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Come mai molti migranti dalle Figi combattono in pericolose zone di guerra?

A proposito del paper di Yoko Kanemasu* e Gyozo Molnar**

Redazione

In passato sono sempre esistiti i cosiddetti mercenari, individui addestrati a combattere al soldo di chi garantiva le migliori condizioni di lavoro. Negli ultimi anni, con la fine della guerra fredda, la natura particolare della guerra contemporanea, caratterizzata da una più sfumata distinzione tra civili e militari, e la privatizzazione di molte funzioni un tempo appannaggio dello stato, hanno fatto emergere la figura dei cosiddetti contractor privati. Si tratta di compagnie militari private che offrono servizi di protezione e sicurezza a imprese private, individui e siti strategici, operando in contesti difficili, anche a supporto di operazioni svolte dalle forze armate.

Dopo le prime esperienze sul finire degli anni Novanta in Angola e Sierra Leone, le invasioni di Iraq ed Afghanistan guidate dagli Stati Uniti hanno fatto conoscere i contractor al mondo intero, con la presenza simultanea di 30 mila e 24 mila volontari armati rispettivamente nei due paesi. Con il progressivo ritiro delle forze armate delle coalizioni dai due teatri di guerra, lo spazio è stato a mano a mano occupato dai contractor privati, divenuti fondamentali per il mantenimento della sicurezza. Ne è risultato un giro d’affari che supera abbondantemente i cento miliardi di dollari l’anno, pari al totale globale degli aiuti dell’OCSE ai paesi in via di sviluppo.

Oltre che i giornali ed il cinema di Hollywood, anche la letteratura scientifica ha cominciato ad occuparsi del fenomeno, particolarmente in relazione alle nuove operazioni di peacebuilding e peacekeeping, alle questioni di legalità e alle condizioni di lavoro dei contractor. Quello che è meno noto è che si tratta di un settore che impiega molta manovalanza proveniente da paesi in via di sviluppo, per lo più ex militari di paesi come Kenya, Nepal, Uganda e Figi.

Proprio delle Figi si occupa lo studio di Yoko Kanemasu e Gyozo Molnar.

Le Figi sono un arcipelago del Pacifico che ha subito diversi contraccolpi economici a seguito di instabilità politica (colpi di stato nel 1987, 2000 e 2006) e crisi internazionali (come quella avviata nel 2008-2009). La crescita del Prodotto interno lordo (Pil) negli anni Duemila è stata molto bassa, in media dello 0,8 per cento annuo; solo il 40 per cento della forza lavoro è impiegata nel settore formale e, al suo interno, ben due terzi lavorano con contratti temporanei. Il 45 per cento della popolazione vive in condizioni di povertà.

Tale quadro spiega perché sin dagli anni Settanta sia andato crescendo il flusso di emigrazione e conseguentemente l’invio di rimesse alle famiglie. Oltre che come infermieri e altri addetti nel settore della sanità, una parte significativa dei migranti si è inizialmente arruolata nell’esercito britannico o nelle missioni di peacekeeping delle Nazioni Unite, ma col passare del tempo è andato aumentando il numero di arruolamenti nelle società specializzate di contractor privati.

L’esperienza e la buona reputazione guadagnata sui campi di battaglia dagli 8 mila abitanti delle Figi arruolati negli eserciti degli alleati durante la Seconda guerra mondiale accompagna ancora oggi il loro impiego nelle missioni di pace delle Nazioni Unite. Oggi sono oltre mille i figiani che operano come personale delle missioni di pace, il che rende in assoluto le Figi il paese con il più alto numero pro capite di soldati impegnati nelle missioni di pace delle Nazioni Unite.

Il numero di soldati arruolati dall’esercito britannico è andato scemando nel tempo, fino ad azzerarsi negli anni Duemila. Contemporaneamente è cresciuto il numero di quelli impiegati come contractor da agenzie private inglesi e statunitensi, anzitutto in Iraq (ma anche in Afghanistan e, in misura minore, in Kuwait). Migliaia di uomini e pochissime donne hanno fatto questa esperienza negli ultimi quindici anni, impiegati come servizio armato per la sicurezza di convogli e di persone.

Non esistono statistiche ufficiali in proposito, ma gli autori stimano che il personale impiegato come contractor privati superi di molto quello arruolato nelle missioni di pace delle Nazioni Unite. Gran parte dei 4 mila abitanti delle Figi presenti in Iraq nel 2006 erano contractor privati e ogni anno non meno di mille connazionali emigravano per lavorare in società di contractor privati.

Una volta assunti da una società privata, sulla base di colloqui svolti da sedi di reclutamento delle società presenti nelle Figi, gli ex militari o appartenenti alle forze di polizia sono destinati a svolgere operazioni che possono durare da pochi mesi ad alcuni anni; gran parte dei contractor cercano opportunità di un nuovo incarico presso altre società private prima che scada il termine contrattuale e debbano tornare in patria. Per la maggior parte questo tipo di lavoro non è continuativo e, durante i periodi di interruzione di lavoro come contractor privati, la maggior parte di loro svolge l’attività di conducenti di taxi o guardie di sicurezza nelle Figi.

