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Basterebbe più occupazione per contrastare la povertà in Argentina?

Un'analisi di Valeria Esquivel e alcuni suoi colleghi.

Redazione

La povertà si misura solitamente in termini di reddito disponibile o di quantità di consumi per persona o famiglia, pur essendo ormai a tutti noto che le molteplici sfaccettature della condizione di povertà non possono esser descritte secondo le sole dimensioni monetarie. In conseguenza della difficoltà a disporre di reddito sufficiente, le persone povere spesso lavorano molte più delle altre, riducendo così il tempo a loro disposizione per la gestione della casa e della famiglia, solitamente non retribuito ed  e a carico delle donne. Proprio la possibilità di dedicare tempo a questi impegni è una componente fondamentale del benessere degli individui e delle famiglie che andrebbe sempre considerata.

L’indicatore di povertà di tempo e di reddito sviluppato dal Levy Institute rappresenta un tentativo di integrare la tradizionale nozione di povertà, basata sul reddito, con quella che definiremo “povertà di tempo disponibile”. Riuscire a misurare la povertà di tempo disponibile significa anche, indirettamente, provare a tener conto del valore del lavoro di gestione della casa e della famiglia nel tracciare meglio il profilo della povertà, facendo emergere con nettezza eventuali differenze tra la situazione degli uomini e quella delle donne.

In pratica, oltre al livello di reddito minimo disponibile, si tratta di definire un ammontare minimo di tempo utilizzabile per la gestione della casa e della famiglia, che ovviamente varia in base alle dimensioni del nucleo ed al numero di minori presenti. Inoltre, seppure in teoria tale tempo è sostituibile tra i membri di una famiglia (potrebbe spettare a un uomo o a una donna) e quelli presenti sul mercato (assumendo una baby-sitter, per esempio), in realtà il carico del lavoro di gestione della casa e della famiglia è fortemente sbilanciato a danno delle donne.

Purtroppo, la scarsa disponibilità di dati affidabili rende molto difficile tradurre in pratica intuizioni teoricamente importanti come quella di includere tali dimensioni di povertà.

In Argentina, uno studio di Valeria Esquivel, dell’Universidad Nacional de General Sarmiento, insieme a Rania Antonopoulos, Thomas Masterson e Ajit Zacharias, pubblicato nel 2017, ha applicato questa metodologia utilizzando i dati più affidabili a disposizione, riferiti alla capitale Buenos Aires, la città più grande e ricca del paese. In assenza di informazioni più recenti o altrettanto attendibili, i dati utilizzati sono quelli raccolti nel 2005 dall’Istituto nazionale di statistica, attraverso diverse indagini; gli autori ritengono che i risultati di questa analisi valgano ancora oggi e possano essere estesi a tutta l’Argentina.

Per trarre le loro conclusioni, gli autori calcolano che ciascun adulto dovrebbe dedicare 94 ore la settimana – su 168 ore totali – alla propria cura personale, cioè per dormire, nutrirsi, riposare, lavarsi, vestirsi, avendo a disposizione almeno 14 ore per il tempo libero. Se, a causa del tempo dedicato al lavoro, si riduce il tempo disponibile per le attività essenziali di cura della casa e della famiglia, il costo dell’ammanco di tempo si può calcolare sulla base della retribuzione oraria media dei lavoratori domestici (in Argentina pari a 3,54 pesos a prezzi correnti 2005), così da aggiungerlo alla povertà di reddito.

Le conclusioni dello studio indicano che il deficit di tempo disponibile è fondamentale per valutare l’incidenza e la profondità della povertà. Molte famiglie, classificabili come appartenenti alla classe media sulla base dei redditi da lavoro dipendente, risultano in realtà essere povere se si tiene conto anche dell’insufficienza di tempo disponibile.

Nelle famiglie povere di reddito, i bambini sono i più colpiti dalla mancanza di tempo disponibile, che non viene recuperato a causa di una iniqua distribuzione del carico di lavoro domestico e familiare tra uomini e donne.

Tra le donne che soffrono di mancanza di tempo disponibile, nel 20 per cento dei casi ciò avviene a causa unicamente del carico di lavoro di cura della casa e della famiglia, cioè prima ancora di considerare il tempo destinato al lavoro retribuito.

L’iniquità distributiva dei carichi di per la cura della casa e della famiglia è evidente: utilizzando il parametro della mediana, gli autori calcolano che gli uomini si fanno carico soltanto del 23 per cento del tempo totale dedicato a tali attività in una famiglia.

Va inoltre considerato che lo studio fa riferimento a dati del 2005, risalenti cioè ad un periodo di elevata crescita economica in Argentina, collocato tra la grave crisi del periodo 1998-2002 e gli effetti negativi della crisi economica internazionale iniziata nel 2008-2009. Su scala nazionale, la disoccupazione risultava pari solo al 10 per cento, ma il 38 per cento della popolazione e il 25 per cento delle famiglie risultava essere povero economicamente. A Buenos Aires la situazione era sensibilmente migliore: solo il 9 per cento della popolazione e il 6 per cento delle famiglie risultavano essere sotto la soglia di povertà economica. Aggiungendo però la componente della povertà di tempo a disposizione, gli autori mostrano come in quello stesso anno la percentuale di popolazione povera salisse dal 9 al 16 per cento e quella delle famiglie povere dal 6 all’11 per cento. Esisterebbe, in sintesi, un’elevata quota di povertà nascosta che i dati ufficiali, focalizzati sulla povertà di reddito, ignorano.

