 donne).

Quali sono le cause all’origine di queste disuguaglianze?

Le origini della disuguaglianza di genere nella partecipazione al mercato del lavoro vanno innanzitutto ricercate nella struttura sociale e culturale delle società. Infatti, secondo la classificazione del livello di sviluppo in base alla cultura, messa a punto dai politologi Ronald Inglehart e Christian Welzel (Cultural Map, 2016), i paesi in via di sviluppo tra i quali è classificato il Senegal sono caratterizzati da società di tipo tradizionale, che si distinguono per il profondo attaccamento ai valori familiari, caratterizzati dalla concezione della casalinga come madre e garante del mantenimento della casa. Se si parte da questa visione, l’inserimento della donna nella vita economica e politica diventa inutile, dal momento le sue responsabilità si collocano altrove.

La costruzione culturale del ruolo della donna ha ripercussioni nel campo dell’istruzione nel quale, nonostante gli sforzi fatti per la presenza femminile nella scuola materna e in quella primaria, permangono notevoli disuguaglianze nei livelli di istruzione più avanzati e nella formazione professionale. La tabella che segue, che mostra in dettaglio la distribuzione di uomini e donne a livello di istruzione generale e professionale in Senegal, ne è una chiara dimostrazione.

La dottrina economica spiega questo stato di cose soprattutto con la teoria di Becker sul capitale umano, secondo la quale gli investimenti in capitale umano (istruzione e formazione) porterebbero a un salario più elevato; di conseguenza, la disparità nella partecipazione al mercato del lavoro sarebbe dovuta al diverso investimento in capitale umano e al differente grado di produttività che ne deriva.

 

Questa analisi delle disparità nel mercato del lavoro corrobora i risultati di uno studio condotto su alcuni paesi dell’Africa sub-sahariana. Studiando i livelli di consumo e di produzione di donne e uomini nei dodici paesi subsahariani, Dramani, Zoungrana e Jalal hanno dimostrato che la donna rimane in una condizione deficitaria per l’intero corso della sua vita. In altre parole, le donne consumano più di quanto non producano, il che a sua volta “le rende fondamentalmente dipendenti e non fa che perpetuare il debole processo di autonomizzazione” (Dramani et al, 2017).

Alla luce di quanto sopra, sarebbe facile minimizzare il contributo economico delle donne all’economia. È per questo scopo che la recente letteratura economica si è concentrata sulla valorizzazione del lavoro delle donne, in particolare con Stiglitz, il quale ha sottolineato l’importanza di quantificare la produzione domestica nel momento in cui si voglia misurare il tenore di vita delle famiglie (Stiglitz et al., 2009). È a questa misurazione che si è agganciato il Consorzio regionale di economia generazionale (Consortium Régionale en Economie Générationnelle, CREG) affiliato al Centro di ricerca in economia e finanza applicata di Thiès (Centre de Recherche en Economie et Finance Appliquée de Thiès, CREFAT) per valutare il tempo speso sia nel lavoro domestico non remunerato che in quello remunerato nel mercato del lavoro, al fine di misurare la produttività del lavoro domestico. Si è constatato che in Senegal uomini e donne contribuiscono rispettivamente per circa il 65% e il 35% alla creazione di ricchezza nel paese. Per quanto riguarda il lavoro domestico non retribuito, il 63% è costituito dal contributo femminile, rispetto al 37% proveniente dagli uomini. Il valore totale del lavoro domestico in Senegal risulta essere pari a circa il 30% del Pil (CREFAT, 2014).

In sintesi, i risultati di queste ricerche dimostrano che le donne sono molto coinvolte nelle faccende domestiche non retribuite, per cui la loro indipendenza economica è ipotecata; e se il contratto di cooperazione tra coniugi o familiari basato sull’altruismo dovesse venir meno, le donne si troverebbero ad essere ancora più vulnerabili perché il loro investimento di tempo non sarebbe remunerato.

Per i paesi in via di sviluppo e in particolare il Senegal, paese in cui l’ottimizzazione del dividendo demografico (ovvero il potenziale di crescita rappresentato dall’elevato numero di individui in età lavorativa) è tra gli attuali imperativi, la promozione di un maggior numero di iniziative in favore dell’autonomizzazione femminile sarebbe particolarmente opportuna, visto il suo concreto potenziale di crescita.

 

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