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Cosa sta cambiando nel sistema di produzione del riso nel Laos

A proposito del paper di Kenta Goto* e Bounlouane Douangngeune**

Redazione

L’agricoltura è di cruciale importanza per molti paesi in via di sviluppo, sia come fonte di reddito per l’economia nazionale sia come settore che assicura condizioni di vita sostenibile a molte famiglie.
L’Asia è stata considerata un caso molto interessante della modernizzazione in agricoltura quando, negli anni Sessanta e Settanta, i governi promossero la cosiddetta Rivoluzione verde, dando incentivi all’adozione di nuove tecnologie, a grandi investimenti infrastrutturali, come quelli irrigui, a nuove pratiche gestionali, all’impiego di input e semi ad alta resa ed al ricorso a sistemi coordinati di commercializzazione per arrivare al mercato. L’obiettivo era, appunto, quello di modernizzare e intensificare la produzione agricola, così da aumentare i redditi agricoli ed assicurare una produzione sufficiente a sostenere anche l’industrializzazione.


A partire dagli anni Ottanta, a livello internazionale il nuovo contesto macroeconomico spinse a spostare il baricentro a favore del settore privato, restringendo di molto gli spazi d’azione del settore pubblico. Si affidò ai mercati, attraverso privatizzazione, liberalizzazione e deregolamentazione, il compito di trovare le giuste soluzioni di efficienza, dando molta importanza ad appropriate soluzioni, quali il cosiddetto contratto agricolo.
La letteratura specialistica si è quindi concentrata sul problema della giusta sequenza di politiche e di assetti istituzionali da adottare, guardando in particolare ai paesi in cui ancora prevale un assetto di agricoltura di sussistenza, non centrata sul mercato.

In questo senso il Laos rappresenta un paese interessante, che ha coniugato da un lato lo sforzo di liberalizzare e creare opportunità di mercato e, dall’altro, quello di promuovere varietà e pratiche moderne attraverso opere pubbliche in campo infrastrutturale. Sin dal 1986 nel Laos venne adottata una politica agricola orientata al mercato, che coincise con la diffusione di nuovi accordi produttivi volti ad avvicinare i produttori ai mercati come il contratto agricolo.
La questione di fondo che permane in Laos, così come in altri paesi che puntano su una transizione verso un’agricoltura moderna e centrata sui mercati, è quella dell’inclusione della maggioranza dei contadini che vivono di agricoltura di sussistenza, che sono stati coinvolti solo in minima parte, e in modo subalterno, dal processo di integrazione nella filiera globale del valore, sia sui mercati nazionali che internazionali.
Gli autori dello studio approfondiscono i cambiamenti che hanno avuto luogo a livello microeconomico nelle famiglie dedite all’agricoltura di piccola scala durante il processo di transizione avviato nel Laos, con particolare riferimento alla coltivazione di riso a Vientiane.

Il Laos è un piccolo paese senza sbocco sul mare nell’Asia sud orientale, con una popolazione di quasi 7 milioni di abitanti. L’economia, in termini aggregati, ha registrato un boom negli anni Duemila, registrando tassi di crescita eccezionali: il Prodotto interno lordo (PIL) pro capite, pari a 200 dollari nel 1990, era salito a 321 dollari nel 2000, per poi raggiungere 1.646 dollari nel 2013.
A questa crescita economica è corrisposto un ridimensionamento del settore agricolo, che è sceso dal 61,2 per cento del reddito prodotto nel 1990 al 27,9 per cento nel 2012. Sono nel contempo apparse nuove e maggiori opportunità di impiego nei settori manifatturiero e dei servizi, soprattutto nelle grandi città come Vientiane.
Malgrado queste trasformazioni profonde, il Laos resta ancora oggi una società prevalentemente agricola: secondo il censimento agricolo del 2010, il 77% delle famiglie era costituito da coltivatori. All’interno del settore agricolo, che dà il sostentamento alla maggioranza della popolazione, la coltivazione del riso è quella prevalente: ben il 71% delle famiglie è dedita alla sua produzione, che rappresentava dieci anni fa circa la metà della produzione agricola nazionale e contribuiva ad un quinto del PIL.

