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In libreria – Agriculture, Diversification, and Gender in Rural Africa

Volume di Aida Cuthbert Isinika*, Fred Mawunyo Dzanku**, Agnes Andersson Djurfeldt***

Redazione

Il protocollo di Maputo sui diritti delle donne in Africa, adottato dall’Unione Africana nel 2003 nella capitale mozambicana, impegna gli stati africani ad adeguare la legislazione interna per facilitare la promozione dei diritti delle donne, tra cui il diritto al possesso della terra, condannando tutte le pratiche tradizionali lesive dell’integrità fisica e psichica delle donne, come le mutilazioni genitali femminili. Il Protocollo di Maputo è in vigore dalla fine del 2005 ed è stato sin qui firmato da 42 paesi. A quindici anni di distanza la situazione generale non può dirsi soddisfacente: oltre metà delle morti materne nel mondo si verificano in Africa sub-sahariana, le leggi di tre paesi su cinque in Africa non criminalizzano lo stupro e la violenza coniugale, mentre le ragazze di età compresa tra 15 e 24 anni d’età hanno 2,5 volte più probabilità dei ragazzi della stessa età di contrarre un’infezione causata dal virus HIV.

Sul fronte economico, la firma del protocollo diede rinnovato risalto al modello di agricoltura di piccola scala come potenziale sviluppo di una sviluppo africano inclusivo e sostenibile, alla luce anche del particolare rilievo delle donne in tale assetto produttivo.

Come contesto di riferimento, negli ultimi anni il modello prevalente di crescita economica in Africa si è contraddistinto per risultati positivi in termini macroeconomici, a fianco di preoccupanti implicazioni in termini di disuguaglianze e dimensione sostenibile e inclusiva di tale crescita. Per di più, si è registrato un aumento di modelli organizzativi di media scala, a fianco dei sistemi di vasta scala integrati nell’economia mondiale, senza offrire spazio di sviluppo alle strutture produttive di piccola scala.

Tuttavia, gli approcci basati sull’agricoltura di piccola scala non hanno perso di attualità e interesse, anzitutto come potenziale soluzione sostenibile e inclusiva per agli squilibri del modello economico prevalente in società dove l’agricoltura è ancora l’ossatura portante. In particolare, l’ipotesi che sorregge questi approcci è che l’agricoltura di piccola scala possa sposare contemporaneamente l’obiettivo di una crescita attenta anzitutto alla situazione dei più poveri e che possa accompagnarsi a un aumento della produttività economica del lavoro, perché la realtà della piccola scala non vuol dire lavoro inefficiente.

Questo aspetto diventa particolarmente interessante laddove si voglia sottoporre a verifica empirica un’idea molto diffusa in letteratura, ovvero la regolare maggiore produttività di nuclei familiari con capofamiglia maschile rispetto a quelli in cui è femminile. Dal momento che sono frequenti i casi di famiglie africane a conduzione femminile dedite all’agricoltura di piccola scala, è possibile analizzare tale fenomeno, tenendo conto del fatto che ci sono probabili determinanti non osservabili facilmente del divario (per esempio, la discriminazione nell’accesso agli input agricoli), a fianco di altri più facilmente osservabili (le differenze di genere in termini di distribuzione territoriale, con le unità familiari a guida femminile più presenti nelle zone meno produttive).

Il tema della produttività ha anche un’implicazione in termini di traiettoria del sentiero di sviluppo economico. Infatti, proprio l’aumento di produttività nelle unità produttive di piccola scala è una delle determinanti che permette un processo di trasformazione strutturale dell’agricoltura, con il trasferimento di parte della popolazione lavorativa in città o in altri settori produttivi, facendo così perdere peso all’agricoltura in termini di occupati e valore aggiunto. È il fenomeno noto in agricoltura da moltissimi anni e reso celebre nel modello del 1954 dallo studioso di Saint Lucia, Sir Arthur Lewis, premio Nobel per l’economia nel 1979.

La realtà sembra, tuttavia, evidenziare, più che una transizione lineare da una fase a un’altra, la contemporanea coesistenza di redditi agricoli e non agricoli in ambito rurale, evidenziando una complementarità – piuttosto che una sostituzione – tra i due ambiti di impiego e creazione di ricchezza economica. Quanto ciò valga indistintamente in termini di genere, cioè se la diversificazione tra attività agricole e non in ambito rurale valga indistintamente per imprese di piccola scala a conduzione femminile o maschile, è un altro aspetto importante non sufficientemente esplorato in letteratura, tenendo altresì conto del fatto che la letteratura internazionale evidenzia come l’occupazione di tipo salariale (associabile alla componente non agricola) tenda a discriminare le donne.

In contesti come quello africano, in cui le donne hanno molto meno accesso degli uomini alle risorse agricole, il tema ha un rilievo immediatamente politico, in termini di strategie per il rafforzamento economico e politico delle donne.

Il volume ha il pregio di utilizzare una base di dati ricca e originale, raccolta nel corso di oltre dieci anni (dal 2002 al 2015). Ciò permette di effettuare studi longitudinali, che cioè prevedono per ogni unità di rilevazione più misurazioni nel tempo (le cosiddette misure ripetute), consentendo di analizzare come varia nel tempo la situazione. In particolare, sono sei i paesi per i quali sono stati utilizzati dati relativi a più anni: Ghana, Kenya, Malawi, Mozambico, Tanzania e Zambia.

Il volume sintetizza i risultati dell’analisi dei diversi dati raccolti. Il quadro che emerge evidenzia un dinamismo nell’agricoltura di piccola scala (per esempio l’aumento della produzione nella coltivazione di grano) e un processo di diversificazione produttiva in corso negli anni più recenti. Tuttavia, l’aumento della produzione non risulta tanto essere correlato ad un aumento della produttività, quanto ad un’estensione della terra coltivata. Tutto ciò pone problemi molto seri in termini di sostenibilità del processo, per il semplice fatto che non si può estendere la terra coltivata oltre limiti fisici. Inoltre, la distribuzione delle terre è sempre più disuguale, perché l’estensione delle terre coltivate ha interessato strutture produttive di media e grande dimensione, lasciando ai margini l’agricoltura di piccola scala.

Il tutto risulta poi aggravato nel caso delle strutture a conduzione femminile, che hanno visto aumentare il divario rispetto a quelle maschili e, quindi, a maggior ragione, rispetto a strutture produttive di media e grande dimensione, in termini di estensione della terra coltivata, accesso agli input, ma anche a capi di allevamento necessari per differenziare le attività nel settore agricolo e non.

È soprattutto nel caso delle produzioni per il mercato (le cosiddette colture commerciali del paese, o cash crop) che la discriminazione patita dalle donne è aumentata, perché prevale una tendenza a dirottare la produzione delle strutture a conduzione femminile sull’autoconsumo o, comunque, a penalizzarle nelle relazioni con la commercializzazione e le catene internazionali del valore.

Gli autori degli undici capitoli del volume offrono alcune indicazioni di policy, partendo dalle esperienze specifiche nei paesi analizzati, in termini di efficacia delle politiche adottate a sostegno dell’agricoltura di piccola scala. Contemporaneamente, tutti i contributi evidenziano la necessità anche sul piano teorico di una maggiore attenzione alle specificità delle strutture di piccola scala a conduzione femminile, perché maggiormente discriminate e penalizzate: se una trasformazione strutturale è auspicata nell’agricoltura africana, all’insegna della sostenibilità e inclusione del processo di sviluppo, diventa fondamentale per gli autori del volume un approccio di genere per cogliere gli elementi di maggiore vulnerabilità presenti oggi in Africa.