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Perché molti uomini giustificano i maltrattamenti delle mogli in Ghana?

Un’analisi di Ellen Mabel Osei-Tutu ed Ernest Ampadu

Redazione

La violenza all’interno della famiglia è un fenomeno presente ovunque, che spesso assume gravità, frequenza e forme diverse, non di rado combinate tra loro. C’è la violenza psicologica (un classico esempio sono gli insulti verbali in pubblico, che creano frustrazione e forte imbarazzo), quella fisica (schiaffi, calci, pugni, lancio o uso di oggetti contundenti), sessuale (commenti, palpeggiamenti, tentativi di stupro, rapporti o atti sessuali indesiderati, spesso subiti per paura delle conseguenze) e quella finanziaria (legata alla totale dipendenza economica da qualcuno che può arrivare a negare cibo o denaro). Quest’ultima tipologia, spesso trascurata, è indicativa della complessità del fenomeno: l’interazione della violenza finanziaria con quella fisica dimostra spesso che proprio la dipendenza economica obbliga le donne, che sono le principali vittime della violenza domestica assieme ai bambini, ad assolvere i compiti familiari in modo così subalterno da subire e tollerare gravi vessazioni a causa dell’assenza di alternative, indipendentemente dall’età e dallo status familiare (sposa da poco o molto tempo, figlia o madre).  Tuttavia, anche nei casi in cui la donna abbia una qualche autonomia economica, il compagno può essere indotto ad esercitare forme di violenza fisica allo scopo di riaffermare il proprio potere e il primato che l’indipendenza finanziaria della donna parrebbero mettere in dubbio.

In Ghana, paese firmatario delle convenzioni internazionali contro la violenza (a cominciare da quella sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, la CEDAW, adottata dalle Nazioni Unite nel 1979), la Costituzione del 1992 dichiara esplicitamente l’importanza dei diritti delle donne. Inoltre, dal 2007 è in vigore una legge (Act 732) che disciplina le diverse fattispecie di violenza familiare, offrendo un riferimento giuridico, ufficiale e pubblico, che condanna tali pratiche. Ciò non significa, però, che la diffusione del fenomeno sia stata arginata. L’eventuale diffusione dei casi di violenza familiare può indicare che le argomentazioni ufficiali non risultano sufficientemente convincenti per arginare il fenomeno. Ciò può esser dovuto ad una blanda applicazione delle norme di legge da parte di giudici molto poco rigorosi, sia perché lo stigma sociale spesso colpevolizza le vittime della violenza che, per così dire, “se la sono cercata”, sia perché altre istituzioni e norme sociali, compresa la tradizione, giustificano tale violenza. Emerge così un dato molto discordante tra le statistiche relative agli episodi effettivamente denunciati e la violenza percepita (rilevata, per esempio, attraverso indagini campionarie): poche sono le denunce registrate a fronte di frequenti esperienze personali raccontate nell’ambito degli studi condotti in materia.

In Ghana, oltre all’esistenza del Ministero delle donne, dell’infanzia e della protezione sociale, la legge prevede che in tutti i commissariati di polizia sia presente una sezione specifica a sostegno delle vittime di violenza familiare.

Nonostante il numero di denunce sia aumentato a seguito della legge del 2007, si ritiene che il loro numero riguardi ancora la minoranza dei casi reali: nel 2014 gli uffici di polizia hanno registrato circa 18 mila denunce.

L’Istituto nazionale di statistica ha realizzato nel 2011 un’indagine campionaria su scala nazionale, il Multiple Indicator Cluster Survey (MICS 4); nell’agosto del 2017 Ellen Mabel Osei-Tutu ed Ernest Ampadu, docenti dell’università del Ghana a Legon, hanno pubblicato uno studio che analizza i dati relativi a circa tremila uomini adulti intervistati nell’ambito dell’indagine MICS 4 sui maltrattamenti verso le mogli.

Il quadro che emerge è complesso e non confortante: generalmente, una percentuale oscillante tra il 15 e il 20 per cento degli intervistati giustifica le percosse sulle donne, indipendentemente dalle possibili cause che motiverebbero tale scelta (escludendo le risposte di chi non prende posizione in materia). In caso di tradimento, però, la percentuale di uomini intervistati che giustificherebbe la scelta di picchiare la propria moglie sale a ben il 35 per cento, per scendere di poco, al 30 per cento, nei casi in cui la moglie si rendesse “colpevole” di insulti verso il marito. La terza causa che giustifica agli occhi dei mariti la punizione fisica delle mogli – nel senso che la percentuale favorevole è appena al di sotto del 30 per cento – riguarda i casi in cui la moglie abbia rubato qualcosa.

I due ricercatori ghanesi segnalano altri due dati interessanti emergenti dal loro lavoro.

Il primo è che il livello di istruzione degli uomini è un fattore molto importante per spiegare il grado di inclinazione maschile per la violenza fisica contro le compagne. All’aumentare del livello di studio dell’adulto diminuisce la propensione a giustificare (o, almeno, a dichiararla nell’intervista) la pratica di picchiare la moglie, qualunque sia il motivo che la determini. In questo senso, investire nell’istruzione si rivela una leva preziosa per favorire la presa di coscienza e il rifiuto di una qualsiasi scusante per l’uso della violenza contro le donne. Investire nell’istruzione, a sua volta, tende ad assicurare redditi disponibili più alti, maggiore agiatezza, impieghi più soddisfacenti, migliori condizioni di salute, oltre ad attivare i suddetti fattori che fanno acquisire consapevolezza della gravità delle pratiche violente contro le donne; ne conseguono, per esempio, un maggiore ricorso ai mezzi di comunicazione di massa ed una migliore comprensione dei messaggi in essi contenuti, così come un incremento nella frequentazione di ambienti urbani maggiormente esposti all’informazione nazionale e internazionale. In pratica, due obiettivi distinti degli Obiettivi di sviluppo sostenibile – istruzione e diritti delle donne – vanno di pari passo.

By Mike ar21 [CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)], from Wikimedia Commons

Il secondo fattore interessante attiene alla sfera molto delicata della cultura. In Ghana, per tradizione, è di fatto tollerata la pratica della poligamia, intesa come unione di un uomo con più mogli (tecnicamente definita poliginia), nonostante non abbia alcun valore legale. La percentuale di uomini che giustificano pratiche violente verso le compagne aumenta sensibilmente se si considerano solo coloro che sono legati alle mogli da legami di tipo consensuale o tradizionale e non da matrimoni con valore legale. Se ne conclude che, pur non essendo un deterrente decisivo, in media lo status di matrimonio legalmente riconosciuto contribuisce ad ampliare il grado di tutela dei diritti delle donne, anche perché associato ad un profilo maschile meno propenso a giustificare la violenza familiare (visto, anzitutto, il dato sull’istruzione già ricordato: è infatti più alta la propensione a matrimoni consuetudinari tra gli uomini meno istruiti).