Gli autori spiegano come fino alla metà degli anni Novanta la coltivazione di riso fosse basata quasi esclusivamente sul lavoro manuale, con pochissimo ricorso alla tecnologia, fatta eccezione per l’uso di sementi ad alta resa, fertilizzanti e sistemi di irrigazione. L’uso di macchinari per la preparazione del terreno è stato adottato molto recentemente, soprattutto nelle zone più densamente popolate come Vientiane, che fornisce il 10% della produzione nazionale.
Gli ultimi piani quinquennali che si sono succeduti nel tempo hanno enfatizzato il ruolo del riso, sia per la sicurezza alimentare che per il sostentamento e il miglioramento delle condizioni di vita dalla maggioranza dei produttori.
Alla fine degli anni Novanta, il Laos aveva raggiunto l’autosufficienza di riso. In termini di produttività per ettaro di terra, all’aumento di una prima fase ha fatto seguito un calo a partire dall’inizio degli anni Duemila. Una tendenza molto simile si è riscontrata anche in Cina, dove però prevale il modello delle cooperative agricole, che invece non ha attecchito in Laos.

Nel Laos si possono distinguere due ecosistemi per la coltivazione del riso: le coltivazioni di pianura e di altopiano. Nel primo caso si tratta di riso sommerso (da piogge e irrigazioni), nel secondo è invece scarso il ricorso a sistemi di irrigazione. Allo stesso modo, si possono distinguere due stagioni: quella umida delle piogge (da maggio a novembre) e quella secca (da dicembre ad aprile). Il riso coltivato nella stagione umida utilizza l’acqua piovana oltre che l’irrigazione, quello coltivato nella stagione secca può ricorrere solo a sistemi di irrigazione.
Come dimostra il caso di Vientiane, la produzione di riso risente molto degli andamenti climatici e di fenomeni naturali come alluvioni eccezionali, che possono determinare un calo drammatico della produzione.
Sulla base delle interviste fatte a produttori di riso in cinque villaggi situati in quattro distretti di Vientiane, gli autori evidenziano la presenza di profili eterogenei. In media, ogni nucleo abitativo è composto da 5 persone, in buona misura appartenenti a due generazioni (solo in un caso su quattro sono presenti tre generazioni), ma che vanno spesso al di là del ristretto nucleo familiare, per la presenza anche di altri componenti (in una tipica strategia di condivisione dei rischi e lavoro cooperativo).

Normalmente, i lavoratori impegnati in agricoltura sono più anziani (età media di 40 anni) di chi lavora negli altri settori, come manifattura e servizi (età media di 32 anni). L’incremento dei livelli retributivi negli altri settori e la mancanza di aumenti di resa e valore aggiunto in agricoltura sono destinati ad allargare il divario, con i giovani sempre più propensi ad abbandonare i campi. Un altro dato interessante è che, a fronte del divario generazionale, non si riscontra invece alcuna differenza di genere tra l’impiego in agricoltura o in altri settori di uomini e donne.
Prevale l’agricoltura di piccola scala: la grandezza media dell’appezzamento di terra per nucleo abitativo è di 1,66 ettari (poco superiore nel 2012 rispetto agli 1,43 ettari rilevati 2003).
Fino ai primi anni Novanta le varietà di sementi ibride ad alta resa erano quasi del tutto assenti in Laos. Oggi quasi il 70% dei produttori di riso utilizza una varietà d riso moderna, il Thadokkam (TDK), anche se spesso combinato durante la stessa stagione con varietà tradizionali.
La proporzione di terra irrigua non è cambiata molto dal 2003 al 2012: il 40,1% per la stagione umida e l’88,1% per la stagione secca. Un risultato dei programmi infrastrutturali governativi per l’irrigazione su vasta scala, realizzati sul finire degli anni Novanta, è stato però raggiunto: oggi la quasi totalità dei produttori ha accesso a qualche servizio per l’irrigazione. Tuttavia, i dati indicano che i produttori non sembrano interessati ad aumentare l’uso dell’irrigazione per accrescere le rese.