Il livello di retribuzione presso le società di contractor privati, per quanto i contratti spesso non prevedano 12 mesi consecutivi di lavoro, è comunque molto più alto delle retribuzioni medie nelle isole Figi, pari a poco più di 8 mila dollari l’anno nel 2008. In media, un contractor privato originario delle Figi riceve una retribuzione mensile di 2.216 dollari, per quanto la variabilità sia molto elevata (da un minimo di 724 dollari al mese a un massimo di 7 mila). Considerando che si lavora con interruzioni spesso prolungate, il guadagno è buono, di certo migliore di quel che offrono le Figi, ma non elevatissimo.

L’assenza di alternative di lavoro, soprattutto per chi non abbia particolari qualifiche, e di sussidi pubblici alla disoccupazione nelle Figi spinge molti a compiere questa scelta e ad emigrare, per quanto molti siano consapevoli sin dall’inizio del rischio di perdere la vita. L’elevata offerta di personale disposto a partire ha creato un esercito di riserva di contractor privati che ha determinato un peggioramento delle condizioni lavorative. Anzitutto, ogni candidato dovrà mettere in conto il pagamento per il servizio di intermediazione svolto dalle agenzie di arruolamento presenti nelle Figi per conto delle società di contractor privati. Inoltre, una volta data la propria disponibilità, occorre essere sempre reperibili al telefono e pronti a partire in qualsiasi momento, per evitare di essere depennati dalla lista e lasciare ad altri il proprio posto. A volte la retribuzione si rivela inferiore a quella prospettata inizialmente; inoltre capita di dover interrompere inaspettatamente il servizio prima della scadenza prevista, spesso per cause di forza maggiore, e in questi casi non si riceve alcun indennizzo per i mesi inizialmente contrattualizzati e non svolti.

Si tratta, insomma, di un settore lavorativo in cui le condizioni di lavoro sono fissate con ampio potere discrezionale da parte delle società private per le quali lavorano i contractor.
Inoltre, il profilo del contractor privato si colloca in una zona grigia di combattenti che non godono dei diritti e privilegi delle forze armate, ma non sono neppure classificabili come operatori civili. In Iraq, i contractor privati provenienti dalle Figi operavano sia nelle “zone rosse” al di fuori di Baghdad e ad alto rischio, sia nelle “zone nere” da dove tutti gli statunitensi erano stati allontanati.

Le loro condizioni di lavoro non possono nemmeno dirsi dignitose: sono costretti, per esempio, a proteggere convogli in viaggi ininterrotti di 7-8 ore alla velocità di 120-190 km orari, oppure a trascorrere diversi giorni senza lavarsi e cambiare indumenti. Una persona intervistata dagli autori ha dichiarato di aver lavorato per tre anni di seguito senza ferie, guidando camion di convogli militari per 12 ore al giorno. A volte i rischi per la propria incolumità aumentavano semplicemente per la dotazione di armi non adatte o l’uso di veicoli non blindati.

Tutti hanno vissuto esperienze violente e traumatizzanti. Decine i morti e molti i feriti, con l’aggravante che i contratti di lavoro prevedono un’assicurazione in caso di morte (molto inferiore come massimale rispetto a quella riconosciuta ai militari) ma non per invalidità parziale o totale, senza alcun indennizzo o sostegno alle spese mediche future.

Inoltre, non essendo classificati come appartenenti alle forze armate, al rientro nelle Figi i contractor privati non ricevono nemmeno un servizio di assistenza psicologica, per quanto quasi tutti mostrino i tipici sintomi del disturbo post-traumatico da stress, come insonnia, ansia, incubi e difficoltà a ristabilire rapporti familiari sereni.

Da questo punto di vista i costi finanziari, fisici e psicologici delle mansioni militari, svolte in assenza di una pur parziale equiparazione alle forze armate, creano una forte sperequazione di trattamento ai danni dei contractor che la privatizzazione dei servizi di sicurezza militare genera e che, nel caso degli abitanti delle Figi, si aggiunge alla discriminazione contrattuale e nelle mansioni da svolgere sul campo.

Gli autori riportano, tra gli altri, l’esempio della vedova di un contractor figiano che lavorava in Iraq per 1.500 dollari al mese morto in un’imboscata. La moglie fu avvertita dall’agenzia che aveva reclutato il marito solamente con una telefonata dalla sede centrale di Londra, e poi ricevette un assegno di 120 mila dollari e nient’altro. Un trattamento economico molto peggiore dei soldati e dei contractor privati provenienti da paesi occidentali, visto che i colleghi statunitensi del marito ucciso arrivavano a guadagnare 10 mila dollari al mese. Le ricche imprese di contractor privati finiscono dunque per scaricare in modo iniquo i maggiori costi sugli anelli più deboli, ovvero su quanti sono reclutati nei paesi in via di sviluppo, così da lucrare maggiori profitti, ben sapendo che quasi tutti sono disposti ad accettare la situazione non avendo alternative convenienti.

Un altro punto che gli autori sottolineano è quello relativo all’importanza della dimensione comunitaria anche in situazioni così estreme. Sul terreno, un fattore di forza e coesione veniva dalla condivisione delle esperienze e dal passaggio immediato di tutte le informazioni tra i  contractor figiani. È quella che in letteratura si definisce “agency”, intesa come forma di protagonismo consapevole in un contesto di discriminazione, che fa leva sulle risorse individuali, collettive e culturali a disposizione.