Laddove si tratti di famiglie con bambini, il tasso di povertà calcolato anche sulla base del tempo disponibile aumenta considerevolmente: nella pur ricca Buenos Aires quasi una famiglia su quattro risulta povera. La maggiore incidenza viene calcolata tra le famiglie con minori e quelle con una donna single come capofamiglia: il 27 per cento di quest’ ultima tipologia familiare risulta povera. Considerando la sola situazione infantile, l’80 per cento di bambini, seppure non classificati come poveri in base al reddito familiare, vivrebbero in famiglie povere in termini di tempo disponibile.

Le implicazioni politiche di questo studio sono importanti: molte persone e famiglie che vivono in condizioni di povertà non uscirebbero da quello stato neanche trovando lavoro a tempo pieno; la creazione di posti di lavoro è perciò una condizione necessaria ma non sufficiente per sconfiggere la povertà in Argentina, cioè per migliorare significativamente le condizioni complessive di vita.

Secondo gli autori, tutto ciò dimostra che in Argentina non solo ci sia bisogno di più posti di lavoro, ma che questi appartengano a settori formali dell’economia, con salari più alti e meno ore di lavoro, se si vogliono evitare gli effetti negativi della povertà di tempo disponibile. La strategia politica argentina di promuovere l’inclusione sociale attraverso l’occupazione non sarebbe perciò sufficiente per sradicare la povertà, neanche quando dovesse raggiungere i suoi obiettivi specifici.

Paradossalmente, simulando uno scenario di piena occupazione full-time, la percentuale di famiglie povere calcolata includendo la dimensione di tempo disponibile aumenterebbe, raggiungendo il 64 per cento del totale e ben il 72 per cento di donne oggi povere rimarrebbero tali. La percentuale di bambini poveri di reddito che vivono in famiglie con problemi di carenza di tempo disponibile salirebbe dall’84 al 95 per cento.

In Italia, tra le famiglie della classe media non è raro il dilemma legato alla scelta di lavorare di più, ottenendo un incremento di reddito disponibile a discapito delle ore a disposizione per la famiglia; scelta tutt’altro che scontata, non solo per il risultato molto dubbio in termini di  qualità complessiva della vita, ma anche perché ciò impone spesso costi ulteriori, come quelli per il maggior impiego di baby-sitter, ad esempio.

Lo stesso problema è drammaticamente più grave per le famiglie che vivono in condizioni di povertà, come quelle studiate a Buenos Aires: nuove opportunità di lavoro possono non apportare alcun miglioramento in termini di povertà complessiva, se si sottrae tempo vitale per altre attività come il lavoro domestico e familiare.

In questo contesto le donne sono più vulnerabili, perché sono al contempo quelle cui vengono offerti impieghi in settori di lavoro meno protetti e retribuiti e che nella maggior parte dei casi si trovano a vivere la tensione di riconciliare il tempo tra il lavoro retribuito e quello domestico. Le donne povere in termini di reddito vengono penalizzate da un triplo vincolo di natura domestica, trovandosi allo stesso tempo sovraccariche di impegni, disoccupate e più povere degli uomini. Lo dimostra il fatto che, in base all’analisi, il 16 per cento di donne non occupate risulta comunque in deficit di tempo a disposizione. Quando, inoltre, in una famiglia entrambi i genitori lavorano e ci sono figli, il tasso di povertà che include il tempo disponibile triplica rispetto al tasso di povertà di solo reddito, a dimostrare quanto conti questa dimensione di povertà sottovalutata dalla politica.

In questo senso, lo studio sulla povertà di tempo disponibile a Buenos Aires punta i riflettori sulla necessità più generale di definire con chiarezza il concetto di lavoro a condizioni dignitose. Un diritto sancito per tutti, ma che, per le donne povere in particolare, dovrebbe comportare la disponibilità di maggiori e migliori servizi a carico della collettività, per esempio quelli per la cura dell’infanzia e degli anziani, per esempio.

Eventuali azioni orientate a sconfiggere la povertà, anche nel caso ipotetico di piena occupazione full-time, devono tener conto di un unico quadro di riferimento comprendente le interconnessioni tra il funzionamento del mercato del lavoro, il sistema di protezione sociale, la consuetudine di sovraccaricare di responsabilità le donne senza riconoscerne il valore sociale ed economico, e il profilo demografico delle famiglie (la vulnerabilità delle famiglie con bambini, di quelle monoparentali a causa di divorzi e separazioni, ma anche nel caso di due genitori che lavorino fuori casa).

A livello generale, e non solo per l’Argentina, l’inclusione della dimensione del tempo disponibile è considerata spesso – erroneamente – un lusso rispetto al problema urgente della povertà di reddito. Prova ne sia il fatto che i dati sull’uso del tempo e la ripartizione dei carichi di lavoro domestico e familiare non sono regolari e affidabili come quelli relativi al reddito. Tutto ciò non è casuale, riflette la disattenzione colpevole della società nei confronti delle discriminazioni patite dalle donne, a cominciare dalla distribuzione dei carichi di lavoro non retribuito, tema approfondito da anni proprio da una delle autrici del lavoro, l’argentina Valeria Esquivel.