Al contempo, gran parte dei produttori intervistati ha espresso una crescente preoccupazione circa la possibilità di riuscire a guadagnarsi da vivere attraverso la coltivazione del riso. I dati indicano che il reddito pro capite in termini reali (cioè, tenendo conto dell’aumento parallelo del costo della vita legato all’inflazione) non è aumentato, mentre il reddito nazionale, sempre in termini reali, è cresciuta del 5,4 % annuo.
In gran parte dei casi, le strategie di diversificazione delle fonti di reddito messe in atto a livello familiare hanno portato a una riduzione del peso del riso rispetto ad altri prodotti agricoli e, soprattutto, a fonti di reddito non agricole, come le rimesse dei migranti. Il riso, mediamente, costituiva il 59,1% dei redditi degli intervistati nel 2003, per poi scendere al 52,3% nel 2012, anno in cui le rimesse arrivarono a pesare per il 21,6% del reddito totale. Sembra che le rimesse abbiano un peso ancora maggiore nella provincia di Champasack, dove le opportunità di impiego al di fuori dell’agricoltura sono minori rispetto a Vientiane. È anche interessante il fatto che l’aumento delle migrazioni di lavoratori all’estero possa essere stato uno dei fattori che ha limitato la modernizzazione e l’intensificazione dell’agricoltura nel Laos.
L’incremento della produzione di riso è stato perciò il risultato di un limitato aumento della superficie coltivata durante la stagione umida, con scarsa intensificazione del lavoro agricolo e dell’uso di fertilizzanti (strategia estensiva), abbinato ad un maggiore ricorso all’irrigazione e all’uso di semi moderni durante la stagione secca, senza aumentare la terra irrigata, anche a fronte di maggiori servizi irrigui disponibili (strategia di intensificazione degli input e risparmio dell’uso di terra).

Tutto ciò si è tradotto in redditi stagnanti, a fronte di una crescita stabile nel resto dell’economia, motivo che induce i giovani a cercare il proprio futuro in settori diversi dall’agricoltura. Non a caso, la difficoltà di reperire nuovi lavoratori è considerato il principale ostacolo dal 60,3% degli intervistati, seguito dal problema dell’accesso ai capitali, evidenziato dal 54,3% del campione; si consideri a tal proposito che solo il 36% degli intervistati ha dichiarato di aver ricevuto crediti dalle istituzioni finanziarie, nonostante l’importanza di tali finanziamenti per l’accesso all’irrigazione e ai fertilizzanti. Il terzo ostacolo, rilevato nel 41,7% dei casi, è rappresentato dalla scarsa reperibilità di competenze tecniche per la coltivazione del riso. All’opposto, pochissimi ritengono le alluvioni uno dei problemi principali (4,6%), al pari delle malattie che infestano le coltivazioni (6%) e dei costi per irrigare (10,6%).
I problemi indicati, a cominciare dalla carenza di lavoratori, sono insieme strutturali e istituzionali, legati al cattivo funzionamento del sistema finanziario, ad un inadeguato servizio di assistenza e formazione del settore pubblico, a mercati imperfetti, lontani e frammentati, che impongono alti costi di transazione.
In questo quadro, il contratto agricolo è considerato spesso una soluzione o una misura temporanea per contrastare le difficoltà istituzionali. In proposito, il governo del Laos sta incoraggiando il coinvolgimento del settore privato attraverso queste forme contrattuali e, di conseguenza, un numero crescente di coltivatori nel Laos sta entrando in connessione con mercati locali ed esteri, lungo una filiera coordinata da compratori nazionali o stranieri.
Il confronto tra coltivatori indipendenti e quelli collegati alla filiera tramite il contratto agricolo evidenzia differenze non tanto sul piano dell’estensione della terra coltivata o del ricorso all’irrigazione, quanto su quello del maggiore uso di fertilizzanti e di sementi migliorate e perciò della resa, che risulta essere il 20% più alta nel caso dei coltivatori integrati nelle filiere.
Le condizioni contrattuali per l’inserimento nella filiera non sono standardizzate in termini di copertura anticipata dei costi per gli input, l’irrigazione e la consulenza tecnica, cosicché non è chiaro se si possa stabilire un sistematico miglioramento in termini di profitti netti finali e di prezzi alla vendita. Se è infatti vero, spiegano gli autori, che il reddito medio è più alto nel caso dei coltivatori integrati nella filiera, va tuttavia considerato che ad essere integrati sono solitamente i produttori che si trovano già in migliori condizioni e che avrebbero comunque un reddito più alto di quelli di piccolissima scala, esclusi dal contratto agricolo.